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Zeitzeugnis

Zeitzeugenaussage Furio Gabbrielli

Furio Gabbriellis Bericht über Zwangsarbeit, Hunger, Hilfe und Überleben im REIMAHG-Lagerkomplex bei Kahla.

Forschungsstand dokumentiert

Forschungsdatensatz

Dokumentierte Angaben

Person
Furio Gabbrielli
Rolle
Zwangsarbeiter
Ort
Lager E; Walpersberg
Zeitraum
August 1944 bis Januar 1945
Herkunft
Italien

Überlieferung und Kontext

--- SEITE 1 --- 28 Sette tedeschi, sette esseri umani che ci aiutarono a vivere Il ricordo La testimonianza di un deportato italiano a Kahla, dove Mi ha davvero aiutato, Dio. Anche a tener lontano quel passato che quando ritorna menoma il cervello e la psiche. Dura un momento ma è terribile: rivedo mio padre mo- rente di fame su un pagliericcio pieno di pidocchi, nella baracca dei lager E. Accanto a lui altri morenti di fame, chi scheletrito chi gonfio di nefrite. Io devo lasciarlo in ba- racca ogni mattina, devo andare a lavorare sulla collina di Walpersberg. Picco e pala per dieci ore, pioggia, vento, neve. Sì, perché io sto ancora in piedi anche se peso tren- tanove chili alla bilancia dell’infermeria del campo di Grosseutersdorf. Il dottore mi dice che mio padre ed io sia- mo due lavativi, è già molto che lui permetta a mio padre di restare in baracca. A sera quando rientro non so se è an- cora vivo. C’è un fossa comune con calce viva vicino alla baracca, quelli come lui sono tanti. Speriamo che qualcu- no mi aiuti a portacelo se è morto. Da solo non ce la farei. Ho diciassette anni. È un dicembre nero e nevoso. A Natale mio padre, gonfio, livido, irrico- noscibile, non ha più la forza d’alzarsi. Il dieci gennaio muore. È dal quel giorno del 1945 che mi sforzo di tener lontano quel passato. Per attenuare il trauma. Per restare nor- male. Ormai ho settant’anni, ci sono quasi riuscito… Dio mi ha dato una mano. Fummo presi nell’agosto del 1944 a Massarosa, pres- so Lucca (Italia), con pochi panni addosso. Venti gior- ni più tardi, dopo una sosta a Dachau, eravamo a Kahla, nel lager E, presso il vil- laggio di Grosseutersdorf. Subito a lavorare sulla col- lina di Walpersberg. Il clima era mite, avevamo una zuppa a Mittagessen (pranzo) e 300 grammi di pane all’Abendessen (ce- na), con salame, o margari- na o marmellata, qualche volta burro. Tutti eravamo sicuri di sopravvivere, ma sbagliavamo. Già a fine settembre il fred- do e i pidocchi comincia- vano a mordere. Mancava il tempo di lavarci, e in ogni caso non avevamo né sapo- ne né asciugamano né pan- ni di ricambio. Le docce restavano utiliz- zate solo dai cucinieri, gli infermieri e i guardiani del campo. di Furio Gabbrielli Agosto 1944 … …ottobre... A ottobre la buona zuppa di Mittagessen fu abolita, ce ne davamo una alle sei del mattino, acqua e rape, una zuppa miserabile che ci da- va un terribile Durchfall (diarrea). Con quelle poche calorie in corpo marciava- mo per sei chilometri sotto la sorveglianza di uomini ar- mati per andare a lavorare sul cantiere di Walpersberg; per dieci ore, con una sosta di mezz’ora a mezzogiorno per permettere ai guardiani di mangiare qualcosa. A sera sul cantiere ci resti- tuivano l’Ausweis (tesseri- no) e ci davano l’Abende- ssen Karte (il tagliando per la cena). Con quel cartellino miracoloso in tasca ritorna- vamo nal lager E senza al- cuna sorveglianza. I guar- diani erano sicurissimi che saremmo andati di buon pas- so alla cucina del lager per aver la cosa che più deside- ravamo al mondo : una zup- pa un po’ sostanziosa, con qualche bella patata. A vol- te al posto della zuppa c’e- ra un bel pezzo di pane di 300 grammi con un po’mar- garina o di burro. Ma a metà ottobre la razione di pane passò da 300 a 150 grammi. Mio padre ed io non avem- mo mai la fortuna di lavora- re negli Stollen (sotterranei) “Avevo 17 anni e vidi mio padre morire di stenti”. La costituzione di una pista d’aerei che avrebbe dovuto far vincere la guerra a Hitler. Una zuppa miserabile per dieci ore di fatica bestiale nel gelo. Poi … apparvero Karl, Anna Bechmann e gli altri “Davanti agli abitanti di Massarosa, il 16 aprile del ‘44, vengono fucilati due giovani ragazzi renitenti alla leva, Domenico Randazzo di Agrigento e Vittorio Monti di Camaiore. In risposta a questo infame gesto, i partigiani Taddei e Bertini prendono d’assalto la caserma dei carabinieri e rapiscono il maresciallo, azione della quale vengono ritenuti responsabili tutti gli abitanti di Massarosa che vengono così rastrellati e deportati in massa.” Tra questi c’era l’autore di questa testimonianza. --- SEITE 2 --- 29 gli schiavi cadevano distrutti dalla fatica e dalla fame ...novembre... ...dicembre, gennaio... al riparo dal maltempo. Durante le dodici ore di vi- ta all’aperto prendevamo tut- to quello che cadeva dal cie- lo. L’indomani mattina in- dossavamo i panni bagnati. A novembre il freddo di- venne intenso, ci dettero guanti e mutande lunghe, ma molti di noi comincia- rono ad ammalarsi. Il dot- tore dell’infermeria dava al massimo due giorni di ri- poso per i più gravi. E da parte sua, il Lagerführer (ca- pocampo) intervenne subi- to contro i Drückeberger (si- mulatori, lavativi); chi si dava per malato e restava nel campo avrebbe preso soltanto Halb Portion (mez- za razione) del cibo. E fe- ce scrivere sulle baracche in molte lingue «Chi non la- vora non mangia». Tra i malati c’era chi anda- va a lavorare per non mori- re di fame, spesso qualcuno di loro cadeva di sfinimen- to durante le ore di lavoro. Nei mesi di dicembre, gen- naio e febbraio i morti au- mentavano. Chi non riusci- va più ad alzarsi la mattina per andare a lavorare era pra- ticamente alla fine dei suoi giorni. Avveniva che qual- che guardiano facesse dello zelo: quando uno di noi ca- deva sul cantiere, si prende- va subito una scarica di le- gnate. Il guardiano voleva Solo se moriva sotto gli oc- chi dei guardiani la sua mor- te veniva registrata perché il guardiano aveva l’Ausweiss del morto, con nome e fo- to.Quando invece cadeva e moriva dopo il lavoro, sul sentiero che riconduceva al lager, la sua morte restava spesso sconosciuta, qualcu- no infatti si precipitava sul morto o sul moribondo per impossessarsi del suo Ausweis e soprattutto del suo Abendessen Karte per avere due zuppe. Quando il giorno dopo passava la squa- dra che raccoglieva i cadaveri essa raccoglieva un morto senza nome. Eravamo più d’un migliaio nel solo lager E di Gros- seutersdorf. assicurarsi che non si trat- tava di un simulatore. I nostri guardiani erano qua- si tutti civili sui sessant’an- ni e oltre. Ben pasciuti, ben vestiti, ben rasati, con baffi curati, talvolta anche d’a- spetto signorile. Ma questo non impediva loro di basto- narci quando lavoravamo fiaccamente. Il più forte picchiatore di tut- ti era il gran capo, l’inge- gnere, un uomo d’una qua- rantina d’anni, coi denti in- cisivi prominenti, sempre vestito di nero. Lui voleva mostrare ai guardiani come si trattavano gli Untermen- schen (i sottouomini, gli es- seri inferiori). Tali infatti era- vamo per sporcizia e debo- lezza fisica. Mi sono domandato tante volte come avveniva che gli uomini d’aspetto così civile potessero mettere tanto ze- lo in un lavoro che richie- deva di essere tanto bestia- le. L’unica spiegazione che mi davo era che questi uo- mini si erano lasciati robo- tizzare dalla propaganda per- ché non avevano avuto il co- raggio di reagire alla propa- ganda stessa. Insomma, era- no dei codardi. Ed estende- vo questo giudizio a tutti i tedeschi. Dovetti ricredermi quando incontrai Karl e Anna Bech- mann, di Kahla. Una mattina la mia squadra fu mandata alla stazione fer- roviaria di Kahla per scari- care longarine di ferro dai vagoni e ricaricarle su ca- mion. Dieci ore di questo la- voro senza mangiare sotto una pioggerella freddissima di dicembre. A sera, quando attraversa- vamo Kahla per rientrare al lager con il nostro miraco- loso Abendessen Karte mi sentii mancare le forze. Mi appoggiai a una stacciona- ta di legno presso il cimite- ro, non so per quanti minu- ti. I miei compagni mi ab- bandonarono, avevano trop- pa fame per occuparsi di me. D’un tratto comparvero da- vanti a me un uomo e una donna lei un po’più alta, con una grande capigliatura bian- ca. C’era un po’di luna, ve- devo che mi stavano guar- dando. Mi avvicinarono, per guardami meglio. «Oh… so jung…» (oh, così giovane) disse lei. La voce era piena di pietà. «Wie alt bis du?» (quanti anni hai?) chiese lui. «Siebzehn», (di- ciassette) risposi. Mi sembrava un miracolo. Era la prima volta che ve- devo dei tedeschi provare pietà. Ciò mi dava forza e lucidità, il mio tedesco di- ventava efficace, rispondevo a tutto, dicevo chi ero, che i miei compagni mi avevano abbandonato che avevo il mio Abendessen Karte in ta- Furio Gabbrielli e la sorella nel settembre 2000, a Kahla, quando portarono fiori alla fossa comune dove si trovano i resti del loro padre. --- SEITE 3 --- L’orrore del campo nel libro di un giovane storico A Kahla, in mezzo ai bo- schi della Turingia, nel 1944-45 i tedeschi co- struivano una pista di lan- cio per aerei tanto “spe- ciali” che avrebbero dovu- to far vincere la guerra a Hitler. Nei boschi c’erano un centinaio di campi di concentramento e in essi varie migliaia di deporta- ti, riserva inesauribile di schiavi. Un giovane professore te- desco di storia, Willy Schilling, nel corso di una ricerca d’archivio scoprì do- cumenti che provavano che quei campi detti «di lavo- ro» erano, in verità, campi di sterminio: infatti il 63% della mano d’opera vi figurava morta di fame. Un suo libro intitolato “Kahla”, sulla storia della città del 1919 al 1949, Geiger editori, stampato a Horb sul Necker, ha avuto successo fin dalla prima edizione. Successivamente l’autore venne informato che un so- pravvissuto italiano, Furio Gabbrielli, poteva testimo- niare la condizione disumana cui erano costretti i de- portati. Willy Schilling gli chiese - qualche anno fa - una testimonianza “diretta e soggettiva”. Testimonianza che è apparsa nella terza edizione del libro, tradotta in tedesco alle pagine 141-145, che pubblichiamo nel te- sto originale in italiano. 30 Sette tedeschi, sette esseri umaniche ci aiutarono a sopravvivere sca, che in baracca mi aspet- tava la zuppa, che pure mio padre mi aspettava… se era ancora vivo. La signora dai capelli bian- chi mi disse allora che il suo nome era Bechmann che abi- tava a Rollestrasse 15, che voleva darmi da mangiare… «Bitte komme. vergiss ni- cht…» (vieni, non dimenti- care) anche domani… Il ma- rito annuiva. Raggiunsi il la- ger in un baleno, mangiai la mia zuppa, andai alle doc- ce, mi grattai un po’di spor- cizia dalla faccia e dal collo. L’indomani sera da Walper- sberg mi precipitai a Kahla, Rollestrasse 15. Frau Bech- mann e suo marito mi ac- colsero con un amorevole sorriso. Mangiai. Due giorni dopo stessa ope- razione… e poi di nuovo. Mio padre morì il dieci gen- naio, ma prima di morire eb- be la certezza che almeno per il momento io non sarei morto di fame. Fu, credo, la più grande gioia della sua vita. Gliela avevano data Karl e Anna Bechmann. Loro non si erano lasciati ro- botizzare. Avevano conser- vato il coraggio di avere pietà e di disubbidire a un regime che li voleva crudeli. I Bechmann stavano ri- schiando ma erano decisi a fare di tutto per salvarmi. Un giorno mi dissero « I vicini si sono accorti che vieni spesso qui… è pericoloso… per un paio di settimane non farti più vedere… vai da Frau Fanny Herzer, ti spetta, ho già parlato con sua figlia Rosemarie… ti daranno da mangiare loro… poi torna a trovarci…» Frau Herzer abitava a Bibraer Strasse con figlia e genitori. A due passi da Walpersberg, facile raggiungerla. Sapevano già tutto di me. A loro si unì frau Hannemann, vicina di casa e parente. Mangiavo da loro anche tre volte la settimana. Poi pre- si a fare la spola tra loro e i Bechmann. Il miracolo con- tinuava e io stavo fiorendo. Quando arrivarono gli ame- ricani ero un diciottenne dal- l’aspetto quasi normale. Nella baracca del lager, i miei compagni sopravvis- suti erano meno della metà, sembravano larve. Karl e Anna Bechmann, frau Hannemann, frau Herzer coi genitori e la figlia Rosemarie. Sette esseri umani che con- servarono il coraggio di re- stare umani in un periodo in cui ai tedeschi si chiedeva di essere inumani. Il mio giudizio su tutti i te- deschi è sempre stato con- dizionato da queste sole set- te persone. Il ricordo Il propulsore di una bomba a razzo V2 per cui veniva costruita la rampa di lancio dai detenuti a Kahla.

Quellen und Nachweise

  1. Furio Gabbrielli: Sette tedeschi, sette esseri umani che ci aiutarono a vivere, Triangolo Rosso, Juli 2002