Zeitzeugnis
Zeitzeugenaussage Liduino Zenobi
Vollständige, quellengetreue Transkription der bei ANPI veröffentlichten Kahla-bezogenen Aussage.
Forschungsstand dokumentiert
Forschungsdatensatz
Dokumentierte Angaben
- Person
- Liduino Zenobi
- Rolle
- Zwangsarbeiter / Zeitzeuge
- Ort
- Kahla / REIMAHG
- Zeitraum
- 1944–1945
- Herkunft
- Italien
Überlieferung und Kontext
INTERVISTA A LIDUINO ZENOBI nato a Tolentino il 10. 9. 1926 rastrellato a Tolentino nel
1944. Intervistato nel gennaio 2002 da alunni della V M con interventi dell’insegnante e del figlio.
Z. sta per Zenobi
Int. Per intervistatori.
Nel 1944 sono stato preso nella piazza di Tolentino e da lì sono stato portato a palazzo Morici in piazza
dell’Erbe (n.d.r. Palazzo Morici si trova attualmente in piazza Martiri di Montalto a Tolentino, allora
piazza dell’Erbe). Da lì sono fuggito e sono tornato a casa, ma il giorno dopo le stesse persone mi
hanno ripreso e riempito la faccia di schiaffi e mi hanno portato al campo di Sforzacosta. Io avevo
l’esonero: poiché lavoravo in azienda, noi non potevamo essere prelevati. A Sforzacosta una sera ci
hanno chiamato per nome e io pensavo che fosse per l’esonero e invece, quando mi hanno chiamato e
ho risposto all’appello, mi hanno fatto salire su un camion e ci hanno portato a Suzzara. A Suzzara ci
hanno fatti stare in una stalla per cavalli che era piena di balle di paglia. Per dormire quella notte
abbiamo sfasciato le balle di paglia e la mattina dopo ci hanno portati via. Ci hanno portato in
Germania in un paese di cui non ricordo il nome, ci hanno dato da mangiare alla stazione dove c’era un
montacarichi. Ci hanno dato una minestra e una fila, un filone di pane: però, senza esperienza,
purtroppo abbiamo buttato via tutto, piatto, il cucchiaio e anche il pane, perché non sapevamo quello
che sarebbe avvenuto dopo. Da quella stazione ci hanno portato a Kahla. A Kahla abbiamo dormito in
un “teatro”, c’erano letti a castelli separati e noi dormivamo lì. Poi ci hanno chiesto la professione di
noi: chi faceva il panettiere, chi l’elettricista, chi il meccanico, ognuno………. Io ho scelto ettricista e
ho fatto l’elettricista, però facendo questo e facendo quello. Ci ha distribuito ognuno al posto suo, c’ha
distribuito e infatti io ho fatto sette campi, cominciando dall’uno al sette e quindi ho fatto tutto
l’impianto della luce. Io con un altro. E c’era un capo operaio…c’aveva sopra a ottant’anni, un tedesco
e lui veniva e si metteva su una baracchetta, me dava gli ordini, quello che c’era da fare perché non
poteva camminare ( non se poteva tené) e detto questo e fatto tutti sti’ campi, un bel giorno siamo stati
a………… . In quel frattempo se vivea commerciando tabacco: si trovavano le cicche delle
sigarette, poi si metteva il tabacco su un pezzo di carta, si andava in cucina: “Do questo tabacco per una
minestra”. E c’era quello che lo comprava.
Dopo avevamo lo stato italiano che ci mandava le sigarette, il tabacco e quelle ci toccava tenercelo
addosso nascosto, poi quando era tutto finito a fine mese si cominciava a fare questi mucchietti di
tabacco, a venderlo per sopravvivere.
Dopo di ché, dopo 14, 15 mesi siamo stati tutti riuniti in un campo. Il lager 1 si chiamava. Stavamo tutti
riuniti lì e da lì è arrivato un ordine. Un mattino siamo partiti tutti, c’hanno portato via per circa 8
giorni, abbiamo camminato giorno e notte; come camminavi non occorreva domandare a qualcuno
dove eravamo passati, e chi scaricava una coperta, e chi scaricava una camicia: il soprappeso senza
mangià, capito? E uno ha preso un po’ di legna e ha acceso il fuoco, perché era freddo, beh, come ha
acceso è andato sopra un pino e gli ha sparato.
Poi abbiamo camminato e poi via via tutto un momento abbiamo pensato che non ce la facevamo più
ad andare avanti. Ci siamo nascosti sotto un tombino, sai che è un tombino, no? Quelli che passa
l’acqua sotto la strada. Ci siamo nascosti e, passati tutti, abbiamo visto una casa illuminata, siamo
andati lì a chiedere qualcosa da mangiare. Infatti c’erano due tedeschi col fucile. “ E mò qui ce
‘mmazza!” abbiamo pensato e invece hanno appoggiato il fucile è entrati là dentro hanno dato l’ordine
di darci da mangiare e c’ha dato delle patate. Patate bollite che loro i tedeschi le fanno bollire dentro
delle caldaie per pecore, maiali….loro tutti mangiavano, capito?
E ci ha dato da mangià e poi ci ha portato in una casa lì vicino, ch’h insegnato che c’erano dei russi
pure. Dei russi stavano a dormire lì; siamo stati lì. Di giorno si andava cattenne, cattenne, non so se
conosce la parola…
Int. Sì, sì : chiedere l’elemosina…..
Z. L’elemosina, esatto e andavamo due un giorno e due un altro. Un bel giorno abbiamo visto tornà
indietro quell’altri. Ma che è successo? Si vedeva una bandiera bianca. Purtroppo la gioventù, quando
si è piccoli non si capisce niente, oggi c’è la televisione, c’è un po’ tutto, c’è un po’ di addestramento.
E pur sapendo che quella era una resa e allora siamo andati sù, c’hanno tagliato i capelli, ci hanno
vestito, ecc…. c’hanno dato da mangiare e poi da lì io sono andato a lavorare co una cugina americana,
perché pensavo: a 35 chili che pesavo, vado a casa, non ce trovo nessuno, muoio il giorno dopo. Me so
messo un po’ in sesto e sono venuto via e nel frattempo, quando sono venuto via, sono arrivato fino a
Suzzara e lassù c’erano gli smistamenti che facea fa la contumacia, cioè ti tenevano una ventina di
giorni, un mese per vedere se eri malato, qualcosa. Capisci? E allora io ho sentito tutti quelli che: chi
venti giorni, chi un mese, chi un mese e mezzo che stava lì; io ho pigliato, sono andato verso la
stazione: c’avevo un po’ di sigarette, venia su uno della stazione, gliel’ho date e m’ha detto: “ passa
una tradotta de americani, tu te butti sul treno, sui vagoni, monti sul lì e va da quelle parti e infatti me
so svegliato a Fabriano. Ho pigliato, so sceso e so andato a dormire sui giardini, ho trovato una signora
che era stata a sevizio a Tolentino e mi ha portato casa. Mi ha fatto la pastasciutta e poi sono andato a
dormì ai giardini, perché non m’ha fatto dormì a casa sua: ero tutto sporco, erano 8 giorni che
camminavo. Da lì, il mattino sono andato a un posto di blocco, quelli dei carabinieri che stavano lì, e
ho rimediato un camioncino che veniva da queste parti e so’ arrivato fino al ponte de Mancinella e da lì
so’ tornato a casa.
Int. Adesso ti faccio un po’ di domande, perché ci servono dopo per il montaggio. Allora, come e
quando sei stato rastrellato?
Z. Quando?
Int. Quando fu preso? Se ce lo racconti di nuovo.
Z. Quando so stato rastrellato? Di nuovo?
Int. Adesso sono un po’ di domande specifiche , perché dopo a noi ci servono per fare a tutti queste
stesse domande e veder un pochino le differenze. Quindi adesso ci racconta solo quello che gli
chiediamo, solo quello.
Int. Solo quella giornata in cui è stato preso.
Z. Quella giornata so’ stato rastrellato qui piazza di Tolentino.
Figlio. Che stavi facendo in piazza di Tolentino?
Z. Niente, stavi lì così per sbaglio, è passati questi e me si è portati via.
Figlio. Come ha fatto a portati via? Racconta.
Z. E, beh te fa cuscì: “Vieni con me e via”, semo andati a palazzo Morici, piazza dell’Erbe, lo conosci
palazzo Morici? Piazza dell’Erbe? La conosci?
Z. Da lì ci ha messo tutti lì dentro, poi io so scappato via, so andato a casa, che abito a 20 metri. Il
giorno dopo m’ha trovato che stavo su un fruttivendolo.Non stavo lì, però m’ha visto lì. Tu come ci stai
quì? -M’ha detto-. Sapeva che il giorno prima m’aveva preso, m’ha riempito di botte in faccia e poi mi
ha portato a Sforzacosta.
Int. A che tipo di lavoro fu destinato a Kahla e come si svolgeva la sua giornata?
Z. Andavo a lavorà.
Int. Ogni quanto mangiavi?
Z. Mangiare. Mangiavi là. Te dava un rancio lì che era tutt’acqua. Mangiavi quello, purtroppo, dopo la
sera te dava, a pranzo la minestra te dava, la sera 200 grammi de pane, qualche volta un pezzetto de
margherina, una fetta de salame, ma non te se ricordava. E poi se andava dormì, il mattino se prendeva
il caffè. Faceva il caffè su un angolo del campo lì, una caldaia grossa e chi lo voleva andà lo prende, s’è
alzato su come se non fosse niente.
Int. A che ora ti facevano alzare la mattina?
Z. La mattina alle cinque; se non te alzavi passava con una callarella d’acqua e te la buttava sopra.
Prima passava e diceva: “Auste! (?)” in tedesco “Sveglia! Sveglia!” “Auste! Auste!”Poi passava
un’altra volta, chi non se alzava, via l’acqua sopra e quello era il sistema loro, era.
Poi sempre quello, se andava a lavorà in colonna, arrivato sul campo ognuno c’aveva il suo destino. Int
sapevo che doveo andà dal capo operaio mio, andavo lì. Me diceva il lavoro che dovevo fa, me
insegnava.
Int. Poi mentre lavorava era sorvegliato, oppure…?
Z. No, no, io no. Gli altri sì, gli altri sì, quelli che lavorava col piccone e la pala, li sorvegliava, però
Int. me dava, sai il capo mio: “Fa quello!”
Figlio. Chi era il capo tuo?
Z. Un vecchietto, Mish si chiamava.
Figlio. Un tedesco?
Z. S, Mish.
Figlio. C’aveva simpatia per te?
Z. Si, guarda che a pranzo lui la mattina me diceva sempre de non rubà. “Non gli a rubbà” me diceva,
capito?!. La mattina se portava due fettarelle de pane, per me pure me le portava, a mezzogiorno delle
volte lui pigliava la pasta e me la dava a me, me la dava però me diceva, voleva la fiducia mia che io
facevo il lavoro bene, capito?
Int. Ma lei faceva l’elettricista là?
Z. Sì, sì.
Int. Allora forse era per questo che la trattavano meglio, perché serviva, faceva dei lavori un po’ più….
Z. No, no, non era quello, siccome lui non poteva camminare più, era vecchietto, ci aveva sopra a
ottant’anni, veniva con un motorino. Veniva, se metteva a sedé lì, se metteva dentro la baracca e chi s’è
visto s’è visto. Capisci? Me dava a me l’ordine de fa questo e questo. Ma se io il lavoro mio, se era de
mezza giornata, a me non me controllava nessuno, se ce mettevo…. Capito?
Int. Quindi eri abbastanza fortunato da questo punto di vista.
Z. Certo! Riguardo a quello, sì. Perché lui non poteva, poveraccio. E loro c’aveva il compito suo, anche
loro, non se sbagli, de fa quello che dovea fa, eh! Se fidava de me ciecamente ed è stato un bene anche
mio. Io invece vidio quilli che lavorava con il piccone, la pala, ecc. e io stavo là dentro, stavo caldo,
avevo finito, magari….capito?. No, quella è stata una fortuna, forse l’unica. Dopo, quando stavi male,
te diceva: “Da, al lazaret . “ Era un ospedale da campo. Andavi là, te doleva la gola, te doleva la pancia,
te doleva le gambe . Tanto andavi lì, un cucchiaino de carbone, c’era…. come fosse caffè, caffè
macinato per fa il caffè. Un cucchiaio de quello, manco l’acqua te dava. Te la metteva sulla bocca e
via. Se trovavi l’acqua, beh! Se no…
La testa, quello che succedeva, succedeva. Tanto non c’era, e dopo quando uno stava male toccava a
soccorrersi da soli; la notte, la notte a soccorrersi da soli.
Int. Lei è stato mai male?
Z. Sì, ripeto, tutte le medicine era quelle, non ce andavi, perché sapevi che te toccava quello. Era inutile
che c’andavi, capisci?
Int. Però, in fondo, non ha avuto malattie gravi.
Z. No. Dopo c’ho avuto, ce n’ho avuta una che…. Un bel ricordo ancora ce l’ho….
Int. L’episodio che l’ha colpita di più?
Z. C’era un vecchietto che stava su una panca, diciamo letto, come lo vuoi chiamà e non poteva alzasse
più, perché lì se vai a lavorà, te dà un bollino per andà a mangià., se non ce vai fischi; allora ‘stu
poromu stava male e io dovevo andare a comprare la birra per questo. Però una volta m’ha preso che
andavo a comprare la birra a questo. M’ha preso, m’ha dato un calcio, m’ha dato un calcio dietro e mi
è rimaste le conseguenze e allora mi ha mandato a lavorà per colpa de quello. Per fa del bene a quello
m’ha mandato a lavorà e infatti, dopo, quello è morto. Dopo è morto, però se toccava a andà a lavorà,
uguale, eccome!
Int. Che vuol dire m’ha mandato a lavorare? Perché, non lavorava?
Z. No! Io, per colpa de quel vecchietto, m’ha dato un calcio dietro, m’ha preso su…….capisci? Ai
testicoli. E ce l’ho ancora presente. E da lì m’ha detto “domani vai a lavorare”(cerca di ripeterlo in
tedesco) E per colpa de quello m’ha mandato a lavorà anche se stavo male.
Int. Come è stato liberato? Dopo c’ha portato via da questo campo, stavamo al lager 1, stavamo. Noi
eravamo 7 campi, poi un bel giorno c’ha riunito tutti i 7 campi e c’ha portato al lager 1. Da lì abbiamo
camminato 8 giorni e 8 notti, abbiamo camminato ancora e ci siamo nascosti sotto un tombino, quelli
che ce passa l’acqua sotto le strade e da lì simo scappati fuori, imo chiesto aiuto, simo stati soccorsi,
dopo è venuta la liberazione, si andava chiedendo l’ elemosina; simo stati liberati, c’ha dato a mangià,
c’ha dato le medicine.
Int. Chi vi ha liberato?
Z.L’americani.
Int. Senta, non c’è nessun altro fatto, qualche botta, qualcosa di duro, di tanto duro che ha vissuto?
Z. Lo duro io non l’ho conosciuto granché.
[…] Riguardo al mangiare, io so so statu costretto, io come tutti, ad andà a prende il cavallo morto giù
lo scarico, strappallo con le mani e venderlo anche agli amici suoi (indica Colonnelli), perché la fame
era fame!
Int. Come l’avete trovato questo cavallo morto.
Z. C’era lo scarico, s’andava a vedé se c’era qualcosa de bono no?! Abbiamo trovato quello e anche a
Colonnelli, uno che sta qui, gliel’ho venduto anche a lui in cambio di qualcosa, so’ tutti particolari che
mentre racconti te vene fori. E anche a Pianciano, qua, c’è un altro che simo stati insieme.
Int. Di Tolentino eravate parecchi, si ricorda?
Z. Sì, sì, parecchi, 2 è morti e comunque niente, la storia!
Int. La liberazione, diceva, quando è avvenuta? Siete stati liberati a fine aprile, primi di maggio ’45…
Z. L’americani, ce l’avevo segnato, non mi ricordo, d’estate, comunque. Diciotto mesi siamo stati, no
una quindicina di mesi.
Int.(la prof.) Aprile ’44, maggio ’45. la guerra è finita in Germania i primi di maggio del ’45. Se poi
siete stati di più, questo non lo so.. Comunque lei è rientrato in Italia definitivamente? […]
Z. Ho una cartolina che ho spedito da Kahla, ho scritto alla famiglia, scrivendo che stavo bene, se me
potea mandà una fila de pane. Quella ce l’ho e l’ho presa dopo che so’ tornato io, vedi un po’!
Int. Si ricorda dopo quanto tempo l’ha scritta?
Z. Quasi subito.
Int. Quindi, maggio giugno.
Z. Subito, mancava una filetta di pane! Siccome una volta qui i militari chiedeva il pacco….
Int. Quale è stato il ricordo più bello di Khala e il ricordo più brutto?
Z. Già ho detto che che io so’ stato troppo bene con quel vecchietto. Ho avuto solo quella zampata
dietro. La fortuna mia è stata quel vecchietto, la salvezza mia, perché io entravo, lo andavo a trovà la
mattina, me dicea questo, quello e la sera magari gliava via, manco se facea vedé.
Int. Il ricordo più bello invece?
Z. Quando so’ venuto a casa
Int. Oppure, quando quella signora t’ha tirato quella fila di pane dalla finestra’(interviene il figlio)
Z. Ah! Quella m’è rimasta indietro. Io andavo chiedendo l’elemosina.
Int. Come l’elemosina? Quando? Finito di lavorare?
Z. No, no, feci un giorno festa, non andai a lavorà, a quelli non gliene importava niente!. Trovai un
paesetto, (la parola precisa è un paesetto vergine) che non c’era stato mai un italiano: erano tutti gentili,
chi ti dà una patata, chi due, chi un pezzetto di pane. Ho seguitato io a tortura’ ‘stu paesetto. Un bel
giorno c’era un falegname all’entrata de ‘stu paesetto e non me vorse fa entra. C’era un fiume che lo
circondava, io l’ho attraversato - era piccolo - e sono entrato dentro lu paese, ho seguitato a chiede
‘st’elemosina. Quando so’ scappato, m’ha visto questo; se l’è immaginata che io avevo fatto il giro per
entrà ma non m’ha detto niente. La prossima volta che so’ ritornato m’ha fatto entrà tranquillamente -
non era mezz’ora che stavo in giro per il paese - mi sento bussare alle spalle da un poliziotto con una
bicicletta. Mi fa prendere la bicicletta, caminimo. Lu vedo, quando va da quellu vecchiettu falegname.
“Dio, questu ha fatto lu ruffià” dico. M’ha portato là e gl’ha raccontato tutto. “Quando finisce la guerra
te vengo a trovà” - dissi al vecchio - (lo ripete anche in tedesco). Quellu ha detto al poliziotto che gli
avevo detto queste parole; m’ha messo in un angolo e me ne ha date tante, tante che manco se conta su
la faccia de botte, poi lui andava via, ha preso un’altra strada il poliziotto e io ne facevo un’altra. Tutto
ad un tratto mi sento chiamà. Allò, allò, su una finestra de una soffitta - pare un miracolo - quella di
nascosto l’ha fatto! M’ha buttato glio’ ‘na fila de pane cuscì, da quella finestrella ed io, strada facendo,
finchè non so’ riatu a casa, me l’ho pappata tutta. Però là non ce so’ potuto andà più. Quella è stata una
storia grossa eh?!
Il figlio torna a chiedere: “chi non t’ha fatto entrà, il falegname no?. Il padre racconta di nuovo
l’episodio per chiarire come il falegname lo aveva visto entrare in paese e non aveva detto niente la
prima volta, poi, continuando a vederlo, era andato dalla polizia.
Z. aggiunge: Quando andavi per strada trovavi persone che ti sputavano in faccia, però trovavi delle
persone che ti guardava e ti diceva “poru figliu !” (lo dice prima in tedesco) Perché il buono e il
cattivo è da tutte le parti!.
Io so’ stato anche in Argentina 14 anni; ho conosciuto un po’ di tutto tedeschi, russi, il mondo l’ho
visto!
Int. Che lavoro faceva, sempre l’elettricista?
Z. sì
Int. Lavorava per ditte?
Z. Sì, dopo, ho lavorato anche per conto mio. Ho messo su una fonderia di alluminio, avevo 7 operai,
m’ero piazzato bene.
Int. Quando è tornato?
Z. Nel ’64. Nel ’56 me poteo portà dai 14 ai 15 milioni, so’ tornato nel ’64 con 250.000 lire, la
svalutazione, come succede oggi…EVVIVA IL CAPITALISMO!
Int. Ha mai raccontato ai nipoti, parenti, la sua esperienza?
Z. Non t’ascolta! Oggi se lo dici, non glie dà peso!
Prof. Noi raccogliamo queste testimonianze proprio per questo, per loro giovani, perché certi ricordi
non vadano persi.
Z. Certo queste testimonianze è per loro, perché glie fa troppo bene a sapé. Oggi tutta televisione, tutto
rose. Dopo, la vita c’è da affrontarla!