Testimonianza
Testimonianza diretta di Sergio Mussone
Blocco di fonti riunite da rapporto di memoria e questionario su Rosengarten e REIMAHG.
Stato della ricerca documentato
Record di ricerca
Dati documentati
- Persona
- Sergio Mussone
- Ruolo
- Zwangsarbeiter
- Luogo
- Lager Rosengarten; Kahla
- Periodo
- 1944 bis April 1945
- Origine
- Italien
Tradizione documentaria e contesto
• Mussone, Sergio: La testimonianza allucinante di un ex deportato biellese, Sergio Mussone.
Reimahg: fabbrica della morte sulle pendici del Walpersberg [La testimonianza sconvolgente di un ex deportato biellese. REIMAHG: La fabbrica della morte sul pendio del Walpersberg], Parte 1, in: Baita, 20.06.1985 – 24.10.1985, trasmesso con l’aiuto dell’Associazione Nazionale Ex Internati (A.N.E.I.) [Associazione Nazionale degli ex internati].
• Mussone, Sergio: La testimonianza allucinante di un ex deportato biellese, Sergio Mussone.
Reimahg: fabbrica della morte sulle pendici del Walpersberg [La testimonianza sconvolgente di un ex deportato biellese. REIMAHG: La fabbrica della morte sul pendio del Walpersberg], Parte 2, in: Baita, 20.06.1985 – 24.10.1985, trasmesso con l’aiuto dell’Associazione Nazionale Ex Internati (A.N.E.I.) [Associazione Nazionale degli ex internati].
• Mussone, Sergio: A Rosengarten-Reimahg, lager nazista. Ogni alba poteva portare il giorno della condanna a morte [A Rosengarten-Reimahg, un campo nazista. Ogni alba poteva annunciare il giorno della condanna a morte], Parte 3, in: Baita, 20.06.1985 – 24.10.1985, trasmesso con l’aiuto dell’Associazione Nazionale Ex Internati (A.N.E.I.) [Associazione Nazionale degli ex internati].
• Mussone, Sergio: Drammatica testimonianza sui lager nazisti (2). Obbligato a mangiare a forza riacquistai la speranza di vivere [Testimonianza drammatica sui lager nazisti (2). Costretto a mangiare, ritrovai la speranza di vivere], Parte 4, in: Baita, 20.06.1985 – 24.10.1985, trasmesso con l’aiuto dell’Associazione Nazionale Ex Internati (A.N.E.I.) [Associazione Nazionale degli ex internati].
Primo articolo di giornale
(1) La testimonianza sconvolgente di un ex deportato di Vigliano Biellese
REIMAHG: La fabbrica della morte sul pendio del Walpersberg
Il complesso (del Reichsmarschall Hermann Göring) produceva aerei da caccia a reazione per la Luftwaffe nazista ed è diventato un vero e proprio campo di sterminio per 15.000 deportati provenienti da nove nazioni, inclusa l’Italia - Tre episodi di crudeltà inaudita: lavoro forzato in gallerie provvisorie - La "zuppa" [sic! Nota del traduttore] - Natale all’inferno.
Pubblicheremo una toccante testimonianza oculare sui campi di concentramento nazisti di SERGIO MUSSONE di Vigliano.
Il complesso REIMAHG (Reichsmarschall Hermann Göring) era una delle fabbriche più importanti per l’economia di guerra nazista. Qui venivano prodotti i primi aerei da caccia a reazione (ME 262 Schwalbe). A questo nome sono legati sfruttamento, oppressione e sterminio dei condannati al lavoro forzato. Ancora oggi si trovano sul pendio del Walpersberg e all’interno, vicino a Kahla, le rovine di questa fabbrica della morte, dove, oltre ai prigionieri del campo di sterminio di Buchenwald, lavoravano circa 15.000 deportati provenienti da nove nazioni (italiani, russi, belgi, francesi, olandesi, polacchi, slovacchi, jugoslavi e tedeschi antifascisti).
Gli italiani ebbero il maggior numero di vittime, soprattutto perché furono sottoposti a un trattamento particolarmente repressivo per ordine personale di Hitler.
Quasi tutti lavoravano alla costruzione e all’ampliamento delle gallerie, dove poi venivano allestiti i laboratori, e alla costruzione della pista di decollo per gli aerei, situata sul dorso del Walpersberg.
***
La REIMAHG era direttamente sotto il comando di FRITZ SAUKEL, responsabile di tutti gli internati del Reich, che fu impiccato in seguito alla sentenza del processo contro i criminali nazisti a Norimberga.
HERMANN GÖRING (Reichsmarschall, nella gerarchia subito sotto HITLER), il cui nome portavano i laboratori, visitava spesso il complesso per verificarne e aumentarne la produzione. Anche Göring fu condannato a morte per impiccagione a Norimberga, ma sfuggì alla forca togliendosi la vita con una capsula di cianuro.
***
Arrivai con il primo trasporto di lavoratori forzati stranieri nella tarda mattinata del 10.4.1944 dal campo di Erfurt a Kahla. Ero stato arrestato dalla polizia fascista italiana perché colpevole del reato di essermi rifiutato di obbedire all’ordine fascista di continuare la guerra, e poi inviato al lavoro forzato in Germania.
Vissi un anno e un giorno a Kahla, fino al crepuscolo dell’11.4.1945, quando gli internati del campo Rosengarten Kahla furono evacuati verso est.
Il 12 o 13 aprile 1944, una dozzina di italiani e io fummo i primi da Großeuterdorf a salire sul pendio del Walpersberg e abbattere una vecchia porta che conduceva ad alcune vecchie gallerie delle cave di pietra per la produzione di porcellana della zona. Non avrei mai pensato che in quel breve periodo di un anno in quelle gallerie e nei dintorni sarebbero morti circa 6.000 dei 15.000 deportati, cioè il 33% di quelli assegnati alla REIMAHG.
Racconterò tre episodi che ho vissuto personalmente: due riguardano la crudeltà, uno la comprensione e l’amore di una madre di Kahla.
***Verso la fine di giugno, il mio reparto lavorava nelle gallerie della REIHMAG al primo avanzamento centrale, la galleria n. 1. Vigeva una disciplina estremamente severa quando la SS arrivava sul posto di lavoro. Il nostro reparto del Rosengarten era il più anziano e con più esperienza con le pericolose frane che le gallerie presentavano; le frane non arrivavano sempre inaspettate (i lavori procedevano senza alcuna protezione contro gli incidenti), a volte si annunciavano con la caduta di ghiaia. Quando ciò accadeva, ci permettevano, insieme ai civili tedeschi sotto la loro sorveglianza, di evacuare le gallerie a rischio per esaminare più da vicino la caduta.
In una triste notte facemmo esplodere molte cariche di dinamite, molte più del solito, gli ordini venivano direttamente dalla SS. Erano già passate alcune ore che ci alternavamo senza alcuna interruzione al suono delle frustate mentre facevamo esplodere le cariche e rimuovevamo le macerie. L’esplosione simultanea di tante cariche nelle gallerie laterali fece tremare terribilmente gli incroci; fino alla galleria principale si staccarono piccoli sassi dai soffitti; alle nostre obiezioni che poteva accadere una catastrofe, non diedero la minima attenzione. Anche alcuni operai tedeschi si unirono a noi nel tentativo di far capire alla SS il pericolo a cui eravamo sottoposti.
La risposta della SS fu: sempre avanti e ancora più velocemente. Sotto i colpi della frusta proseguimmo il lavoro frenetico: una piccola galleria si aprì improvvisamente al soffitto, altre si aprirono parzialmente ai lati fino all’incrocio principale, ci furono molti feriti, ma quattro o cinque compagni furono sepolti da masse di roccia alte metri, i loro corpi furono schiacciati in poltiglia. Durante la fuga generale, a un ragazzo di 16 o 17 anni furono amputati i piedi tra un blocco di roccia e i binari della piccola carriola per il trasporto della pietra. Lo trascinai fino all’uscita della galleria, gli avvolsi i monconi delle gambe con alcuni stracci e, dopo aver ottenuto il permesso dalla SS, lo caricai sulle spalle e lo portai fino al suo campo.
Pioveva forte: più volte caddi con quel povero ragazzo, terrorizzato a morte, nel fango. Quando arrivammo alla sua baracca, eravamo due maschere, irriconoscibili per sangue e fango. Era ancora vivo. Ma al mattino, quando i suoi compagni arrivarono al campo, non c’era più e non si seppe mai più nulla di lui.
Tutto questo fu solo colpa dei fascisti aguzzini della SS.
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Fine della prima parte - Seguirà nella prossima edizione
Secondo articolo di giornale
2)
La sconvolgente testimonianza di un ex deportato di Vigliano Biellese
REIMAHG: La fabbrica della morte sul pendio del monte Walpersberg
“Sotto i colpi di frusta ci spinsero in un cortile stretto” - “Ci lasciarono fuori al freddo della notte” - “Nei giorni seguenti il numero delle vittime aumentò improvvisamente” - “Il cuore di una madre, una delle milioni di madri in Europa”
Una sera verso metà gennaio, mentre la fame si faceva sempre più evidente e con il freddo i più deboli tra noi morivano come mosche, fummo convocati nel campo Rosengarten per una razione supplementare. Era stato atteso l’arrivo di un treno con nuovi internati, e poiché questo non era arrivato, la “zuppa” destinata a loro doveva essere assegnata a noi. Sarebbe stata una festa, una ciotola di “zuppa” in più poteva significare la vita per i più deboli.
Ci mettemmo in fila per la distribuzione della zuppa. Io stavo alla fine della fila e non ho mai saputo cosa fosse successo tra i primi, quelli vicino alla cucina. Sentii solo urla e imprecazioni in tedesco, che non meritavamo la “zuppa” ma solo colpi. La polizia, incaricata della nostra sorveglianza nel campo, si scagliò contro la fila e ci spinse con colpi di frusta in un cortile stretto, che si trova ancora oggi a sinistra del Rosengarten. Faceva freddo, i colpi cessarono, la polizia si ritirò e improvvisamente ci sommerse con una vera e propria inondazione d’acqua: con pompe ci spruzzarono per un quarto d’ora, gran parte di quelli rimasti vicino alla cucina, circa 50 persone, erano completamente bagnati. Ci lasciarono fuori al freddo della notte per più di un’ora.
Nei giorni seguenti il numero delle vittime aumentò improvvisamente. La perfidia dei più crudeli nazifascisti, responsabili della nostra sorveglianza, fu l’unica causa di queste morti innocenti.
***
Nel campo Rosengarten solo tre o quattro prigionieri parlavano abbastanza tedesco da capire qualcosa e farsi capire nella loro lingua, e neanche molto bene, tra cui l’autore.
Verso la fine di ottobre, grazie al poco tedesco che sapevo, alla REIMAHG ricevetti l’incarico di riordinare gli attrezzi nel magazzino alla fine del turno. Spesso dovevo restare nelle gallerie dopo che i miei compagni avevano già iniziato il ritorno in fila verso Kahla. Così potevo entrare nel campo da solo con un permesso speciale.
La sera della vigilia di Natale 1944, mi trascinai stanco e gelato con i miei zoccoli di legno, pensando ai miei cari, all’Italia e alla guerra che non finiva mai.
Quando raggiunsi le prime case di Kahla, sentii una dolce voce femminile chiamarmi: “Italiano, vieni qui”.
Rimasi come inchiodato, non si era mai trattato con tanta gentilezza...Tedesco mi chiamò. Una donna di circa cinquant’anni stava sulla sua porta e mi fece segno con la mano di avvicinarmi silenziosamente.
Quando fui vicino a lei, disse: "Ti sento passare così spesso la sera con i tuoi zoccoli di legno; ho un figlio della tua età, è soldato in Italia. Dopo la battaglia di Cassino non ho più avuto sue notizie. Domani è Natale, questo è il pezzo di torta che gli spetterebbe se fosse qui, a casa sua. Spero che sia ancora vivo e che qualcuno in Italia possa aiutarlo, come io vorrei aiutarti."
Nascose un pacchetto sotto il mio mantello e mentre mi accarezzava il viso, disse: "Sparisci subito, non dire una parola a nessuno, la polizia potrebbe vederci o venire a sapere qualcosa."
Arrivato al campo, aprii il pacchetto: dentro c’era un bel pezzo grande di torta di mele. Lo condivisi con il mio compagno di stanza, non gli dissi da dove venisse, ma solo che anche a Kahla c’erano persone che ci erano benevole. Grazie a questa madre anche noi festeggiammo il Natale.
Non rividi mai più quella donna, per quanto la cercassi quando passavo davanti a casa sua. Ma il ricordo di lei mi è rimasto indimenticabile. La sua voce la sento ancora come quella sera nell’anno triste del 1944. Dopo mesi di sofferenza una voce consolante mi diede la certezza che molti lavoratori tedeschi conoscevano le nostre pene e si sentivano vicini a noi.
Era stato il cuore di una madre a parlarmi, una delle milioni di madri in tutta Europa a cui la furia distruttiva del nazifascismo aveva strappato i figli per disperderli ovunque e distruggerli nel fuoco della guerra più crudele che il mondo abbia mai visto.
Non ti dimenticherò mai, cara madre sconosciuta di Kahla.
Terzo articolo di giornale
(3) Nel Rosengarten-REIMAHG, un campo di concentramento nazionalsocialista, valeva:
Ogni alba poteva annunciare il giorno della condanna a morte
Drammatica testimonianza oculare di un cittadino di Vigliano sulle sue esperienze nei campi di concentramento nazionalsocialisti durante la Seconda guerra mondiale.
Pubblichiamo questa drammatica testimonianza oculare, in cui Sergio Mussone di Vigliano ricorda alcune vicende della vita degli internati nel campo di concentramento tedesco REIMAHG a Kahla durante la Seconda guerra mondiale e sulla repressione nazionalsocialista.
Per gli italiani internati a Rosengarten non tutti i giorni erano uguali.
Ma si poteva capire al risveglio dal richiamo "Alzatevi" e dal fischio straziante delle guardie cosa poteva succedere durante la giornata.
Alcuni rari giorni trascorrevano nella massima tranquillità, invece delle percosse per i ritardi si veniva solo leggermente spinti. In altri giorni bastava essere un po’ zelanti per evitare il peggio. Ma a volte il "Alzatevi" diventava un grido di rabbia e odio, accanto ai fischi strazianti si sentivano bastonate sui letti dei compagni di stanza o sui corpi di chi non si era ancora alzato, a cui si aggiungeva l’abbaiare selvaggio dei cani che accompagnavano i poliziotti.
Chi riusciva, mezzo vestito, a raggiungere di corsa le uscite del luogo e si schierava per l’appello in cinque file sulla piazza. Qualcuno doveva naturalmente essere l’ultimo e inevitabilmente erano sempre gli stessi: i più deboli e i più esausti dalla fame.
Questi sventurati, oltre alle bastonate che dovevano subire all’interno del campo, venivano accolti alle porte che conducevano nel cortile con il suono di assi (resti di vecchie casse di imballaggio) che venivano spezzate sulla loro schiena come rami sottili.
Ma la punizione peggiore la ricevevano questi perduti alla distribuzione dei gettoni per la razione giornaliera di cibo.
Purtroppo erano sempre gli stessi a essere in ritardo, la loro esaustione veniva fraintesa dagli SS di turno e interpretata come sabotaggio, e per quel giorno non avrebbero ricevuto i gettoni per il cibo. La loro condanna a morte era così pronunciata. In breve tempo questi poveri ragazzi non sarebbero più riusciti a sollevarsi dal loro giaciglio al richiamo "Alzatevi", la morte per fame e stanchezza li avrebbe portati via dal mondo dei vivi. Questo accadeva al REIMAHG soprattutto durante i frequenti controlli, quando qualcuno non si presentava all’appello o veniva giudicato da qualche comandante nazifascista troppo inefficace nel suo lavoro.
Come già detto, non tutti i giorni erano uguali, molto dipendeva dall’umore con cui il capo campo si svegliava, altre volte dal grado di crudeltà degli SS di turno o da un sorvegliante fanatico nel lavoro, che per eccesso di zelo era nazifascista (per nostra fortuna ce n’erano pochi di questi ultimi).
La maggior parte dei decessi era causata da esaurimento dovuto alla fame.
Per essere esentati dal servizio di lavoro e poter accedere all’infermeria bisognava avere febbre, fratture o gravi ferite, tutto il resto non veniva riconosciuto. Chi quindi cominciava a morire di fame non aveva più speranza di uscire, la sua condanna a morte era pronunciata e definitiva.
A questi sventurati veniva data assistenza, o meglio venivano trascinati al lavoro da compagni più forti, nella speranza che si riprendessero; spesso imploravano di essere lasciati al loro destino, affinché la morte arrivasse prima e li liberasse dalle sofferenze disumane che non erano più in grado di sopportare. Quasi mai si riprendevano, la morte arrivava per loro come una liberazione.
Da gennaio 1945 nel Rosengarten si verificavano ogni giorno decessi per fame. Ormai eravamo tutti affetti da un grado più o meno elevato di malnutrizione. A metà febbraio presi improvvisamente il tifo, credevo che anche per me fosse giunta l’ultima ora; forse però fu anche la mia salvezza.
Fui ricoverato nell’ospedale da campo di Hummelshain.
Su un camion, in mezzo a sacchi di vario contenuto, avevo più di 40° di febbre.
Sergio Mussone
(Continua nel prossimo numero)
Didascalia: Il campo secondo un disegno di un bambino deportato da Theresienstadt.
Quarto articolo di giornale
(4) Drammatica testimonianza oculare sui campi di concentramento nazionalsocialisti (2)
Costretto a mangiare, ritrovai la voglia di vivere
Le esperienze di Sergio Mussone di Vigliano nei campi di concentramento in Germania durante la Seconda guerra mondiale.Dopo essere stato scaricato a Hummelshain, mi hanno messo sotto una doccia, mi hanno sottoposto a una disinfezione approfondita (eravamo tutti coperti di pidocchi), mi hanno fatto indossare un camice piuttosto lungo e ruvido e mi hanno portato in una baracca, dove sono rimasto l’unico italiano per tutto il tempo, gli altri erano tutti belgi o francesi.
Quando mi sono guardato intorno, ho quasi avuto la certezza che non sarei vissuto a lungo, tutti i pazienti erano solo spettri umani. Non passava giorno senza che alcuni pazienti venissero portati via come cadaveri.
Nonostante tutto, ho continuato a vivere.
Incoraggiato da una dottoressa russa e costretto da lei a mangiare anche il poco brodo destinato a coloro che sarebbero morti presto, ho ripreso la speranza di sopravvivere.
Durante il mio soggiorno ho stretto amicizia con due infermiere molto giovani della Croce Rossa tedesca. Queste due giovani ragazze e la dottoressa russa mi sembravano tre angeli. Il loro aiuto, i loro incoraggiamenti, la loro comprensione non potrò mai dimenticarli.
Nel frattempo non mi veniva in mente che a Kahla ci fossero orribili uomini delle SS e spietati nazisti fascisti che, su ordine dei loro comandanti fascisti, ci avevano ridotti a scheletri viventi. Mentre qui queste due coraggiose giovani infermiere tedesche facevano tutto il possibile per alleviare le nostre sofferenze e darci molta speranza che un giorno avremmo riabbracciato i nostri cari e rivisto la nostra patria.
Proprio lentamente, come la febbre spariva, io riprendevo forza, erano gli ultimi giorni di marzo.
Una mattina alle sei, durante la visita quotidiana, mi fu detto che entro un’ora dovevo lasciare l’ospedale da campo per tornare a Kahla. Erano passati più di 40 giorni senza che avessi lasciato la grande stanza, fuori c’era una leggera nevicata. Chiesi se sarei stato riportato indietro con il camion, mi dissero che avrei dovuto tornare a piedi, che dovevo prepararmi, non importava a che ora sarei arrivato a Kahla, dovevo solo esserci prima del calar della notte, sano e salvo. Mi diedero vestiti di soldati di varie origini. Prima di lasciare Hummelshain le due giovani infermiere vennero da me e mi augurarono buona fortuna, e soprattutto mi dissero di essere di buon umore, di non lasciarmi abbattere e di tirarmi su, mi diedero un piccolo fagotto che conteneva pane, burro e marmellata, era da mesi che non vedevo una tale abbondanza.
Mi misi in cammino verso Kahla, un freddo pungente e la nevicata persistente mi fecero dubitare se ce l’avrei fatta fino a Rosengarten, la paura di possibili uomini delle SS che avrei potuto incontrare per strada con intenzioni sconosciute nei miei confronti non facilitava certo il cammino. La volontà di rivedere i miei cari in Italia e i due visi sorridenti delle due infermiere della Croce Rossa tedesca che mi avevano tanto aiutato nell’ospedale da campo di Hummelshain mi vennero in aiuto.
Nel frattempo il sole ricominciò a splendere. Prima del tramonto raggiunsi la stazione sanitaria di Rosengarten.
Dopo due settimane e non poche esperienze estenuanti arrivò la mattina della liberazione!
Sergio Mussone
Didascalia: Disegno di un bambino prigioniero a Theresienstadt.
• Mussone, Sergio, questionario trasmesso con l’aiuto dell’Associazione Nazionale Ex Internati (A.N.E.I.) [Associazione Nazionale degli ex Internati].
1. Lettera di Sergio Mussone, inviata tramite l’A.N.E.I.
Lettera di Sergio Mussone
Vigliano Biellese, 19.7.2007
Io, il sottoscritto SERGIO MUSSONE, ex internato nel complesso industriale aeronautico REIMAHG, situato a Kahla in Turingia, consegno alla redazione di "Noi del Lager" ("Noi eravamo nel campo") i miei ricordi allo scopo di poter rispondere al ricercatore tedesco Marc Bartuschka dell’Università di Jena, che ha fatto una richiesta in merito.
Si tratta di quattro copie dei miei testi pubblicati su un giornale di qualche anno fa.
Nella speranza che possano essere utili affinché i giovani non dimentichino.
Con i più cordiali saluti,
SERGIO MUSSONE
Sergio Mussone
Via della Spanna, 1
13856 VIGLIANO BIELLESE (BI)
Caro signor Bartuschka,
la saluto e spero di poter rispondere alle sue domande nel miglior modo possibile.
Mi ha fatto molto piacere che lei si interessi ai miei ricordi di ciò che ho vissuto nel suo paese.
La Germania ha sempre esercitato su di me un forte richiamo storico. Sono sempre tornato finché la mia salute me lo ha permesso. Ho sempre trovato grande cordialità e amicizia e ho potuto constatare la rapida e significativa ripresa dai disordini della guerra.
Quanti anni ha, se posso chiedere?
Ricorderò sempre l’aiuto che mi è stato dato da civili e dalla popolazione tedesca al mio ritorno in Italia.
La prego di inviarmi una copia del suo lavoro di ricerca quando sarà completato. Gli ex prigionieri del campo “Rosengarten” non sapevano assolutamente nulla degli altri campi o delle altre sedi di lavoro della REIMAHG. Cosa sa lei a riguardo? Mi farebbe piacere se le mie attuali informazioni rimanessero a lei per la sua ricerca.
Distinti saluti,
Sergio Mussone
via della Spanna 1
13856 Vigliano Biellese BI
Italia
29.11.2007
Le risposte del signor Mussone al questionario:
1. Il giornale in cui sono stati pubblicati i miei articoli si chiamava “Baita”, un settimanale pubblicato a Vigliano Biellese e in Valsesiano. Ormai non esiste più da diversi anni. I miei articoli sono stati pubblicati in quattro numeri tra il 20.06.1985 e il 24.10.1985.
2. La deportazione iniziò a Milano e passò per Erfurt e Kahla. Le circostanze erano normali per l’epoca.
3. Non ricordo esattamente cosa veniva dato per i due pasti giornalieri nel campo, né la quantità della razione giornaliera. Ricordo solo che col tempo tutto diminuiva e le razioni diventavano sempre più piccole e scarse.
4. Se era davvero urgente, venivano distribuite coperte e vestiti. Il loro stato era conforme all’epoca. Non c’era modo di lavare i propri vestiti.
5. Le guardie usavano la violenza solo raramente.
6. Le guardie nel campo “Rosengarten” e sul lavoro erano tutte tedesche.
7. Sì, ho lavorato anche con persone di altre nazionalità: russi e francesi. I russi sembravano persone povere ma di buon cuore. I francesi apparivano un po’ presuntuosi.8. Sì, avevo l'impressione che i russi e noi italiani fossimo trattati peggio di tutti. Anche il tipo di lavoro era diverso. Chi era responsabile della costruzione della pista di decollo sul Walpersberg veniva trattato peggio rispetto ai costruttori di tunnel.
9. Sì, ci pagavano un certo salario. Era sufficiente per comprarsi qualcosa. Tuttavia, nel campo c'era poco da comprare.
10. Tra noi prigionieri e la popolazione praticamente non avveniva alcun commercio. Durante i primi due mesi della nostra prigionia, alcuni di noi, me compreso, lavoravano per qualche ora presso i contadini della zona. Ci pagavano in natura o con altre cose utili.
11. La maggior parte dei tedeschi reagiva con indifferenza. Ho raramente assistito a violenze.
12. Sì, sono stato testimone di violenze da parte delle guardie in altre occasioni, ma ormai ho dimenticato i dettagli.
13. Tra noi italiani del “Rosengarten” c’era un forte senso di solidarietà. Il pericolo di essere traditi dai compagni di prigionia era minimo.
14. Nei primi due mesi ci furono pochi tentativi di fuga. Chi veniva catturato, per quanto ne so, veniva legato a un palo con le mani alzate per un’intera giornata e poi portato al campo “O”, dove regnava una disciplina ferrea e si veniva picchiati durante il lavoro. Pochi tornarono dal campo “O”.
15. Nel “Rosengarten” ci furono tentativi di reclutare prigionieri come soldati per la Germania, ma il risultato fu molto scarso.
16. Per fortuna ho trascorso gli ultimi circa 40 giorni con il tifo nell’ospedale da campo di Hummelshain, presumibilmente su iniziativa di un vecchio maresciallo della Croce Rossa tedesca che lavorava nella stazione medica del cantiere. Una mattina verso le sei mi dissero che dovevo tornare da solo al “Rosengarten”. Ero preoccupato perché mi sentivo ancora molto debole. Chiesi come avrei fatto a percorrere da solo i dieci, dodici chilometri a piedi. Mi risposero che avevo tutto il giorno a disposizione (cfr. il mio resoconto sul giornale riguardo alle due infermiere). Ce l’ho fatta. Le condizioni al “Rosengarten” erano cambiate radicalmente, i prigionieri erano completamente esausti, mezzi affamati e molti erano malati, non pochi già morti. Vedi anche le liste dei malati.
17. No. (Domanda su evacuazione violenta)
18. I civili italiani internati a Kahla furono evacuati dalla valle di Bleiloch in una colonna di circa 3.000 lavoratori, per la maggior parte italiani. Il secondo giorno, durante la marcia al crepuscolo, fummo attaccati da caccia bombardieri americani proprio nel momento in cui arrivava un camion dell’esercito tedesco da cui dovevano distribuirci del pane. Molti di noi furono colpiti. Approfittai del caos e fuggii dalla colonna nel bosco. Dopo circa mezz’ora incontrai due compagni con cui ero già amico nel campo: restammo insieme fino all’arrivo in Italia. Per due giorni camminammo attraverso i boschi verso sud e ci avvicinammo solo occasionalmente alle case dei contadini per chiedere qualcosa da mangiare. Fummo sempre accolti con gentilezza. Il terzo giorno incontrammo un convoglio di civili tedeschi, tutte donne anziane e bambini. Ci unimmo a loro e cercammo di aiutare chi stava peggio di noi. Stavano andando a Saalfeld. Dopo un giorno li lasciammo e ci dirigemmo verso Hof. Avevamo già visto i primi veicoli corazzati americani, la liberazione era arrivata! Il mio stato di salute era abbastanza buono rispetto a tutti gli altri del “Rosengarten”. Questo era solo il risultato della mia malattia tifoidea e del tempo di recupero nell’ospedale di Hummelshain, dato che in quel periodo non dovevo lavorare e il poco cibo che ricevevamo in ospedale era sicuramente migliore del rancio al “Rosengarten”.
19. No. (Conoscenti o parenti nel campo, morti tra questi)
20. La liberazione da parte degli americani fu piuttosto caotica, almeno in Turingia, dove mi trovavo allora. Nei primi uno o due giorni non si vedevano più civili tedeschi per strada. Poi ricomparvero le prime donne e bambini, ai quali gli americani lanciavano cibo e dolci. I tedeschi si comportarono con grande dignità. Sembravano convinti che presto le cose sarebbero migliorate per loro.
21. No. (Arresto di guardie)
22. Il 16 giugno 1945 tornai nella mia città natale Biella, a 70 km a nord di Torino, che fortunatamente non era stata bombardata. Finalmente potei riabbracciare la mia famiglia, che godeva di ottima salute.
Vigliano Biellese, 3.7.2008
Egregio Signor Bartuschka,
Rispondo con un certo ritardo alla Sua lettera dell’11 febbraio, dovuto ai fascicoli che mi ha inviato; grazie a essi ho appreso di una realtà che conoscevo solo in parte.
Sebbene appartenessi al primo gruppo di circa 20 italiani destinati alla REIMAHG di Kahla e avessimo goduto per un breve periodo di tanta libertà da poter anche andare a piedi nel centro di Kahla, non ho mai saputo che lì vivevano già altri italiani, che esisteva il “Thüringer Hof”, che forse ospitava italiani che avevano lavorato in Germania prima della caduta dell’Italia fascista. Sapevo degli altri campi vicino al Walpersberg e al Leubengrund. Ho sempre vissuto nel campo “Rosengarten”, dal pomeriggio dell’11 aprile 1944 fino alla sera dell’11 aprile 1945, giorno dell’evacuazione, escluso il periodo in cui fui curato per il tifo a Hummelshain.
Da quanto mi ha inviato ho appreso molto su come stavano gli altri...I detenuti internati nei lager venivano trattati molto più severamente e crudelmente rispetto a noi nel lager Rosengarten.
Credo che ciò fosse dovuto alla grande vicinanza al centro di Kahla.
Noi del lager Rosengarten lavoravamo sempre nei tunnel, che dovevano essere ampliati o nelle loro vicinanze; per lo più avevamo contatti con qualche piccolo gruppo di russi, mentre non conoscevamo affatto gli internati degli altri lager.
Grazie per il vostro interesse per la mia salute. Purtroppo è peggiorata un po’ negli ultimi mesi, sono completamente sordo da 30 anni e ora soffro di una sindrome di Meniere bilaterale, quindi non sono più in grado di camminare da solo. Ho 85 anni e non posso lamentarmi, soprattutto perché mia moglie mi aiuta e si prende cura di me, è molto capace e fortunatamente gode di buona salute.
Se desiderate farmi altre domande, sarò lieto di rispondervi.
Vi ringrazio di tutto e vi saluto cordialmente.
Allego una foto che ho scattato; mostra le montagne e il paesaggio dove sono nato.
Sergio Mussone
Lettera di Sergio Mussone
Vigliano Biellese; 25.7.2008
Caro signor Bartuschka,
Le rispondo alle quattro domande che mi ha posto nella lettera, che mi ha fatto molto piacere ricevere:
1) Ricordo che il capo del lager Rosengarten nei primi due mesi della nostra prigionia era molto tollerante riguardo alla disciplina che si aspettava da noi, ma col tempo e dopo l’attentato a Hitler divenne più severo e meno indulgente.
2) Sì, all’interno del lager c’era un mercato nero, si commerciava con ogni tipo di cose, ma io evitavo di parteciparvi.
3) Dopo una marcia di due giorni, durante la quale ci eravamo nutriti di erbe e avevamo bevuto l’acqua dalle pozzanghere, la lunga colonna di evacuati dal “Rosengarten” e da altri lager fu fatta fermare vicino a una grande area libera e da un camion militare dovevano distribuire a ciascuno un pezzo di pane. Appena ricevuta la distribuzione, fummo attaccati da caccia bombardieri americani che volavano a bassa quota. Un giovane soldato tedesco mi trascinò con sé in un profondo fossato laterale, i proiettili volavano a due metri da noi. Nel tumulto generale che regnava nella colonna, pensavo solo a fuggire, non ho nemmeno ringraziato quel giovane soldato tedesco che forse mi ha salvato la vita.
Nei primi giorni della nostra marcia ho visto alcune guardie tedesche picchiare prigionieri esausti, forse li uccidevano anche.
Devo però dire che altri, seppur pochi, ci incoraggiavano e ci aiutavano per quanto potevano (ma non potevano fare molto).
4) Non ho mai avuto contatti con la Gioventù Hitleriana.
Purtroppo la mia salute non è migliorata, un giorno sto abbastanza bene, il giorno dopo peggio, la mia malattia non è curabile.
Mia moglie ricambia i vostri cordiali saluti. Anch’io vi saluto cordialmente e vi auguro ogni bene.
Sergio Mussone
Saale-Holzland-Kreis
Landratsamt
Archivio del Circondario
Colonia giovanile Hummelshain
Estratto della lettera di Sergio Mussone, Via per Ronco 27 – Vigliano Biellese, 16 ott. 1979
Caro Manfred!
…Sono arrivato a Kahla il 10.4.1944 con il primo gruppo di deportati italiani. Nel marzo 1945 mi ammalai di tifo e fui ricoverato nell’ospedale di Hummelshain. Il soggiorno a Hummelshain fu molto più piacevole che a Kahla. Lì dovevamo lavorare forzatamente nei tunnel della REIMAHG a Grosseutersdorf. Ogni giorno morivano i malati in ospedale, ma si voleva comunque restare lì il più a lungo possibile per non dover tornare alla REIMAHG. Da lì infatti, anche per una lieve infrazione della disciplina, si veniva mandati al lavoro forzato a Buchenwald, dove gli internati venivano notoriamente eliminati.
Estratto della lettera di Sergio Mussone, Via per Ronco 27 – Vigliano Biellese, 29.12.1979
Caro Manfred!
…Durante il mio soggiorno a Kahla ho potuto constatare che molte donne, uomini e soldati tedeschi non avevano nulla a che fare con il nazismo e con le SS e a questo proposito posso raccontarti cosa mi è successo a Natale 1944. Già allora parlavo un po’ di tedesco; allora eravamo solo tre italiani su 700-750 nel lager di Kahla a parlare un po’ di tedesco. Per questo fui impiegato nel magazzino degli attrezzi e a volte dovevo lavorare un’ora in più degli altri per mettere in ordine gli attrezzi. Spesso quindi non tornavo in fila con gli altri a Kahla, ma un po’ più tardi, da solo. Una sera, mentre ero da solo sulla strada per Kahla, sentii una voce femminile che mi chiamava piano e mi diceva: “Tu, italiano, vieni, prendi questa torta di mele. È Natale! Mio figlio è soldato in Italia, è stato a Montecassino e dopo i duri combattimenti lì sotto non ho più avuto sue notizie. Forse troverà anche lui una buona persona che lo aiuti, se è ancora vivo. Nascondi la torta sotto il mantello e sparisci prima che la polizia ci veda!” La donna mi accarezzò teneramente e mi augurò buona fortuna.
…Scrive che durante la sua visita a Kahla quattro anni fa ha cercato (purtroppo invano) di trovare la piccola casa dove allora abitava per rivederla e forse rivedere suo figlio. Ha rivisto altri tedeschi che allora erano stati gentili con lui e lo avevano aiutato con piccole cose (naturalmente non potevano fare molto per noi).
Fonti e riferimenti
- Fragebogen und Erinnerungsbericht Sergio Mussone im Quellenbestand Zwangsarbeiter