Testimonianza
Testimonianza diretta di Giambattista Boldrini
Trascrizione completa e fedele alla fonte della testimonianza relativa a Kahla pubblicata dall'ANPI.
Stato della ricerca documentato
Record di ricerca
Dati documentati
- Persona
- Giambattista Boldrini
- Ruolo
- Zwangsarbeiter / Zeitzeuge
- Luogo
- Kahla / REIMAHG
- Periodo
- 1944–1945
- Origine
- Italien
Tradizione documentaria e contesto
1
Boldrini Giambattista nato a Matelica nel 1926 rastrellato a Matelica maggio 1944
Nella primavera del ’44 ci hanno portato a Sforzacosta, dopo alcuni giorni a Firenze, piazza S.Maria
Novella, sequestrati, senza poter uscire, con le guardie. Io non avevo ancora 18 anni, senza aver
fatto niente a nessuno. Poi ci hanno portato a Suzzara, in provincia di Mantova e ci hanno riaperto a
Innsbruck. Ci siamo ritrovati vicino Monaco, vicino un campo de russi che sembrava un branco de
cani affamati. Dopo alcuni giorni ci hanno portato in un piccolo teatrino a Niedercross. Da lì, ogni
giorno ci si alzava alle tre, dopo aver fatto il bagno, le pulizie, in 108 con un solo rubinetto,
facevamo 3 Km a piedi, 6 con un treno, altri 4 a piedi per arrivare a Kahla, questo mattina e sera.
A Kahla c’erano gli inizi dei campi dove dovevamo abitare noi, ma per un mese e mezzo abbiamo
fatto avanti e indietro. Lì erano iniziati i lavori della V1 e V2, apparecchi ad aria compressa
radiocomandati. Scaricavano pezzi tutti i giorni e li portavano dentro i capannoni all’ingresso delle
gallerie, poi dopo 1 mese, 2 mesi partivano 2 o tre apparecchi a giorno. Lì eravamo 25.000 stranieri
mescolati nel lavoro in tutti i sensi, polacchi, ungheresi, ucraini, belgi, olandesi, cecoslovacchi,
russi, prigionieri di tutte le nazionalità; dopo un po’ di tempo c’è stato lo smistamento: io mi sono
ritrovato con amici di Matelica e altre persone anziane, un vicino era un bolognese, un altro un
milanese. Arrivato l’inverno, a metà dicembre ha fatto un po’ di neve, s’è gelata, è rimasta per 20
giorni, per le strade si camminava a scivoloni coi piedi mezzi nudi, ce dava a mezzogiorno un
litro de zuppa, ce potei trovà qualche carota, una foglia de cavolo, brodo di rape; la sera pane
nero, una volta 2 etti, una 3, una volta 4, era meglio quello per gli animali. Nel nostro campo
di 1000 persone, in media morivano 8 persone al giorno, e questo fino a primavera, verso
marzo è tornata un po’ d’aria buona, un po’ meglio, ma i bombardamenti erano continui, bisognava
andare nei rifugi: c’erano le donne coi figli piccoli, anziani, di tutte le razze; è stato un periodo che
nessuno può descrivere se non l’ha visto e se l’ha visto, meglio non ricordarlo. Il 4 aprile siamo stati
liberati dagli americani, dopo siamo partiti una sera in colonna, una colonna di tutti i campi del
circondario, che ce portava verso l’interno perché arrivavano gli americani: in piena notte io e 7
amici abbiamo disertato la fila, siamo riusciti a entrà in un boscu in una curva perché c’erano le SS
e la Wermacht che camminava avanti e indietro co’ le pistole e li mitra spianati. Ci siamo rifugiati
in una pineta, ci siamo internati per qualche Km e non c’ha trovato più, poi c’era anche li cani
poliziotti che controllava; per 2 giorni siamo stati sotto l’artiglieria tedesca e i mitragliamenti
americani; una mattina, verso metà aprile, ci siamo trovati davanti una colonna americana, noi
eravamo nascosti nei cespugli, accortisi che ci stava a distanza, gli americani ci hanno spianato i
mezzi pesanti per annientarci, abbiamo alzato le mani, che c’era uno che aveva letto su un giornale,
su un libro, che bisognava alzà le mà o mettese una fascia bianca su un braccio, ci siamo capiti. Ci
hanno accolto, c’era certi americani che parlava napoletano, ci ha messo nelle sue camionette e
portato a Holstein, chi non aveva 21 anni, li ha messi 2 per famiglia, gli ha detto de dacce da
mangià, de pulirci; gli altri, qualcuno, se voleva, potea andà con gli americani, qualcuno c’è andato.
E’ stato un periodo bruttissimo, più pericoloso de prima, c’era vandalismo, carta bianca, dopo pochi
giorni, sembrava un pochino meglio, le famiglie tedesche ce dava un po’ da mangià, da lavacce.
Passato questo periodo eravamo quasi stufi, non sapeamo che fa, se dicea dei campi de raccolta,
però bisognava cercarli, e li abbiamo trovati dopo tanto, però te mettea in lista, ne partìa non più de
tanti a giorno; verso giugno eravamo migliaia; li americani te dava un po’ de tutto, però eravamo
impazienti de tornà. Una bella sera, siamo andati alla stazione di Holstein, ce dissero di tradotte de
carbone che partìa per annà verso il Brennero; c’ha detto che non era permesso, però uno che sta al
buio, se arriva sui vagoni scoperti de carbone, se potea annà verso il Brennero; abbiamo aspettato,
quanno è arrivata la tradotta, siamo saliti sopra un vagone, 7, con qualche bagaglio. Era una bella
sera, serena sembrava, invece verso la Baviera, prima de Monaco, ha cominciato a piovere e noi
sopra ‘sto vagone siamo diventati carbonai; la tradotta si è fermata alla stazione di Norimberga,
abbiamo visto a terra un copertone che sembrava abbandonato, sembrava robba tedesca, invece era
un copertone dell’esercito americano, io e Pecchioni Alberto di Milano siamo scesi per taglià un
pezzo di copertone, volevamo prenderlo tutto, non ce se riusciva, ritornati su abbiamo trovato una
2baionetta che aveva un amico nostro per tagliare questo copertone; messo questo copertone sopra di noi (loro ce l’hanno messo, noi gliel’abbiamo dato su) è arrivata la polizia americana e a me e a Pecchioni ci ha portato via. Ci ha detto che eravamo danneggiatori del materiale bellico americano e ci ha messo dentro, ho ricominciato la vita da capo; ci ha messo dentro a tavolaccio, niente da mangiare, gli abbiamo detto la verità, che noi non volevamo danneggiare il materiale bellico americano, ma purtroppo, per coprirci, ma quelli non sentivano niente, dicevano che avevamo danneggiato il materiale bellico e meritavamo il processo. Dopo siamo riusciti a parlare con un altro che era stato arrestato come noi, che era ebreo, che parlava italiano, tedesco, inglese, 3-4 lingue e allora veniva a trovarlo ogni tanto qualcuno e allora siamo riusciti a sapere la nostra sorte. A me mi disse: “tu hai compiuto 18 anni da poco, a te non ti fanno niente”. Per quell’altro che aveva 26, 27 anni, c’era aperta la via del Giappone, “c’è pericolo che lo porti a scontare 2 anni a servizio degli americani, perché ha bisogno di gente che fa le pulizie”. Comunque lì al tribunale di Norimberga, dopo alcuni giorni siamo stati processati. Ha chiamato me e mi ha detto in tedesco “Warum Boldrini ja kommen in Deutschland?” “Tu Badoglio o Mussolini?” “nicht Badoglio, nicht Mussolini“ So che parlava tra di loro, un americano e qualche tedesco, a me l’interprete mi chiedeva le cose, io gli ho detto tutta la verità. Poi si è chiuso in camera di Consiglio. Allora l’ebreo che parlava l’italiano mi disse: “Tu gli devi rispondere che riconosci di aver danneggiato il materiale bellico, però desideri tornare a casa, perché altrimenti ti mette sotto processo”. “Se devo dire di sì, lo dico pure, però non è vero, perché, se sapevo che era materiale bellico americano, non l’avrei tagliato; io l’ho tagliato per coprirmi perché pensavo che era roba abbandonata”. Comunque dovetti rispondere: “Io, Boldrini Giambattista riconosco di aver fatto questo, questo e questo per dover rendermi colpevole; allora venni assolto, mi ha mandato via. Mi ha detto: “puoi andare”. Mi ha riportato dove mi aveva preso, c’erano altri campi lì a Norimberga di italiani e stranieri e sono tornato in Italia. L’altro amico mio l’ha salvato perché ha salvato me, dice “eravamo in due”. Lui si è salvato perché, quando io sono uscito, gli ho detto: “quello che gli ho detto”. Lui gli ha detto altrettanto.
E abbiamo passato, dopo la prigionia, un periodo come se fossimo stati dei nazisti. Siamo stati sempre a Kahla assieme a paesani di Matelica, Esanatoglia, Braccano, San Severino, abbiamo tribolato come cani e abbiamo corso il rischio anche di andare a finire alla corte marziale americana. Arrivati a casa, tutto come prima. Solo che io non ho trovato più mio padre che è morto di crepacuore in questo periodo o poco prima. Quando ha visto tutte queste foto, tutte queste cose che erano successe nei giornali, mio padre che aveva 44 anni, era un giovanotto……! Ha lasciato mia madre con 4 figli: io, una sorella piccola, un’altra sorella, un’altra ancora. Mi sono dovuto sobbarcare le sorti di una famiglia e chi erano i responsabili di tutte queste belle cose che sono capitate a noi altri, come prima sguazzavano, sottomettevano (a me no perché io ormai l’avevo capita la vita, sottomettevo relativamente), era cambiato pochissimo e di questo me ne rammarico moltissimo, perché la gente soffre, tribola e non impara niente, invece la gente dovrebbe capire, soffrire e imporsi. Quando le ingiustizie vanno avanti, gli si dice sì e non si fa quello che si deve fare; si deve fare quello che è retto, quello che è giusto. Questa è una società che bisogna raddrizzarla, se no le prossime generazioni saranno una catastrofe, inquinamenti, delinquenze, puzzolentezze di tutti i tipi. La sigaretta fa male, ma non si riesce a toglierla da torno, la droga ammazza, però non si riesce a togliere. Chi si arricchisce con questa roba qui, già morti sono, non è che deve morire, sono peggio di quelli morti, quelli puzzolenti da 10 giorni che sono morti, e chi si arricchisce col giro degli interessi fasulli si dovrebbe vergognare. Io ho 75 anni e li ho vissuti come meglio ho potuto e certe cose mi hanno fatto sempre ribrezzo e gente che ci si arricchisce ancora si dovrebbe vergognare di stare su la faccia della terra, si dovrebbe vergognare di farsi vedere dal sole quando sorge la mattina; sono più vermi di quei vermi che stanno 3 metri sotto terra, ridono, sguazzano, prendono in giro i più poveri, li sfruttano, li spellano, quasi come facevano i tedeschi con noi. Scusate tutti e non ne voglio sapere nient’altro.
Come e quando fu rastrellato?
Fui rastrellato come tutti gli altri di questa zona: ci furono scontri tra partigiani e ribelli, fra partigiani e tedeschi e fascisti; fummo rastrellati e ci portarono a Sforzacosta.Come si svolgeva di solito la sua giornata?
Se svolgeva come faceva comodo a loro, qualsiasi cosa dovevi fare, qualsiasi cosa. I primi tempi ci hanno fatto fare una strada, era una ditta, la Strassenbau, poi si montavano delle baracche, si faceva tutto quello che capitava; si scaricava un camion di roba, dovevi scaricarlo, se non lo facevi, c’erano le SS, c’erano le guardie; quello che potevo fare, lo facevo, se non lo facevo, te lo facevano fare per forza. C’erano degli amici miei che sono morti là, a cui mettevano un sacchetto di cemento sulle spalle, magari per portarlo su 10 metri, 20 metri su un posto dove si doveva lavorare e non ce la faceva, non lo potevi nemmeno raccogliere.
L’episodio che l’ha colpita di più in particolare?
Quello che mi ha colpito di più era questo: se avevi un amico, magari anche un fratello, c’era qualcuno che era fratelli, se quello stava male non lo potevi nemmeno soccorrere, ti dicevano “Kaputt” uno di meno, la gente che tornava dai fronti si restringeva, dall’Italia, dalla Francia, dalla Russia, dai Balcani, dal nord, da tutte le parti, hanno detto che di persone ce n’era troppe, se ne moriva un po’ era meglio, anche se era un fratello, un amico intimo, non lo potevi neppure aiutare, finché eri valido lì, finché avevi la forza di lavorare, ti apprezzavano un po’, poi dopo eri finito, se morivi era meglio, se stavi male ti mettevano subito a metà razione.
Come fu liberato?
Una colonna americana, stavamo in mezzo alle pinete, eravamo scappati, loro ci portavano verso l’interno della Germania. Le ultime settimane, loro cercavano di internarci, anzi l’interprete ci ha detto: “non prendete niente di quello che vi dà, perché, ha ordine, invece di lasciarvi in mano agli americani o ai russi, ha ordine di avvelenarvi”.
Infine il ricordo più bello e il ricordo più brutto che riguarda questa esperienza che ha vissuto.
Il ricordo più bello: la vigilia di Natale, andavo a guardare nell’immondizia, ho trovato un ventriglio di un coniglio, l’ho lavato, l’ho pulito, e poi con un po’ d’erbacce, un po’ di scorze di patate, ci ho fatta un po’ di zuppa, quello è il ricordo più bello.
Quello più brutto?
Un giorno è arrivato del materiale lì da scaricare, io a tirare giù questa roba non ce la facevo, loro in tedesco mi dicevano ron ron, che avessi tirato giù, mi hanno aperto la sponda, che avessi tirato giù questi macchinari, roba di carrelli, roba di ferro, io non ero capace, non l’avevo fatto mai, ha preso il nervo per dare le nervate. Mi sono scansato, però non mi è venuto dietro, questo era uno delle SS, poi l’ha tirata giù lui, però se l’avessi visto in faccia, perché io non portavo un pelo di barba, non mi ero fatta mai nemmeno la barba, avevo quasi 18 anni, ma ne sembravo 14, allora gli avrò fatto pena forse, e lì mi sono salvato la pelle per poco perché se fossi stato un uomo più maturo, mi avrebbe fatto fuori.