Testimonianza
Testimonianza diretta di Luigi Poggioli
Traduzione tedesca di Lager 7 – La storia della mia giovinezza interrotta.
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Dati documentati
- Persona
- Luigi Poggioli
- Ruolo
- Zwangsarbeiter
- Luogo
- Kahla / Lager 7
- Periodo
- 1944
Tradizione documentaria e contesto
Luigi Poggioli
Campo 7
La storia della mia giovinezza interrotta
Dall’italiano di Henriette Martin
Gennaio 2008
Con annotazioni della traduttrice nelle note a piè di pagina
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
La rapa
Meno di tre giorni dopo l’arrivo al Campo 7, l’ottimismo, già debole, che ci aveva preso al momento del distacco dal Campo 1, era completamente scomparso. Ci scontrammo con le avversità che il nuovo campo ci offriva e in tutti noi si diffuse un’angosciosa preoccupazione per il futuro immediato.
Non si trattava più solo della sofferenza psicologica e fisica dovuta al duro lavoro cui eravamo sottoposti; anche per i più sani, tra cui mi contavo, divenne sempre più chiaro che il limite delle possibilità di sopravvivenza era quasi raggiunto. Quando eravamo ancora al Campo 1, il ritorno dal lavoro era accompagnato da imprecazioni e insulti contro i metodi dei nostri carnefici, da cui traspariva uno spirito di ribellione ancora vivo. Ora, al ritorno al Campo 7, regnava il silenzio per la stanchezza e solo di rado si udiva la sommessa constatazione: «Vogliono davvero ucciderci con la fatica e le privazioni», che alle mie orecchie suonava come l’ultima giustificazione prima della resa.
Una sera – stavamo passando proprio davanti al campo degli ex soldati I.M.I.1 – decisi che dovevo smettere di cedere alla mia stanchezza. Vedere sempre me stesso come una vittima non mi avrebbe portato alcun vantaggio. Se la situazione si era improvvisamente aggravata, era inevitabile che inventassi qualcosa di nuovo per affrontarla e renderla almeno sopportabile.
Quando arrivai al lago del segheria, guardai verso la riva opposta, che in quel momento era un po’ nell’oscurità; con l’aiuto delle diverse altezze delle pinete2 che si stagliavano contro il cielo stellato, riuscii a distinguere la sua conformazione. Avevo notato al mattino del nostro trasferimento, mentre osservavo con lo sguardo il nuovo panorama, il terreno smosso del campo. Indica che il raccolto era già finito (patate o rape), ma in un angolo in alto al margine del bosco scintillavano alcune ciocche di foglie larghe e verdi, bagnate dalla pioggia.
Dopo aver consumato la minestra, mi sedetti lontano dal forno sulla branda, per non essere intontito dal calore. Così passai circa un’ora, poi misi una graffetta da carpentiere in tasca e uscii senza dire nulla a nessuno. Dopo aver girato intorno all’ultima baracca del campo, saltai il ruscello e la semplice recinzione di filo spinato, poi mi inoltrai piegato nel bosco, in una direzione che ritenevo giusta. Procedevo a fatica, a causa della mia vista limitata che mi ostacolava nell’oscurità, ma anche per il sottobosco piuttosto spinoso. Il cuore mi batteva forte; non per paura, ma probabilmente per l’eccitazione – perché era la prima volta che scappavo di notte per rubare – e certamente per la preoccupazione che tutta la fatica potesse essere vana.
Dopo meno di dieci minuti raggiunsi il luogo desiderato e mi feci i complimenti per il mio buon senso dell’orientamento. La luna illuminava non solo il lago e la segheria, ma anche alcune ciocche di foglie di rapa. Con l’aiuto della graffetta da carpentiere scavai cinque rape dalla terra: la prima era una rapa da foraggio normale, piuttosto raggrinzita, le altre – probabilmente rape da cucina, come non ne avevo mai viste prima – erano rotondeggianti e di un colore giallo-marrone molto chiaro. La più piccola la mangiai sul posto. La sua polpa giallo intenso, soda ma non dura, aveva un sapore eccellente. Mentre tornavo alla baracca, mangiavo ancora la rapa da foraggio, che aveva un sapore più dolce e succoso, ma allo stesso tempo duro e fibroso.
Camminando, tenevo sempre la mano sulla protuberanza che la rapa più grande, con una dimensione di almeno 20 centimetri, causava nella mia rete da trasporto. Calcolavo mentalmente per quanti giorni il tesoro che avevo trovato quella notte mi avrebbe garantito la sopravvivenza: sicuramente cinque giorni, forse anche una settimana.
Non ricordo più il suo nome, anche perché tutti lo chiamavano affettuosamente Scopolo. Così si chiamava il luogo da cui veniva, nella parte alta della valle del Ceno, nella provincia di Parma. Era di bassa statura e la sua testa sembrava sproporzionatamente grande sul collo molto sottile, tanto che chiunque lo incontrasse per la prima volta restava senza parole. Il suo viso era rotondo con zigomi alti e sporgenti. Barba e baffi erano grigi e arruffati, gli occhi ravvicinati ma vivacissimi.
Indossava scarpe molto robuste e indumenti la cui lavorazione primitiva tradiva però la sua origine contadina – una vita rurale, gravata da arretrate povertà, come era tipico per molte famiglie che allora vivevano negli Appennini centrali vicino a Piacenza e Parma.
Era un tipo onesto, molto riservato, molto prudente con gli altri, parlava poco, ma ascoltava sempre con grande interesse. Il suo discorso più lungo lo tenne alla stazione di Verona, all’ombra dei carri merci, mentre aspettavamo la partenza e molti temevano un viaggio folle in quei carri, già usati per deportazioni di ebrei e prigionieri di guerra in generale.
Nel suo dialetto bedonese (di Bedonia) ci raccontò che nella prima guerra mondiale (1915-1918) era stato prigioniero in Austria e che il vero pericolo della prigionia non erano i disagi del viaggio, il duro lavoro, le sevizie o i bombardamenti, ma soltanto la fame. Infatti più della metà dei suoi compagni di prigionia era morta di fame. Lui era sopravvissuto e sperava, grazie alle esperienze fatte allora, di cavarsela anche questa volta.
Quando arrivammo al Campo 7 e prendemmo possesso delle nostre brande – vecchi sotto, giovani sopra – mi chiese timidamente se poteva avere quella sotto la mia, perché non sarebbe mai riuscito a salire su quella superiore. Quando acconsentii – naturalmente – mostrò una gioia insolita, come se si fosse sentito onorato dalla mia approvazione.
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Internati Militari Italiani (internati militari italiani).
Poggioli menziona più volte chiaramente le pinete.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrottaLe due piccole rape rimaste le consumai nei giorni successivi crude e in piccole porzioni. Ma mi restava ancora la più grande, che portavo sempre avvolta in un tovagliolo nella mia borsa a rete e non la perdevo mai di vista. La sera, prima di andare a dormire, mettevo la borsa e le altre mie cose nel sacco di juta che usavo come cuscino. Una notte feci un incubo: sognai, o meglio credevo di sognare, che il mio collo non fosse sul cuscino ma sulle assi nude della branda, in una posizione molto innaturale, molto più bassa del mio corpo, per cui faticavo moltissimo a respirare e credevo di soffocare.
Un sogno? Macché! La mia testa era davvero sul legno, perché la rapa era sparita.
Saltai dal letto pieghevole e corsi a fare luce. Tutti dormivano, esausti dalla fatica quotidiana. Solo Scopolo era sveglio e mi guardava con gli occhi spalancati dalla paura.
Lo accusai duramente, poi lo implorai, frugai nel suo letto e lo insultai. Ma tutto fu inutile: non chiuse gli occhi né aprì la bocca. La sua espressione cambiò solo quando mi stancai di cercare in ogni angolo della baracca e gli dissi: «Tieni pure la rapa. Che ti faccia bene. Tanto sei destinato a morire prima di me». Per queste parole mi sono vergognato per tutta la vita.
Il poveretto lottava con tutte le sue forze per sopravvivere allo stesso modo.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
La morte di Bardugoni
Bardugoni fu il primo del nostro gruppo a morire.
In realtà il primo era stato Giovanni Balderacchi di Casa Ratti. Morì in un ospedale a Kahla, dove era riuscito a farsi ricoverare nei primi giorni dopo il nostro arrivo a Kahla. Tegoni era con lui e poi ci raccontò tutto.
Giovanni Balderacchi era stato semplicemente ucciso con un’iniezione somministrata da un’infermiera su ordine di un’équipe medica, dopo che questa si era consultata al letto del paziente. Tegoni mi confidò tutto solo molti giorni dopo il suo ritorno, a condizione di massimo segreto. All’inizio sembrava davvero muto. Era irrequieto e diffidente e non riuscivo a collegare questo suo comportamento strano a una possibile malattia. Avevo capito solo che si era dimesso dall’ospedale per sua volontà, o meglio, che era fuggito da lì.
Bardugoni era un contadino e abitava a Cagregorio, a pochi chilometri da Farini3.
Lo avevo visto per la prima volta però al municipio, dove i tedeschi ci avevano radunati prima di mandarci a Bettola.
Era difficile non notarlo: era un uomo alto e robusto con capelli rossi e un grande baffo rosso, entrambi ormai lentamente ingrigiti. Era arrivato con le maniche della camicia rimboccate e la giacca di stoffa sotto il braccio. Il suo volto, nonostante il cappello a tesa larga, era scottato dal sole. Aveva subito mostrato un’ossessione anormale alla ricerca di qualcuno che lo mandasse a casa, perché sua moglie con i bambini piccoli era sola e solo lui poteva occuparsi del raccolto iniziato.
Non capiva il nostro destino e non gli mancava mai un eccessivo slancio d’azione, neppure durante il lavoro forzato a cui eravamo condannati.
Non servivano né i buoni consigli, né le suppliche successive, né infine le dure rimostranze dei compagni, tutti intenti a frenare i suoi sforzi che altrimenti avrebbero vanificato ogni speranza di sopravvivenza. Se non veniva controllato sistematicamente, si dedicava al lavoro con un zelo e una determinazione che spaventavano persino il Kapo Franz, che guardava Bardugoni con un significativo scuotere del capo, disapprovandolo.
Era sempre di fretta: di arrivare, di mangiare, di finire il lavoro. Come se fosse convinto che prima si finiva, prima si poteva tornare a casa.
Un giorno, nel primo pomeriggio, stavo lavorando alla mia argano quando sentii il Kapo Franz chiamarmi ad alta voce: «Poghioli4. Vieni, presto.»
Nella baracca mi consegnò il permesso di lasciare il cantiere e disse: «Manda subito Bardugoni alla baracca. Presto, è già morto. Speriamo che arrivi ancora lì. Non sono riuscito a convincerlo. Ha paura di non ricevere cibo. Non riesco a farmi capire.» Rimasi un momento indeciso, perché credevo di aver capito male. Ma aggiunse subito: «Guardalo negli occhi. Negli occhi ha la morte!»
Ci misi un po’ a convincere Bardugoni: nonostante le approvazioni dei compagni di lavoro, acconsentì solo quando gli raccontai una bugia: «Mostra questo permesso in cucina appena arrivi al Campo 7. Ti daranno subito la razione di pane.» Poi dovetti accompagnarlo fino al cancello della SS e spiegare al soldato che il «camarat»5 Bardugoni aveva il permesso di tornare prima al campo perché era molto malato.
Quando si alzò la sbarra, lui se ne andò senza guardarci. Camminava in mezzo alla strada e mentre si allontanava ripeteva: «Ho il permesso…, ho il permesso…».
La mattina del giorno prima era esausto e lo avevano annotato alla visita medica. Ma era stato dichiarato idoneo, perché in realtà era solo più stanco del solito e affamato come sempre. Per questo la sera prima non aveva potuto ritirare la razione di pane e la mattina seguente non gli era stata data la zuppa quotidiana.
Quando tornammo alla baracca la sera, notammo che non era ancora arrivato, ma pensammo che lo avessero ricoverato all’infermeria.
Con l’ortografia errata del suo nome Poggioli cerca di riprodurre la pronuncia errata da parte dei tedeschi. La corretta pronuncia (italiana) è circa Pòddscholi.
In alcuni punti Poggioli cerca (più o meno correttamente) di inserire nel testo le espressioni tedesche corrispondenti. Non sempre queste sono state mantenute nella presente traduzione secondo la sua grafia.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrottaInvece apparve pochi minuti dopo, in coma. Alcuni ex ragazzi IMI lo portarono dentro. Lo avevano trovato vicino all’ingresso del loro campo, dove giaceva ai margini della strada, quella stessa strada che anche noi avevamo percorso poco prima senza vederlo, perché a quell’epoca tornavamo sempre al campo solo al buio.
I poveri ragazzi erano sconvolti; in parte per la stanchezza, ma soprattutto perché vedevano morire un uomo che avrebbe potuto essere loro padre.
Ohimè, non immaginavano che quasi tutti loro lo avrebbero seguito entro pochi mesi.
Avevamo conosciuto i ragazzi IMI verso la fine di agosto in un cantiere sulla collina. Erano venuti da noi perché avevano sentito che eravamo i connazionali arrivati per ultimi a Kahla. Tutti desideravano notizie sulla situazione in Italia e ci facevano innumerevoli domande, a cui non sempre riuscivamo a rispondere.
Ma ogni minimo dettaglio li rallegrava e li commuoveva.
Solo pochi giorni dopo tornarono da noi e si scusarono quasi. Ci chiedevano di capire se avevano firmato per diventare prigionieri-lavoratori, ma che il cibo nel loro campo era così scarso che lì sarebbero tutti morti di fame. La maggior parte di noi mostrò comprensione e cercò di calmarli assicurando che avremmo venduto anche l’anima al diavolo per sopravvivere. Ma alcuni furono brutalmente sinceri. Dissero loro che avevano scelto il posto sbagliato per lavorare, perché il cibo lì era lo stesso e i loro corpi già indeboliti da un anno di prigionia non avrebbero resistito al lavoro massacrante cui sarebbero stati sottoposti nella stagione nemica ormai imminente, anche se il loro abbigliamento (uniforme completa con cappotto di lana grigio-verde) per noi era un sogno.
Non avevamo nemmeno chiesto in quale campo fossero sistemati. Solo alcuni giorni dopo il nostro trasferimento nel campo 7, loro occuparono il campo 5, che si trovava a poche centinaia di metri dalla nostra sistemazione.
Non avevo mai visto da vicino un adulto morto. Nonostante lo stato confuso in cui mi trovavo, presi uno sgabello e mi sedetti accanto al suo letto di morte.
Mentre osservavo la sua rigidità, i suoi grandi baffi e il volto che improvvisamente sembrava aver perso tutta la sua magrezza, mi chiesi cosa avrei detto a sua moglie quando sarei tornato.
Nel baraccamento intanto il profondo silenzio che precedeva sempre l’arrivo delle razioni di pane fu interrotto. Gallini aveva saputo chi doveva andare a prendere il cibo quel giorno e espresse il sospetto che i due avessero già mangiato la razione di Bardugoni.
Il silenzio che seguì fu ancora più opprimente.
Appena Baldi entrò nel baraccamento con il contenitore del pane in mano, seguito da Rossi che portava il cibo, disse ad alta voce nel suo tipico dialetto: «Ragazzi, Bardugoni è morto. Non mi hanno dato la sua razione.» Un terribile pugno gli colpì il volto in pieno, il cesto del pane volò in aria e le razioni di pane si sparsero in ogni angolo.
Si scatenò una incredibile zuffa, a cui parteciparono quasi tutti – alcuni picchiando, altri cercando di separare i litiganti, ma tutti urlando allo stesso modo. Tra loro riconobbi la voce di Capretti che urlava a tutti di smettere perché si comportavano come animali.
Tra i pochi non coinvolti, notai il povero Rossi che piangeva disperato appoggiato al muro vicino alla porta d’ingresso.
Ero sconvolto e non mi mossi dallo sgabello. Pensavo solo a cosa ci avevano ridotto.
Anche le discussioni si spensero completamente quando Tegoni si avvicinò a Bardugoni e poi constatò: «Ora è davvero morto, potete smettere. Deve essere portato via subito. Prendete una scala. Le razioni le distribuiremo dopo.»
Così tutto si sciolse, ordinato e nel più profondo silenzio.
Il giorno dopo chiesi al Kapo Franz se potevamo partecipare al funerale del povero Bardugoni, così da poter mostrare poi la tomba a sua moglie e ai figli. Nel primo pomeriggio mi diede un permesso scritto per me, Gaio e Gallini.
A metà strada dal campo 7 a Kahla rallentammo per un momento per ammirare lo spettacolo più spettacolare e numeroso di aerei che avessimo mai potuto immaginare: centinaia di formazioni di forze aeree, in volo ordinato e ordinate per colori dal argento al nero, riempivano in pochi minuti il cielo da sud a nord e sopra di loro scintillavano innumerevoli caccia.
Sopra Jena c’era una nube nera immobile di fumo, continuamente rinnovata dalle esplosioni della contraerea. Nascondeva i bombardieri che vi entravano e di cui vedemmo almeno quattro cadere in fiamme.
Subito dopo il passaggio di tutti gli aerei, lo spettacolo terminò con una densa nuvola bianca formata dalle scie di condensazione che coprì il cielo perfettamente azzurro.
Quando incontrammo il carro verde che veniva dal campo 7 (e che ogni giorno raccoglieva i morti in tutti i campi), gli facemmo segno di fermarsi, ma non rallentò nemmeno. Così continuammo verso Kahla e, ingenui come eravamo, ci dirigemmo verso il cimitero. Quando arrivammo, trovammo naturalmente il cancello chiuso e ci rendemmo conto della nostra richiesta assurda.
Personalmente mi vergognai della mia stupidità, e il parlare di una fossa comune alla periferia est di Kahla mi sembrò improvvisamente vero.
I “giri”Già mentre eravamo nel Campo 1, molti di noi, dopo essere tornati dal lavoro, avevano provato vari modi per fuggire brevemente dal campo. In campagna cercavamo con discreto successo di procurarci qualcosa da mangiare.
All’epoca però le giornate erano lunghe e anche poche ore di luce ci permettevano di avvicinarci alle fattorie vicine nella speranza di riuscire a razziare qualcosa senza essere sospettati di furto.
Nel Campo 7 però il progressivo indebolimento delle forze aumentava enormemente la frequenza delle nostre scorribande, del “uscire fuori”, come si diceva nel nostro gergo. Per avere qualche possibilità di successo bisognava allontanarsi molto da Kahla – sia di giorno, per elemosinare o comprare qualcosa, sia di notte, quasi esclusivamente per rubare.
Per uscire di giorno bisognava fingere di essere stati notati durante la visita medica6 e così mettere in conto la perdita del buono pasto con cui si riceveva la razione giornaliera (zuppa e pane). Perciò una giornata andata male poteva significare un’intera giornata di digiuno.
Anche uscire di notte era un rischio, anche se si voleva prendere qualcosa a un indirizzo sicuro, perché le squadre della Gioventù hitleriana erano sempre in agguato e non esitavano a dare l’allarme.
Era quasi meglio uscire dal campo con l’intenzione precisa di rubare, ma naturalmente serviva l’indirizzo esatto di un mucchio di patate (o di rape) ancora intatto, per poter dire con una certa sicurezza che non era sorvegliato. I contadini della zona avevano infatti l’abitudine di lasciare gran parte del raccolto (rape o patate) ai margini del campo. Ne formavano un mucchio trapezoidale ordinato, coperto da uno strato di paglia secca, sopra cui mettevano un altro strato di rami di abete e infine lo ricoprivano con uno spesso strato di terra, che modellavano bene e battavano con la pala.
Questi mucchi permettevano loro di conservare il raccolto fresco fino a tarda primavera.
La traduzione di questa frase potrebbe non essere del tutto corretta, poiché non sono riuscito a capire esattamente cosa fingessero i prigionieri riguardo alla visita medica.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
Per alcuni di noi erano decisivi per la sopravvivenza, per altri invece erano la causa di una morte prematura.
La prima volta uscii da solo di giorno, di domenica, perché potevo dire che non era un giorno lavorativo, anche se in realtà non era vero. Andai in tutte le case dei contadini con dieci o dodici marchi in mano e chiesi se potevo comprare patate o altri alimenti.
Tutti si lamentavano che c’erano troppi prigionieri nella zona da sfamare, ma pochi mi mandarono via senza darmi nulla, un sottilissimo pane di strutto o qualche patata. E ancora meno accettarono soldi da me.
Al ritorno, ai margini di un piccolo paese, mi lasciai tentare a bussare a una casa borghese con giardino.
La vecchia signora che mi aprì la porta mi guardò a lungo con diffidenza e solo dopo che il suo sguardo cadde sulla mia rete, mi invitò a entrare e chiese quanto valesse.
Seguì una trattativa né facile né breve.
Riuscii a strappare quasi mezzo pane di segale e un pezzo di lardo e naturalmente una vecchia bisaccia da viaggio di tela cerata, dove potevo mettere le mie cose – ma tutto grazie alle quasi isteriche raccomandazioni della figlia, che temeva di essere sorpresa da qualche vicino mentre trattava con un miserabile italiano deportato.
Spesso la decisione di un’uscita era del tutto imprevedibile e irragionevole, solo un capriccio del momento. Così fu per il mio primo furto notturno.
Tutti si stavano già ritirando nei letti quando Gallini ci sgridò tutti, dicendo che eravamo codardi, perché aveva scoperto non lontano dal campo una buca di patate e nessuno aveva il coraggio di aiutarlo. Nel generale disinteresse chiesi a Tegoni e Capretti di badare alle mie cose e, dopo essermi messo la giacca invernale di Paul, invitai Gallini a mostrarmi la strada.
Prima di arrivare alla segheria, salimmo la scarpata accanto alla strada e poi continuammo a salire nel bosco. Due giorni prima era nevicato e le piante erano coperte da uno spesso strato di neve. Per fortuna erano sparse e abbastanza alte, altrimenti sarebbe stato impossibile camminare sotto di esse.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrottaDopo circa tre quarti d'ora di salita continua, il terreno divenne leggermente in discesa e dopo poco raggiungemmo un'ampia area libera, illuminata chiaramente dalla luna. A meno di cento metri di distanza, sulla sinistra, iniziavano delle case a schiera. Gallini indicò il mucchio di patate, che si ergeva a circa trenta metri dalla casa come una cresta di gallo coperta di neve, indistinta, alta circa un metro sopra la superficie inclinata e immacolata di neve intatta.
Le case erano tutte al buio, la strada era deserta e regnava un silenzio assoluto. Dopo aver dato a Gallini istruzioni precise su come doveva avvertirmi in caso di pericolo, lo lasciai a circa venti metri dalla casa, dove doveva fare la vedetta. Poi avanzai a fatica attraverso la neve intatta alta venti centimetri.
Mi costò un incredibile sforzo rompere lo strato di terra gelata e ancora più difficile fu passare attraverso i rami di abete incrociati. Quando finalmente riuscii a infilare una mano nel piccolo buco e a tastarne il contenuto, riconobbi la forma inconfondibile di una rapa. Ma frenai subito la mia delusione: un brivido mi attraversò quando sentii avvicinarsi due uomini, immersi in una conversazione.
Mi sdraiai con il lato destro sul buco scoperto e cercai rapidamente, con entrambe le mani, di coprire la mia giacca nera con la neve polverosa. Li vidi apparire e fermarsi tra le ultime due case, continuando a parlare.
Dalla sommità del pendio potevo vederli solo dalla vita in su, ma credevo che dalla loro posizione potessero vedermi completamente, quindi contai sulla birra che sicuramente avevano bevuto.
La loro conversazione si prolungò molto e mi sembrò di riconoscere la voce di uno dei nostri sorveglianti occasionali dei cantieri sotterranei del tunnel. Era un tipo onesto, ma il mio sudore continuava a mescolarsi con la neve che si scioglieva lungo il collo.
Quando finalmente mi avviai verso il campo, incontrai Gallini che aspettava vicino a un grande abete. Ero furioso e lo riempì di insulti. Lui giurò di avermi avvertito. Gli diedi comunque una parte del mio magro bottino.
Una sera stavamo per finire l'ultimo pezzo di pane quando uno dei nostri sorveglianti entrò nella baracca armato di un bastone e di un piede di porco da carpentiere. Ridendo beffardamente, fece scorrere il tavolo e batté con la punta del bastone contro la struttura del soffitto in vari punti. Poi fece salire qualcuno sul tavolo e gli ordinò di usare il piede di porco come leva in una fessura tra due assi. Non servì molta forza, perché appena i primi chiodi si allentarono, un'asse si staccò sotto una incredibile valanga di patate. Erano sicuramente più di due quintali. Il sorvegliante, sempre più beffardo, le fece raccogliere e portare in cucina.
In questo modo scoprimmo il nascondiglio geniale del gruppo di Fredi, che di notte usciva insieme a connazionali da un'altra baracca. Alcune sere prima erano partiti subito dopo il lavoro e tornati giusto in tempo per ricominciare a lavorare. Dicevano che il viaggio di andata e ritorno durava sette ore. Pochi giorni dopo Fredi e la sua squadra tentarono di rifornire di nuovo le scorte di patate, ma al ritorno suo fratello, che camminava ultimo nella fila, fu colpito mortalmente da un proiettile alla nuca sparato da un Hitlerjugend con un fucile.
Dopo quel tragico episodio, Fredi divenne silenzioso e non parlò mai di quanto accaduto. Solo al lavoro ogni tanto si lasciava andare e, poiché spesso eravamo soli fuori dal tunnel, mi confidò che resisteva solo per poter tornare a casa e raccontare a sua madre cosa era successo. Finiva sempre con una domanda: «Come faccio a dirglielo?»; «Cosa posso dire a mia madre?»
Poco tempo dopo toccò a Paolo, anche lui proveniente dagli Appennini vicino a Parma. Era uno dei più giovani, modesto, ma così intelligente da essersi ben adattato al lavoro forzato e da prendersi cura di mantenersi in forma fisicamente e mentalmente.
Aveva un buon carattere e per tutti aveva un commento scherzoso, anche se affrontava sempre certe imprese in modo isolato.
Una sera uscì da solo e non tornò mai più.
Qualche giorno dopo circolò la voce che fosse stato colpito da un fucile a pallettoni, ma solo dopo un po', quando fu portato all'infermeria del campo 7, avemmo la certezza. Scoprimmo che le numerose palline d'acciaio conficcate nella sua carne avevano iniziato a arrugginire causando un'infezione. Si diceva che rimuovere le palline da parte del «dottore» fosse una vera tortura, che lui prolungava il più possibile per dimostrare la sua convinzione di essere «superiore». Paolo fu dimesso dall'infermeria a metà aprile, proprio mentre ci trasferivamo dal campo 7 al campo 1. Luimi chiamò, subito dopo che avevamo attraversato la Saale; l’avevo superato, perché camminava molto lentamente e zoppicava, ma anche dopo averlo osservato, lo riconobbi a stento.
Il suo volto era gonfio e pallido, la pelle sembrava trasparente ed era coperta da una barba bianca e ispida. I capelli un tempo neri e ondulati ora erano diradati e spuntavano dal capo come chiodi. Più che bianchi, erano letteralmente diventati trasparenti. Cercai di incoraggiarlo dicendogli che il peggio era ormai passato e che presto saremmo tornati a casa. Allora si fermò completamente, aprì le braccia e aggiunse stanco: «Tu torni a casa. Guardami in che condizioni sono. Non si torna a casa così.»
Io e Gallini stavamo meglio. Forse perché i ragazzi della Gioventù Hitleriana ci avevano sorpresi in un quartiere residenziale e quindi non osarono spingere troppo oltre il loro sporco gioco.
Eravamo partiti dal campo per andare a una fattoria dove alcuni amici affidabili avevano potuto comprare patate, pane di segale e pancetta — pagando in marchi a un prezzo sostenibile per noi. Il luogo distava a malapena mezz’ora a piedi dal nostro campo e conoscevamo bene il villaggio, perché ci eravamo già stati alcune volte di giorno.
Eravamo arrivati all’inizio dell’insediamento, circa a metà del muro esterno dell’ospedale, e l’unico rumore era lo scricchiolio della neve ghiacciata sotto le nostre scarpe. Camminavo accanto a Gallini quando un colpo terribile alla schiena mi paralizzò e per un momento, mentre ancora rimbombava nella mia testa, mi tolse la voce e il respiro.
Quando riuscii a girarmi, vidi due ragazzi che si accanivano su Gallini con due tubi di gomma. Lui giaceva a terra lamentandosi, cercando di proteggere la testa con mani e braccia. Solo quando riuscii a emettere un urlo incredibile, i due eroi smisero di picchiare e Gallini si alzò. Nel frattempo però nelle mani del mio aggressore era comparsa una piccola pistola automatica, con cui agitava minacciosamente e ci ordinava di andare avanti, mentre altri tre o quattro eroi uscivano dall’oscurità e si schieravano per scortarci.
Ci portarono dal poliziotto del villaggio, che ascoltò la versione del «mio» picchiatore (la pistola era stata nel frattempo nascosta), poi ci sommerse di minacce e insulti e infine congedò i nostri accompagnatori per scrivere il resoconto dell’accaduto.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
Dopo averci urlato tre o quattro domande con un broncio da poliziotto scontroso, seguì una conversazione quasi amichevole di quasi un’ora, piena di ammonimenti a fare più attenzione in futuro, perché quei ragazzi della Hitlerjugend erano molto pericolosi — erano in sette e anche armati. La polizia aveva più guai con loro che con tutti i deportati di Kahla messi insieme.
Ci disse che naturalmente era obbligato a trasmettere il rapporto al Campo 7. Quando ci liberò, i giovani ci aspettavano ancora e ci accompagnarono fino al bosco, dove iniziava il sentiero verso il Campo 7.
Più volte uscii con Tegoni — con risultati alterni — e due volte ci perdemmo. La prima volta non aveva ancora nevicato, ma fummo sorpresi dalla nebbia nel bosco. Non eravamo lontani dal campo e dopo una lunga camminata in un’atmosfera piuttosto sgradevole, ci accorgemmo di aver camminato in cerchio, perché ci ritrovammo in una radura dove c’era un tavolo con panca fatto di tronchi e il terreno aveva una superficie rocciosa particolare. Eravamo già passati di lì un’ora prima.
La seconda volta c’era la neve. Dopo esserci allontanati molto e non aver incontrato alcuna casa, ricominciò a nevicare. Camminavamo su una strada larga e dritta attraverso un bosco evidentemente piantato, la cui fine non si vedeva, anche perché la neve che cadeva limitava la visibilità. Improvvisamente incontrammo due anziani, forse una coppia, entrambi con capelli bianchi e curvi dall’età. Stavano segando tronchi di dimensioni esatte per caricarli su una grande slitta a mano. Quando passammo, si alzarono e ci salutarono cordialmente con un «Buongiorno», a cui rispondemmo con la stessa cortesia. Mi commosse vederli così e pensai che probabilmente vivevano da soli, se lavoravano in quel tempo. Forse i loro figli combattevano da qualche parte nel mondo o erano — come me — prigionieri in qualche paese sconosciuto. Avrei voluto fermarmi per aiutarli, ma non dissi nulla a Tegoni. Aveva già abbastanza preoccupazioni per il fatto che ci eravamo persi.
Quel giorno camminammo poco, considerando la lunga marcia nella neve. Quando arrivammo a un bivio — eravamo convinti di camminare verso Kahla e quindi di essere al massimo a tre chilometri dal Campo 7 — il cartello a destra indicava che eravamo a dieci chilometri da Jena. L’altro indicava Hundedorf; puntava dritto verso un insediamento che si poteva scorgere a poche centinaia di metri. Dissi a Tegoni che quel cartello significava che stavamo andando al villaggio dei cani, e l’altro che mancavano almeno otto chilometri al campo. Lui rispose con una bestemmia.
Quando raggiungemmo il piccolo villaggio era già buio. Le case strette e vicine e le strade piccole e anguste che conducevano al villaggio mi impressionarono. Davanti a ogni porta o all’ingresso del cortile c’era un cane selvatico legato che abbaiava furiosamente mentre passavamo. I contadini, che uscivano uno dopo l’altro per vedere chi disturbava i cani, avevano espressioni altrettanto poco incoraggianti. Quando arrivammo esausti nella nostra baracca, i pochi compagni che non si erano ancora coricati ci dissero che avevano già pensato che fossimo stati arrestati da qualche parte.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
BabboniConobbi Babboni (di vista) nel campo di Bibbiano. Nessuno lo conosceva, forse Palladini (di vista).
Era un giovane uomo, poco più che ventenne, e non aveva svolto il servizio militare, forse a causa della sua corporatura poco entusiasmante. Era infatti di costituzione fragile e pallida, accentuata dai suoi capelli neri corvini, che portava per quei tempi insolitamente lunghi e teneva raccolti sulla nuca con una fascia per capelli.
Non solo per la sua figura, ma anche per il suo abbigliamento attirava l’attenzione di tutti. Indossava un doppiopetto ben tagliato di tessuto finissimo, una camicia bianca, una cravatta e scarpe nere molto leggere e lucide.
Le sue mani delicate e molto fini facevano supporre che non avesse mai svolto alcun lavoro manuale; d’altra parte non ebbi mai occasione di sentirlo parlare in italiano.
Durante la prigionia non strinse mai amicizie né formò gruppi con altri, probabilmente a causa del suo rancore generale verso tutti, dato che all’inizio della nostra deportazione era sempre stato l’unico a precedermi nel formulare i vari scenari più che probabili del nostro destino.
Sia nella baracca che al lavoro non era molto amato, perché non mostrava mai il minimo spirito di gruppo, o almeno la volontà di adattarsi alle nuove situazioni che si presentavano e che riguardavano tutti allo stesso modo.
Il suo comportamento era spesso la causa per cui alcuni sorveglianti si accanivano con crudele accanimento su molti del gruppo. Forse ero l’unico a capirlo, dato che – insieme a lui – ero l’unico che non aveva mai svolto lavori faticosi. Per questo spesso lo sostituivo alla carrucola, così come facevo con Palladini. Alla carrucola agiva più di chiunque altro sempre in modo affidabile e coscienzioso. Era chiaro che si impegnava lì perché riconosceva i vantaggi fisici che traeva da quel lavoro. Perciò mi permise anche qualche volta di dargli consigli su come modificare il suo comportamento a suo vantaggio. Mi rispondeva sempre che avevo ragione, ma non cambiava mai atteggiamento.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
In fatto di abbigliamento e pulizia era un disastro e non riusciva mai a procurarsi o a farsi il minimo indispensabile. Quando il sole bruciava, si annodava un fazzoletto ai quattro angoli e se lo metteva in testa, quando cominciava a piovere era il primo a coprirsi la testa con una coperta. Come me aveva zoccoli di legno, ma l’unico modo che adottava per conservarli era stare sempre fermo – anche al lavoro – attirandosi così l’ira dei sorveglianti.
In breve: nel comportamento era il precursore di quelli che più tardi avrebbero raggiunto il punto di non ritorno, quelli destinati al tunnel vicino all’infermeria del Campo 7.
Una sera, forse a fine gennaio, tornò molto più tardi di tutti gli altri in baracca, giusto in tempo per prendere la razione di pane. Portava con sé una farina strana, che aveva accuratamente avvolto e annodato nel suo ormai noto fazzoletto sporco. Mise a bollire mezzo bidone di acqua, presa dal ruscello dietro la baracca, e poi versò con cautela tutto il contenuto del fazzoletto nell’acqua bollente. Mescolava e assaggiava continuamente, sembrava molto soddisfatto e non rispondeva alle numerose domande e supposizioni su quella zuppa inaspettata. Così continuò per più di un mese, in media arrivava ogni tre giorni con il suo bottino, senza mai rivelarne la provenienza. Solo alla seconda o terza volta, quando tornò e alcuni compagni per estorcergli informazioni bloccarono tutti i contenitori sperando di ottenere qualche indizio, lui esplose furioso dicendo che non si era mai intromesso negli affari alimentari degli altri e che quindi dovevano lasciarlo in pace. Aveva semplicemente trovato davanti a un capanno due grandi sacchi di “farina cattiva” (crusca con scarti di farina di cereali e ghiande), che il contadino usava per ingrassare il suo maiale. Se fosse rimasto l’unico a servirsi di quella scorta, sarebbe bastata fino alla fine dell’inverno e lui, Babboni, sarebbe sicuramente sopravvissuto – anche se tutti lo avevano già dato per spacciato. Ma se avesse rivelato da dove veniva la sua farina, non sarebbe bastata nemmeno per una settimana e così non avrebbe aiutato nessuno a salvarsi la pelle.
Il suo discorso arrabbiato ma del tutto logico convinse alcuni, che subito, quando l’acqua nei loro contenitori cominciò a bollire, tolsero i loro vestiti pieni di pulci e uova ormai morte e diedero il contenitore vuoto a Babboni, affinché potesse prepararsi la sua solitaria e preziosa zuppa serale.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
Alcuni irriducibili del nostro gruppo continuarono a tenere Babboni sotto stretta osservazione al ritorno dal lavoro, ma nessuno scoprì mai il suo segreto.
A fine febbraio Babboni tornò una sera spezzato e senza il suo fagotto.
Quando gli chiesi se fosse stato scoperto, mi rispose semplicemente che il grande sacco mezzo pieno, che due giorni prima era ancora lì davanti al capanno, era sparito e non si trovava da nessuna parte.
Pensai che il maiale fosse diventato abbastanza grasso e che il contadino, come era consuetudine, lo avesse trasformato in salsicce e pancetta affumicata. Per il povero Babboni fu un duro colpo e non passò molto tempo che fu ricoverato all’infermeria.
Solo dopo il mio ritorno a casa appresi che era morto proprio nei giorni della liberazione.
Ghelfi di Colletta mi disse che lo aveva seppellito lui stesso in una fossa comune proprio nel Campo 7 ed era sicuro che fosse Babboni. Lo aveva riconosciuto dai suoi tratti facciali inconfondibili, anche se quelli che morivano all’infermeria sembravano tutti uguali: solo ossa con un po’ di pelle sopra.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
Il ponteDietro la valle, dietro l’ultimo campo, dove erano alloggiati gli ex prigionieri italiani IMI e che probabilmente si chiamava Campo 5, la strada su cui andavamo dal Campo 7 al lavoro si divideva. A sinistra si arrivava a un vicino insediamento agricolo e poi al grande cantiere sulla collina. A destra passava la strada principale verso la periferia sud di Kahla e poi verso il piccolo cantiere lontano a nord-ovest della collina del cantiere.
Entrambe le strade attraversavano la Saale su due ponti molto particolari. Quello più in basso nella valle, alla periferia di Kahla, era una costruzione in pietra, ma con una superficie stradale fortemente curva che - come nei ponti dell’antica Roma - corrispondeva quasi alla curvatura esterna degli archi del ponte stesso.
Il ponte più alto, invece, era un lunghissimo ponte sospeso, la cui carreggiata era appena più larga di un metro e quindi adatta solo a un passaggio pedonale o al massimo a uno dei tipici carretti a mano in legno, molto usati allora in città e in campagna per la spesa e il trasporto di piccoli oggetti.
Questo ponte rappresentava senza dubbio una prestazione tecnica e architettonica ammirevole: con i due grandi cavi d’acciaio agganciati ai due pilastri metallici, ancorati sulle sponde opposte e a cui erano agganciati i cavi elastici di sostegno del ponte, offriva non solo una soluzione tecnica geniale, ma anche una bella vista d’insieme. Sembrava una miniatura eccellente dei più famosi ponti sospesi americani.
Purtroppo camminarci sopra suscitava sensazioni molto diverse e soprattutto in situazioni delicate il ponte ci sembrava un mostro che scatenava paure terribili. Infatti il ponte cominciava a oscillare quando camminavamo in fila e a passo cadenzato. I ganci elastici dei cavi di sostegno, specialmente al centro della campata, sostenevano il movimento verso l’alto con scricchiolii sempre più forti. I poveretti che si trovavano proprio lì erano costretti ad aggrapparsi a ogni corrimano o a stringere con le braccia il cavo più vicino, cercando di ammortizzare con le ginocchia per non essere scaraventati nel fiume.
Solo se tutti - dopo una serie di grida e imprecazioni di chi era più in difficoltà - restavano fermi per qualche minuto, si poteva procedere con cautela.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
Con il vento la situazione peggiorava; oppure quando ogni trave trasversale del ponte sospeso era coperta da uno strato costante di ghiaccio, arrotondato e levigato come una superficie liscia. E il peggio era quando ci incrociava la colonna dei compagni che andavano al turno di notte. La situazione diventava davvero drammatica quando si sommavano due o più di queste condizioni. Più di una volta ho temuto che il ponte sospeso si rovesciasse e scaricasse il suo “carico” nel gelido fiume sottostante.
Tuttavia, una volta attraversato il ponte sospeso, tutti i disagi e le paure si dimenticavano subito e proseguivamo il cammino al rumore dei zoccoli sul selciato della ripida viuzza che conduceva alla grande piazza del piccolo villaggio rurale.
Da quando ci eravamo trasferiti al Campo 7, quasi sempre insieme agli altri compagni più robusti mi occupavo di portare la mia parte di combustibile per la stufa nella baracca. Erano alcune fascine di legna, briquettes di carbone o torba, che “procuravamo” nei cantieri vicino alle baracche dei nostri sorveglianti. Personalmente preferivo le briquettes di carbone, perché erano meno ingombranti e quindi più facili da sottrarre e nascondere. Tuttavia i nostri controllori chiudevano più spesso un occhio sul legno di scarto. Il mio carico era di due o quattro briquettes: con due ne mettevo una in ciascuna tasca della giacca che mi aveva regalato Paul. Se erano di più, le legavo insieme in un pacchetto lungo e piatto che portavo davanti al petto. Sotto la giacca di Paul legavo tutto stretto con un cavo elettrico spesso, a mo’ di cintura, e una asola intorno al collo teneva il tutto.
Era un accordo tacito ma fermo, indipendentemente dal cantiere in cui lavoravamo o dalla strada che percorrevamo. Camminavamo sempre in silenzio e con la testa china. Gli occhi scrutavano la strada e i suoi bordi: alla ricerca di un improbabile ritrovamento di cibo o di un mozzicone di sigaretta o sigaro, il cui ritrovamento ci avrebbe garantito almeno per qualche giorno la sopravvivenza grazie al mercato dei disperati.
E i pensieri erano sempre rivolti alla razione serale che consumavamo poi nel tepore della baracca.
Col tempo i due ponti divennero sempre più i nostri punti di riferimento. Quando andavamo verso Kahla lungo la strada curva, sapevamo di aver percorso metà strada e eravamo solo un po’ stanchi perché avevamo camminato sicuramente un chilometro in più del solito. Quando avevamo attraversato il ponte sospeso, ci sentivamo anche come se avessimo
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrottagià a metà strada (anche se non era vero), perché il sollievo di aver superato questo ostacolo era notevole e valeva tanto quanto un altro tratto di cammino.
Più avanzava la stagione fredda, più le marce a piedi diventavano difficili per noi e il silenzio durante la camminata divenne una necessità, poiché le conversazioni sarebbero state uno spreco inutile di energie. Così era quasi naturale che trattenessimo il respiro per contrastare i brividi causati dal vento gelido che fischiava attraverso i nostri vestiti logori, o peggio ancora, quando la pioggia mista a neve iniziava a scorrere dalla nuca lungo il collo. Anche i miei zoccoli di legno erano ormai rovinati, nonostante i pezzi di lamiera che inchiodavo sistematicamente al tallone e alla punta. Il legno della suola e la pelle superiore erano così consumati che il miscuglio di fango, sabbia, acqua e neve entrava nella punta della scarpa e usciva dal tallone. Non avendo calze, durante il giorno sul cantiere cercavo un sacco di carta vuoto per cemento secco, dal quale separavo il fondo e lo strato interno di carta polverosa di cemento. Quando poi partivamo per tornare al campo, lo aprivo e lo piegavo della misura giusta, infilando il sacco all’altezza della pancia sotto la giacca della tuta per proteggermi dall’umidità e dal vento gelido. Al mattino fasciavo piedi e caviglie fino a metà tibia, coprivo tutto con le gambe dei pantaloni e legavo tutto stretto con il “nastro universale” fatto di cavo elettrico. Con bel tempo, quando la strada era asciutta e non dovevo impastare malta, questa protezione durava anche fino al primo pomeriggio. Se però pioveva o nevicava, avevo i piedi bagnati già dopo poche centinaia di metri, anche se camminavo con molta cautela.
La piazza del piccolo paese agricolo vicino al ponte sospeso si faceva sempre più stretta e alla fine sfociava nella strada per il campo 7, dove il marciapiede si trovava circa un metro e mezzo sotto i campi coltivati. C’erano anche alcuni orti recintati con reti metalliche.
Alla base del pendio c’era una bacheca fatta con tronchi e assi non trattate, protetta da un piccolo tetto – anch’esso di legno. A destra, un po’ appartata, si trovava una sorta di tribuna. Anche questa era fatta di assi di abete, con tre livelli su cui, nei primi tempi del nostro passaggio serale, erano allineate circa venti piccole taniche di latte. Stimavo la loro capacità tra cinque e venti litri.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
Quando vidi questa disposizione per la prima volta, pensai a quanto fosse buona la minestra di latte (con orzo tostato). Mia madre mi aveva abituato a mangiarla ogni mattina fin da bambino. E pensai anche che i contadini del paese dovevano essere molto ottimisti se giocavano così con la nostra malnutrizione.
Una sera cercai di evitare alcuni compagni che discutevano animatamente e mi si misero sulla mia traiettoria a circa venti metri dalla bacheca. Improvvisamente mi ritrovai in mano una piccola tanica già mezza vuota. Il piacere indescrivibile di assaporare quanto fosse fresca, dolce e forte quella latte durò solo pochi secondi, perché la tanica mi fu subito strappata di mano, lasciandomi un enorme desiderio insoddisfatto.
Più avanti vidi un’altra tanica sul bordo della strada. Mi aspettavo una reazione violenta da parte dei contadini, ma invece furono molto comprensivi e si limitarono a ritardare la disposizione per il giorno dopo.
Aveva già nevicato quando, un’altra sera, passammo davanti alla bacheca. Tegoni, che camminava accanto a me, mi sussurrò all’orecchio: “Pogioli, il Brocul”7 indicando gli orti più in alto. Non avevo idea di cosa fosse il broccolo, ma vedendo la sua eccitazione rimasi accanto a lui e rallentammo fino a quasi fermarci. Feci finta di allacciarmi i lacci degli zoccoli di legno.
Quando l’ultimo gruppo della colonna era passato, saltammo giù dal pendio e tornammo sugli orti attraverso la neve intatta. Lì feci come Tegoni e scavai alcuni strani rami con bizzarre escrescenze. Mentre tornavo verso il campo, cominciai a pulire questo piccolo cavolo a bastoncino e ne assaggiai uno. Mi sembrò un dono inaspettato del cielo, un pane di manna. Riempii due tasche e calcolai che quel cavolo mi avrebbe garantito la sopravvivenza per più di tre giorni.
A dicembre la suola di legno delle mie scarpe si era ridotta al minimo anche in lunghezza. Una era addirittura rotta longitudinalmente dalla punta al tallone e per tenere insieme le due metà avevo dovuto inchiodarci quattro pezzi di lamiera: due sotto la suola e due dentro la scarpa. La riparazione non fu facile, anche se Tegoni mi aiutò, ma le conseguenze per i miei piedi già martoriati furono ancora peggiori.
Ho cercato qui di tradurre l’esclamazione dialettale di Tegoni in tedesco.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
Per fortuna a metà dicembre arrivarono nuove scarpe per chi ne aveva più urgente bisogno. Ce le avevano promesse da tempo.
La distribuzione avvenne dopo il pasto nella baracca e naturalmente la precedette il solito sermone del noto interprete Chiesa, che prima cantò le lodi del buon cuore dei tedeschi, sempre pronti a soddisfare i nostri bisogni. Poi lodò la qualità del prodotto, particolarmente adatto ai mesi invernali e che ci avrebbe garantito piedi asciutti e caldi fino alla primavera.
Si trattava in effetti di stivali di feltro di origine russa (almeno così si diceva comunemente). Tuttavia erano già molto consumati e probabilmente erano stati tolti ai soldati morti al fronte russo.
A me furono assegnati due stivali non corrispondenti: il destro era della misura giusta, quindi calzava perfettamente, ma era molto usurato; il sinistro invece era in buone condizioni, ma almeno tre dita più alto e tre numeri più grande, così che camminando scivolavo fuori. Provai a imbottirlo con carta – con i sacchi di cemento molto usati – ma fu solo un rimedio limitato e a mezzogiorno zoppicavo di nuovo. Per limitare l’usura della suola cominciai a sollevare il piede sinistro più del necessario, così che zoppicavo quasi naturalmente.
Ma rispetto agli zoccoli di legno consideravo quegli stivali una vera benedizione e influirono notevolmente sul mio stato d’animo.Luigi Poggioli: Lager 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
L’hangar e i suoi dintorni
Le dichiarazioni di Chiesa sull’importanza del grande cantiere a sud di Kahla per la guerra furono subito confermate dagli altri deportati che vi avevano lavorato prima di noi e trovarono progressivamente conferma negli avvenimenti nei cantieri in cui eravamo impiegati.
Già le prime volte che ci mandarono a lavorare sul pendio della collina notammo tra di noi il piccolo treno, fermo e immobile sul pendio della linea ferroviaria a scartamento ridotto. Aveva diversi carri aperti caricati con i materiali più disparati, ma sul carro più vicino a noi brillava la fusoliera argentata di un aereo da caccia dalle linee eleganti e innovative. La fusoliera dell’aereo era arrotondata e completata solo dal timone di direzione.
Più tardi, probabilmente all’inizio di settembre, fummo quasi tutti impiegati sempre più in alto, però in un cantiere più a sud, dove doveva sorgere un grande hangar. Per questo fu utilizzato uno dei pendii più ripidi della collina. Con un taglio quasi verticale nel terreno roccioso era stata creata una sorta di gradino alto più di dieci metri e lungo oltre ottanta. Sopra di esso si trovava una pianura larga più di venti metri.
Il nostro compito era costruire l’armatura esterna per la gettata del calcestruzzo sul gradino alto. Il calcestruzzo fluiva senza interruzione da circa dieci betonpompe alla base della collina. Binari verticali erano fissati direttamente all’armatura e su di essi scorrevano carri per il calcestruzzo accanto alle grandi betonpompe. Si fermavano solo di tanto in tanto, per permettere a falegnami e fabbri di continuare a costruire l’impianto. Il nostro settore era affidato a tre giovani falegnami tedeschi che subito ci promossero, i più giovani, a loro assistenti diretti e mandarono gli anziani a procurarci la legna accatastata lontano.
La pianura costituiva l’armatura naturale per il calcestruzzo della copertura del suolo. Qui lavoravano i deportati russi. Il loro compito era trasportare sulle spalle e posare (a una distanza di circa sessanta centimetri l’uno dall’altro) i giganteschi travi a doppia T (alti circa sessanta centimetri e lunghi oltre venti metri). Essi costituivano l’impalcatura per le fondamenta. Il lavoro di questi giovani russi era già di per sé faticoso e pericoloso, e inoltre erano sorvegliati da un “capo” in uniforme: camicia marrone con fascia con svastica al braccio. Era fatto solo di muscoli e pochissimo cervello e lo soprannominammo subito “Energumeno”, il Posseduto.
Proprio lui aveva deciso che i travi di ferro dovessero essere posati uno accanto all’altro a partire dal lato di provenienza, perciò i poveri ragazzi dovevano ogni volta saltare sopra un trave in più. Anche se erano sempre più di cinquanta, tanto che uno toccava l’altro, e anche se il coro delle voci scandiva il passo per distribuire uniformemente il carico, a volte qualcuno inciampava, facendo barcollare tutti e distribuendo un peso molto maggiore su meno spalle. Ne vedemmo più di uno crollare con fratture ossee o vertebre schiacciate. E chiunque cadeva doveva – qualunque fosse il suo stato – subire sistematicamente tutto il turpiloquio dell’Energumeno, che spesso accompagnava con calci e colpi di bastone. La sua arma preferita era un tubo di gomma con un anello di ferro dentro, ma quando era particolarmente furioso preferiva brandire il manico di una pala o di un piccone, perché si adattava meglio alla sua bestiale teatralità.
All’hangar restammo solo pochi giorni. Seguivamo il ritmo di lavoro dei tre giovani tedeschi, che non era affatto faticoso e prevedeva pause che ci permettevano persino di stringere qualche amicizia.
Di questa esperienza ho quindi un ricordo abbastanza piacevole, anche se ebbi un incontro con l’Energumeno che per poco non mi costò caro.
Quella mattina (probabilmente era già il secondo giorno all’hangar) dopo essermi presentato ai giovani falegnami tedeschi, dovetti tornare alla baracca del campo per prendere alcuni utensili da lavoro.
Al ritorno incontrai Cavanna di Colletta e Costantino Rossi, a cui il “capo” aveva caricato sulle spalle un enorme trave rotondo. Cavanna tremava, ma meno per la fatica che per la paura. Rossi era molto più anziano e molto esile e non aveva abbastanza forza, perciò stava con le gambe larghe e barcollava cercando di mantenere un equilibrio instabile. Il tutto era accompagnato dagli incitamenti e dalle urla del muscoloso “capo”. Non so cosa mi prese in quel momento, ma anch’io cominciai a urlare ai miei compagni di lasciar cadere il trave e che non dovevano obbedire a quel capo, perché eravamo assegnati ad altri lavori.
Luigi Poggioli: Lager 7 – La storia della mia giovinezza interrottaQuando il timoroso Cavanna cominciò a lamentarsi nella sua solita supplica nel dialetto («Stai zitto, ragazzo, stai zitto! Ci farai ammazzare tutti»), gettai gli attrezzi da lavoro a terra e colpii il grosso tronco con i palmi aperti, facendolo rotolare dalla spalla del mio compagno e cadere a terra con un tonfo sordo. Energumeno si precipitò, estrasse un piccone e si scagliò urlando contro di me, brandendo l’arma insolita in alto. Tremavo, non tanto per paura, quanto per una rabbia sconfinata per non essere abbastanza forte da annientare quel pacco di muscoli, quell’emblema di violenza e oppressione che in quel momento non riuscivo a sopportare. Mi credevo già perduto. Lo aspettai immobile e gli lanciai un’ultima provocazione, incoraggiandolo a colpirmi e poi a vantarsi con il mio sorvegliante Hermann Franz.
Non so se furono quelle parole o il silenzio insolito che per la prima volta accompagnò una delle sue malefatte, ma il piccone volò lontano e un deciso «Fuori!» ci ordinò di andarcene. Allo stesso tempo fu l’ordine di tornare al lavoro.
Alcune settimane dopo tornammo di nuovo all’hangar per svolgere lo stesso lavoro con gli stessi tre falegnami tedeschi. Il primo strato di cemento che copriva i travetti era già finito e si lavorava al secondo strato per coprire l’anello di ferro rotondo, che, posato stretto, doveva servire per costruire pareti verticali. Queste si incrociavano formando molte vasche adiacenti di oltre un metro di lato. Su queste gabbie erano posate tavole di legno di abete. Venivano usate come passerelle per raggiungere i vari gruppi di falegnami. Inoltre su di esse si trovavano parti di rotaie su cui scorrevano carrelli ribaltabili che trasportavano il cemento.
Erano ancora i russi a dover svolgere questo lavoro e naturalmente erano comandati dal Kapo Energumeno. Quando passavo vicino a lui, non mancava mai di lanciarmi sguardi cattivi. Fingevo di ignorarli, ma se devo essere sincero, mi facevano paura.
Ogni giorno ai russi, costretti a lavorare con equilibrio instabile, capitavano incidenti e la violenza insensata del loro sorvegliante si consolidava sistematicamente. Un giorno un carrello di cemento arrivò troppo velocemente alla fine della rotaia e il giovane addetto al freno si mosse probabilmente in modo goffo nel tentativo di fermarlo: la ruota anteriore saltò fuori dalla rotaia, facendo rovesciare parte del carico molto fluido e bagnando il povero russo. L’ira del «capo» arrivò rapida ed efficiente e il russo maldestro si ritrovò improvvisamente immerso a metà nel cemento, con una tavola al collo che lo schiacciava, tanto da rischiare di annegare. Nel frattempo si alzava sempre più forte l’ordine di rovesciare tutto il contenuto del carrello sopra di lui. Solo l’indecisione dei suoi compagni, che litigavano tra loro su cosa fare, diede al ragazzo la possibilità di aggrapparsi al ferro e liberarsi dalla tavola al collo.
Non tornammo mai più a lavorare all’hangar.
Solo dopo molto tempo tornammo per mezza giornata a prendere le tavole della casseratura (di parti del muro e della soletta) che erano state smontate e accatastate nelle vicinanze.
Così avemmo la possibilità di vedere in azione il gigantesco escavatore a cavo, che aveva già scavato oltre trenta metri in profondità sotto la grande soletta e in alto aveva tagliato la roccia con tale precisione da sembrare un muro esattamente verticale. Si era formato un grande vuoto. Al momento era largo più di venti metri e alto almeno quindici. Per me fu uno spettacolo senza pari osservare quel mostro al lavoro e rimasi qualche minuto a guardare la gigantesca pinza. Guidata da mani esperte, staccava quasi con delicatezza le tavole della casseratura che avevo posato insieme ai tre operai tedeschi.
Con l’avvicinarsi dell’autunno non si doveva più sprecare la luce del giorno né perdere tempo per mangiare una scodella di minestra calda. Così i cantieri più importanti furono dotati di enormi pentoloni sempre pieni di un brodo annacquato e marroncino. Lo chiamavano tè e doveva riscaldare i nostri stomaci fino a quando nella baracca ci veniva servita la minestra.
Così il periodo di digiuno da mattina a sera si allungò a dodici ore di fila, un duro colpo per i nostri corpi già indeboliti.
In accordo con ciò anche la pausa pranzo fu ridotta a quindici-venti minuti (perché almeno i nostri sorveglianti dovevano mangiare qualcosa).
Con l’inizio di questa nuova regola mi allontanavo sempre insieme a molti russi su un sentiero – anche per evitare la vista dei soliti panini con burro o salame, che come il tè caldo sicuramente non avrebbero placato la fame del mio stomaco.
Dopo alcune centinaia di metri raggiungevamo l’enorme apertura di un tunnel, non interessato dai lavori in corso e che la moltitudine cosmopolita di deportati a Kahla aveva trasformato in un mercato irreale. In questa grotta rotonda, con un diametro di alcune decine di metri, camminavano lentamente russi di ogni tipo e anche polacchi, cecoslovacchi, francesi, italiani e belgi, tutti intenti a vendere la loro misera mercanzia. Raramente il prezzo era indicato in marchi, più spesso in possibili merci di scambio. Una sottile fetta di pane, una sigaretta, un sacchetto di tabacco belga morbido, un pacchetto di «Maciorca»8 (tabacco russo che sembrava grosse segature gialle), un pacchetto consumato e sporco di strane sigarette, un orologio vecchio, un pezzo di salsiccia affumicata, un mozzicone di sigaro umido chissà da quale bocca, un anello limato d’acciaio e molte altre piccole cose inutili.
Uno scambio avveniva di rado, ma il mormorio delle offerte non cessava mai, come se fosse un rito o un bisogno fondamentale per mantenere vivo lo spirito di sopravvivenza e continuare la misera esistenza.Quando il tempo peggiorava sempre di più, il sentiero su cui veniva trasportato il materiale verso l’alto diventava sempre più difficile da percorrere e i due veicoli cingolati Bubba si fermarono definitivamente. Le consegne di materiale divennero un problema. Perciò i tecnici della grande baracca decisero di costruire una rampa di cemento in salita lungo la pendenza più forte della collina. Su di essa, poi, carri sarebbero stati tirati da una verricello. Così ci mandarono a scavare qua e là parti della struttura di base. Questi compiti ci venivano assegnati ogni giorno senza una logica apparente, dopo che eravamo stati nel tunnel. Era terribilmente faticoso.
Ma avevamo da tempo smesso di “pensare” come esseri umani, perché il nostro cervello spesso veniva colto da una sorta di pigrizia mentale che ci portava ad agire molto lentamente e come automi. Accettavamo passivamente tutto ciò che accadeva intorno a noi. Avevo perso ogni senso del tempo: un’ora era lunga come un giorno, un giorno era una settimana e un mese un’eternità.
Già a metà dicembre, se volevo salire un gradino alto più di venti centimetri, dovevo afferrare la gamba destra con entrambe le mani sotto il ginocchio e tirarla su per poggiare il piede sul gradino più alto. Da lì potevo anche tirare su la gamba sinistra. Non ero tra i più deboli e il pendio della collina aveva molti gradini molto alti. Erano coperti di terra scivolosa e con il gelo non diventavano meno scivolosi.
Dicembre fu un mese molto lungo e anche gennaio - e persino peggiore, perché nel frattempo era nevicato e il freddo vento del nord aveva tenuto quasi tutto il mese la polvere fine di neve nell’aria. Così ci fu negata persino la vista di un piccolo pezzo di cielo.
In altre parole: Matschorka.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
Natale
Negli ultimi dieci giorni di dicembre i casi di infiammazione acuta dei reni, che avevano colpito tutti più o meno gravemente, cominciarono lentamente a diminuire.
Era iniziato una mattina, quando Antonio Balderacchi, al risveglio, si era alzato dalla sua branda e aveva emesso un grido: “Ragazzi, guardate come sono diventato gonfio!” Lo disse come se fosse una battuta spiritosa, ma la sua voce tremava visibilmente e sembrava completamente scioccato. Era completamente gonfio, era spaventoso: i suoi occhi erano solo due fessure e le borse lacrimali gli pendevano per metà guancia. Le guance, a loro volta, arrivavano a tre dita sotto il mento. Le mani sembravano due guanti di gomma gonfi e i polpacci erano chiaramente compressi nei pantaloni della tuta da lavoro e si muovevano ad ogni movimento come due tubi pieni d’acqua. Quella stessa mattina questa nuova malattia si manifestò anche in altri, soprattutto negli anziani, e in pochi giorni fummo tutti contagiati, sebbene più o meno gravemente e in parte con sintomi diversi.
Tutto il mio corpo si gonfiò, ma solo i polpacci premevano sgradevolmente nei pantaloni della tuta da lavoro. La sera il gonfiore diminuiva e mi dava un po’ di sollievo. La mattina tornava.
Dopo più di una settimana tutto finì, senza che mi rivolgessi all’infermeria, perché molti erano già stati respinti, pur stando visibilmente peggio di me, e anche perché non avevo bei ricordi di quella struttura.
Molti, a cui era stato negato l’ingresso all’infermeria, dovettero aprire considerevoli pezzi delle cuciture dei loro pantaloni, perché non riuscivano più a contenere le gambe gonfie. E altri dovettero camminare per giorni con i lacci delle scarpe slacciati, perché i piedi erano così gonfi.
L’avvicinarsi del Natale però sollevò enormemente il nostro umore, perché il Natale è da sempre la festa della cortesia e della gioia. Inoltre eravamo certi di non dover lavorare e ci aspettavamo un pasto molto speciale, che, come ci aveva predetto l’interprete Chiesa, sarebbe stato servito su diretta istruzione di Mussolini.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
Fu una giornata da sogno, anche se fuori faceva un freddo terribile e ci raccontarono quelli della baracca vicina, al ritorno dal turno di notte, che la temperatura sul cantiere del tunnel era scesa a -30°C.
Come tutti i tedeschi nei loro uffici e appartamenti, anche noi avevamo il nostro albero di Natale. Capretti e Tegoni lo posero sul retro della baracca, vicino alla finestra. Non potevamo decorarlo con piume d’oca o batuffoli di cotone, ma con la neve che cominciò a cadere: a mezzogiorno era piuttosto accogliente.
Al mattino presto ci eravamo lavati, avevamo acceso la stufa e riordinato la baracca. Mentre aspettavo il cibo, pensavo alla gioiosa allegria delle feste di Natale che avevo trascorso con la mia famiglia e a come a noi bambini venivano mostrati i dolci alle mandorle in scatole colorate, che avevamo ricevuto in regalo dai parenti. Trovai un pezzo di carta e disegnai a matita un angelo della pace, che avrei voluto inviare idealmente a casa e in tutto il mondo scosso dalla guerra.
Era come una preghiera di pace, perché la mia vita di schiavo insensata e terribile poteva finire solo con la pace.
A mezzogiorno ci servirono il cibo nella solita scodella, ma il mestolo non venne riempito del tutto, perché secondo il cuoco si trattava di un piatto di qualità superiore, da gustare: la zuppa era semplicemente un po’ più densa del solito e conteneva alcune tagliatelle troppo cotte. Il sapore non era affatto migliore del contenuto visibilmente scarso.
Seguì, nella stessa scodella che per l’occasione dovevamo svuotare, lavare o leccare, un dolce di alta arte culinaria, che poteva venire solo dal nostro “amato” Duce.
Si trattava di una specie di budino di gelatina, che forse doveva rappresentare i colori della bandiera italiana: consisteva in una mezza sfera rosso acceso di pochi centimetri di diametro, che galleggiava in una gelatina densa di colore tra il giallo verdastro e il bianco d’uovo. Lo aspettavamo con entusiasmo, lo mangiammo con diffidenza e lo giudicammo deludentemente, ma forse la nostra mancanza di apprezzamento era dovuta solo alla perdita del gusto delle nostre papille, che si faceva sempre più evidente.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrottaSubito la mattina seguente, alcuni del nostro gruppo mostrarono sintomi di dissenteria. Alcuni lo attribuirono a quel budino, altri arrivarono alla conclusione che ci avessero voluto avvelenare intenzionalmente. Quando nei giorni successivi trapelò che la malattia si era praticamente diffusa in tutto il campo e aveva colpito tutti i gruppi di ogni provenienza, scoppiò ovunque grande paura, perché ci rendemmo conto che l’infezione non risparmiava nessuno. Se non migliorava entro pochi giorni, consumava ognuno fino a ridurlo a un’ombra completamente disidratata di se stesso. Dopo un crollo fisico e psicologico, si finiva dopo pochi giorni nella infermeria e poi quasi sempre nel tunnel dei cadaveri. Il piccolo camion verde con le sue solite cinque bare sul cassone aumentò notevolmente in quel periodo il numero dei viaggi di andata e ritorno tra i vari campi.
La malattia mi colpì nelle prime ore del mattino. Era insolito che mi svegliassi di colpo e, mentre ancora mi chiedevo il motivo, sentii un dolore acuto inequivocabile che in un certo senso mi fece cadere dal “letto alto”. Indossai gli stivali e in pochi secondi ero nell’area d’ingresso, dove inciampai in qualcosa di duro e così caddi contro la parete opposta. Solo stringendo i denti raggiunsi la trave trasversale della latrina, dove già alcuni compagni del locale accanto “erano seduti”.
Quando tornai nella baracca, scoprii che l’ostacolo che mi aveva fatto inciampare non era altro che mucchi di feci congelate. I più anziani o i più deboli le avevano “perse” lungo il percorso, dopo essersi svegliati troppo lentamente. Di giorno questi mucchi venivano naturalmente rimossi, ma per molti giorni di seguito trovavamo ogni mattina l’ingresso sporco di tali ostacoli. Nel punto in cui le due “file” delle rispettive stanze si incontravano, erano quasi alti quanto una mano.
Per fortuna, al già da mesi progressivo calo del gusto si era aggiunta con l’arrivo dei primi freddi anche una notevole diminuzione dell’olfatto. All’epoca ero convinto – forse erroneamente (ma non credo) – che si trattasse di una reazione naturale del nostro corpo a certe situazioni eccezionali. In breve: indebolendo questi sensi, Madre Natura dà a un affamato la possibilità di ingoiare anche cibo dal sapore o odore sgradevole e di adattarsi, anche a vivere in luoghi o ambienti che altrimenti eviterebbe.
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Gli attacchi di dissenteria non risparmiarono nessuno e alcuni ebbero più ricadute, che cessarono solo quando il grande freddo passò. Tutti i prigionieri anziani dovettero farsi ricoverare nell’infermeria e molti non tornarono più al lavoro.
Anche Gigino Dragoni era nell’infermeria e una sera, tornando dal lavoro, passai a trovarlo. Mi disse: “Che ci fai qui? Aspetto, come tutti gli altri qui dentro, solo di essere portato nel tunnel dall’altra parte della strada. L’unico ‘trattamento’ che ci hanno fatto da quando siamo qui è stato dimezzare la razione di pane e minestra. Quando abbiamo sete, dobbiamo andare a turno a prendere l’acqua dalla stanza da lavaggio, ma ormai pochi ce la fanno.”
Quando uscii, l’infermiere Balderacchi mi confermò la situazione e mi indicò anche le condizioni igieniche catastrofiche.
La sera seguente il Kapo Franz mi permise di terminare il lavoro mezz’ora prima, così potei andare in farmacia a Kahla. Per evitare discussioni con i due commessi in farmacia, che mi avevano già accolto con un atteggiamento volutamente disgustato, mi limitai a indicare le due scatole sullo scaffale di cui avevo bisogno. Me ne diedero solo una e mi accontentai. Quando ero stato lì una volta per me, avevo cercato di ottenere una medicina specifica contro la “diarrea”. Avevo cercato la traduzione tedesca in un opuscolo preso in prestito, ma le mie ripetute richieste venivano sempre respinte con un secco “no”, seguito da vari insulti. Così dovetti accontentarmi di due scatole di cartone grezzo marrone con una polvere grigia grossolana dentro, che aveva un leggero sapore di castagne. La stessa polvere l’avevo già presa ad agosto su consiglio di qualcuno, dopo aver cercato di placare la fame persistente con troppe prugne.
Non ho mai saputo a cosa servisse esattamente quella polvere, ma aiutò Dragoni, come aveva aiutato me.
Quando lo andai a trovare qualche giorno dopo, sembrava in buone condizioni, anche se ancora più magro. Mi espresse tutta la sua gratitudine e disse che senza quella “medicina” non sarebbe mai più tornato a casa. Mi elencò i nomi di quelli morti in quei giorni e aggiunse che proprio la sera prima avevano “portato via” il barbone di Montereggio (Giovanni Figoni), che era sdraiato sulla branda accanto.
Non passò nemmeno una settimana che Jean Balderacchi entrò nella baracca e disse che Gigino Dragoni stava morendo.
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Alle mie parole incredule rispose subito con chiarezza: “Sai com’è il tuo connazionale9. Si era ripreso meravigliosamente, ma si era messo in testa di lavarsi lo sporco che gli si era attaccato addosso. Pensavo di averlo convinto a non farlo, ma quando fu solo per un momento, andò a farsi la doccia. E con l’acqua fredda della stanza da lavaggio. Polmonite mortale. Non si può più fare nulla per lui.”
Lo seguii all’infermeria. Gigino era in coma, ma stranamente aveva ripreso colore, come a Farini. Era tranquillo e sulle sue ossa zigomatiche era tornata la sottile rete di vasi sanguigni, proprio come allora, quando lo vidi uscire con un cliente amico dalla trattoria, dove aveva offerto e gustato un bicchiere di vino bianco.
Quei amici e clienti non li avrebbe mai più rivisti, perché aveva sempre creduto più nella provvidenza che nel buon senso.
Più che “dallo stesso paese”, qui si intende “dallo stesso luogo” (cioè Farini d’Olmo vicino a Piacenza).
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Il piccolo cantiere a sud-est di KahlaEravamo già stati occasionalmente per alcuni giorni in questo piccolo cantiere ad agosto.
Allora eravamo ancora nel Campo 1 e il percorso verso il cantiere era quindi abbastanza breve.
Lì si stava costruendo un edificio a due piani, non molto largo, ma lungo diverse decine di metri.
Il nostro lavoro consisteva nel preparare la malta e portarla insieme ai mattoni e ad altri materiali da costruzione ai muratori. Erano quattro o cinque muratori, tutti tedeschi, che lavoravano molto velocemente, ma facevano altrettanto spesso delle pause, per cui il nostro carico di lavoro era sopportabile. Anche il vecchio sorvegliante non ci tormentava e, dopo averci dato istruzioni, si rinchiudeva quasi tutto il tempo nella sua baracca. Solo raramente usciva per rimproverarci, borbottando qualcosa di incomprensibile e scuotendo la testa un paio di volte, come se volesse giustificare a se stesso che davvero non poteva chiedere di più da noi.
A fine gennaio tornammo a lavorare lì; per alcuni giorni ciascuno e alternandoci con gli altri cantieri sulla collina.
Ricevemmo di nuovo lo stesso compito e lo stesso vecchio sorvegliante brontolone. Purtroppo, a causa del lavoro e del lungo tragitto dal Campo 7, eravamo sempre più magri e stracciati. E i vestiti, già inadatti e ormai strappati, non potevano in alcun modo proteggerci dal freddo continuo e terribile. Il vecchio kapo faceva finta di non accorgersi quando accendevamo un piccolo fuoco al piano terra del primo blocco dell’edificio, che era già coperto. E si mostrava sempre indulgente, anche se lì ci riscaldavamo a turno per poco tempo. Mai più di due o tre stavano insieme al fuoco. In quel periodo lavoravamo costantemente all’aperto nella neve, che cadeva o poco e a fiocchi piccoli, o continuamente in una tormenta accecante, e il vento gelido soffiava dai vicini boschi di pini innevati. Quel piccolo fuoco era per tutti noi un oggetto di desiderio costante; i nostri pensieri erano sempre rivolti a lui come unico salvagente. Ma spesso era molto difficile allontanare dal fuoco i più deboli tra noi, che si lasciavano intontire dal suo calore accogliente. Così iniziava una guerra tra disperati, che spesso ci portava a trattarci con estrema durezza.
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Una volta mi ero appena avvicinato al fuoco e rimproveravo Alfredo e altri, ordinando loro di rispettare gli orari stabiliti, affinché tutti potessero riscaldarsi un po’.
Improvvisamente una terribile esplosione sollevò un pezzo rotondo del pavimento proprio dove si trovava il fuoco, scagliando ovunque brace ardente e pezzi di legno.
Dopo aver soffocato frettolosamente con le mani le numerose fiamme che si erano propagate anche sui nostri vestiti, raccolsi da solo i pezzi di legno e allontanai i più grandi focolari ardenti che minacciavano di incendiare la nostra preziosa scorta di legna.
Quando apparve il vecchio kapo, gli spiegai cosa era successo. Borbottò qualcosa di incomprensibile, ma dopo aver osservato tutto attentamente, concordò con me che la causa dell’esplosione doveva essere il gas formato dall’antigelo che era stato aggiunto al cemento. Mi indicò un posto più sicuro, poco distante, su terra battuta, dove potevo accendere un nuovo fuoco.
Alfredo era un giovane snello e dritto di 24 anni, ma sembrava più giovane. Era arrivato da poco per prendere uno dei tanti posti liberi nella baracca lasciati da qualcuno che era stato ricoverato nell’infermeria o già portato nel tunnel dietro la strada del Campo 7.
Veniva da un altro campo della zona, ma era evidente che era stato deportato da poco, perché indossava scarpe buone e vestiti puliti, ancora non consumati, e sopra un tuta da lavoro intera color nocciola quasi nuova, di cotone fine.
Subito si mostrò molto educato con tutti, ma non parlava di sé. E di solito non facevamo molte domande.
Nel cantiere si capì subito che era troppo goffo per qualsiasi lavoro manuale. Ma compensava con i suoi movimenti sciolti, perché era meno debilitato di noi.
Più tardi mi confidò che veniva dalla Romagna, dalla provincia di Forlì, e che era un ciclista professionista. Era sposato e padre di due figlie, di cui mi mostrò anche una foto.
Quando pensai che avesse superato la parte peggiore della fase di adattamento, perse il buon umore, divenne apatico e si isolò sempre di più. Provammo in tutti i modi, anche molto diretti, a scuoterlo, ma non reagì mai alle nostre provocazioni. Solo durante le pause, quando potevamo riposarci, lo sentivamo a volte – nel suo dialetto e con la foto delle sue due figlie in mano – parlare tra sé: «Le mie figlie non le rivedrò più.»
Una mattina si rifiutò di alzarsi dalla branda. Mi disse solo che si sarebbe fatto ricoverare nell’infermeria, da dove non tornò mai.
Una volta, quando dovevamo andare a un cantiere sulla collina, il kapo Franz trattenne me, Tegoni e altri nel tunnel di protezione. Disse che dovevamo ancora finire gli interni.
A me però fece fare poco lavoro, ma mi chiamò nella sua baracca ufficio, dove parlò a lungo con me. Mi descrisse la situazione sui fronti di guerra e raccontò dell’esercito tedesco ormai in rotta e della fuga della popolazione nel nord-est, che temeva le rappresaglie dell’esercito russo, che voleva vendicarsi per le atrocità commesse dalle SS contro la gente.
Mi raccontò episodi di tale crudeltà che non potrei mai ripeterli, e concluse il suo racconto sperando che inglesi e americani arrivassero presto.Non devo sottolineare ulteriormente che questa conversazione accese chiaramente la piccola fiamma della mia volontà di sopravvivenza. Pensai subito di scappare non appena la poca neve si fosse sciolta. Avrei implorato o comprato o rubato qualcosa da mangiare dai contadini per sopravvivere fino al primo tepore primaverile.
Poiché i miei vestiti erano completamente logori e sporchi, tanto che sicuramente sarei stato scacciato al primo podere o denunciato alla polizia, mi misi alla ricerca di una tuta da lavoro. Era l’unico indumento usato che si poteva trovare sul mercato del campo a un prezzo accettabile. Dopo alcuni tentativi infruttuosi, mi fu promessa una tuta – da due ospiti piuttosto loschi che una sera vennero al campo 7 per trattare. Mi assicurarono che me la avrebbero portata la sera successiva, bella e quasi nuova, proprio come la volevo. Prezzo: cinquanta marchi e una razione di pane.
La ricevetti quasi una settimana dopo e pagai quaranta marchi e mezza razione di pane, perché sotto il ginocchio aveva numerosi piccoli buchi di bruciatura. Alcuni di questi erano persino nella zona del petto.
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Quella sera mi resi conto che Alfredo aveva resistito molto più a lungo di quanto avevamo previsto, ma che non avrebbe mai più rivisto la sua “putine”10.
Quando i giorni cominciarono a schiarirsi, in questo cantiere avemmo la possibilità di ammirare l’enorme progresso tecnico dell’aereo che veniva assemblato nei tunnel e poi si alzava in volo sulla pista costruita sull’altopiano della collina a sud di Kahla.
Già in autunno avevamo udito i primi voli, apparentemente lenti, a notevole altezza.
Dalla fine di gennaio 1945 i voli ripresero nei giorni in cui non erano vietati. L’altitudine di volo veniva costantemente ridotta e così sembrava aumentare la velocità degli aerei.
In una giornata di sole, mentre lavoravamo come al solito, un’ombra enorme e veloce ci sorvolò, attirando immediatamente tutti i nostri sguardi verso l’alto. Solo quando distinguemmo i contorni netti ed eleganti di un aereo bimotore senza eliche sotto le ali, che volava a una velocità impressionante, si udì un fragoroso boato. Mi fu chiaro che le voci che avevano raggiunto Kahla poco prima, che parlavano di una delle famigerate sette armi segrete di Hitler, presumibilmente fabbricata nei laboratori dei tunnel a sud di Kahla, contenevano una parte significativa di verità.
Questa consapevolezza mi scosse molto, ma riguardo all’andamento della guerra non mi preoccupai troppo, perché il numero di fusoliere di aerei che la piccola ferrovia a scartamento ridotto trasportava fino all’apertura del tunnel sulla collina era piuttosto limitato. Quindi, se mai, avrebbero potuto influire solo marginalmente sulla potenza aerea degli Alleati. Spesso avevamo infatti l’occasione di osservare come il cielo limpido si coprisse di scie di condensazione lasciate dal sorvolo simultaneo di molte centinaia di bombardieri, accompagnati da altrettanti caccia. Non avevamo mai visto un aereo tedesco disturbare il loro passaggio.
Anche nei cantieri sul pendio della collina spesso rimbombavano piccole formazioni di Spitfire inglesi in volo radente sopra di noi, senza che mai vi fosse una reazione da parte dei tedeschi. Né mai furono sparati colpi contro di noi.
Al contrario, spesso vedevamo i piloti salutarci con un cenno della mano. Volevano mostrarci che erano informati sulla nostra situazione e ci rispettavano.
“Figlie” nel dialetto di Alfredo.
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La prima volta non li avevo sentiti arrivare, perché stavo riempiendo un betoniera in funzione, che faceva molto rumore. Improvvisamente il nostro sorvegliante occasionale (un vecchio nazista dall’aspetto sciocco e dal carattere maligno) fissò estasiato verso la cresta della collina e ci annunciò gli aerei tedeschi in arrivo: “Deutsche fliger kommenn!”11 Ma la vista frontale dell’ultimo aereo, ancora delineato contro il cielo, mostrava l’inconfondibile presa d’aria asimmetrica sotto la macchina12. Urlai: “Spitfire inglesi!” e mi gettai dietro la betoniera. Dalla mia copertura vidi solo un aereo che sfiorava la cresta, a non più di dieci metri sotto di me. Il pilota ci salutò allegramente agitando la mano.
Il nostro Kapo era l’unico rimasto in piedi e, nonostante il mio avvertimento, sembrava paralizzato. Non mi perdonò affatto di averlo reso doppiamente ridicolo e mi minacciò tutto il giorno con il suo bastone, sommergendomi di insulti e volgarità.
Qui è stato mantenuto il testo originale di Poggioli.
Si intende il radiatore rettangolare che nella Spitfire si trova solo sotto una delle ali.
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Kapo Fritz, il meschinoLo chiamavamo così per distinguerlo dall’altro Fritz, quello menomato, che veniva quasi ogni giorno al cantiere del tunnel, ma che raramente ci dava una mano quando il Kapo Franz non c’era.
Il Comune era un uomo piccolo, sempre vestito in modo elegante, anche quando indossava gli abiti da lavoro invernali: stivali neri rigidi e lucidi, pantaloni da cavallerizzo, giacca corta e calda di lana spessa con colletto di pelliccia e basco, oltre a un paio di paraorecchie anch’essi di pelliccia.
Portava gli occhiali e aveva una bocca larga, che non si chiudeva mai e sembrava fatta solo per sputare cattiverie. Non smetteva mai di urlare. Gridava contro ogni lavoratore, ma mostrava un particolare disprezzo verso di noi italiani. In nessuna delle sue frasi che ci riguardavano mancava mai la parola “merda”.
Mi ricordava uno di quei piccoli cani bastardi che sembrano fatti solo per abbaiare e ringhiare furiosamente a chiunque, ma che cercano di morderti alla caviglia solo quando gli volti le spalle. Mostrava infatti una codardia insolita, perché si accaniva preferibilmente sui più deboli, li insultava senza alcuna remora e li spingeva con le mani guantate.
La sua cattiveria raggiunse l’apice quando cominciò a negare il buono pasto a chi, secondo il suo giudizio indiscutibile, non aveva lavorato abbastanza, con il quale si poteva ritirare la razione.
Eravamo già estremamente indeboliti dalla cattiva alimentazione e dalla fatica disumana quotidiana, quindi un giorno senza cibo significava quasi sempre un collasso psicofisico e quindi il rischio di una morte prematura.
Babboni e Palladini furono i primi a subire questo tipo di punizione e ne seguirono altri. A me la impose la mattina stessa. Eravamo in un cantiere sulla cresta della montagna e io stavo tracciando con un piccone un rettangolo sul terreno duro e gelato della stretta pianura. Lui stava ai piedi dell’argine della ferrovia a scartamento ridotto e mi disse che non c’era dubbio che dovevo arrivare fino al terreno non gelato entro sera. A quel tempo le temperature oscillavano da meno sei gradi di giorno a meno venti di notte. E il gelo del terreno arrivava sempre a più di mezzo metro di profondità dove lavoravamo. Perciò non c’era un solo tedesco che non portasse paraorecchie e sopra una copertura per la testa imbottita adatta. Molti avevano anche regolarmente un proteggi-naso.
Nella situazione data avrei dovuto evitare ogni sforzo e lavorare al minimo, perché la punizione era già stata inflitta. Ma speravo un po’ che il Kapo ci ripensasse, e poi c’era il mio orgoglio personale. Così ho picconato tutto il giorno come non avevo mai fatto.
Gli amici più esperti mi diedero consigli su come procedere meglio ed evitare il più possibile la sabbia gelata che si alzava a ogni colpo di piccone, mi sporcava il viso e mi rendeva quasi cieco. Anche se avevo superato gli altri compagni in termini di “avanzamento del lavoro”, ogni sforzo fu inutile. La sera ero più esausto che mai, con gli occhi doloranti e quasi ciechi per la sabbia e il pensiero che dovevo procurarmi qualcosa da mangiare.
Per nostra fortuna il Kapo Fritz si ammalò.
Era probabilmente la fine di gennaio e da qualche giorno eravamo tornati al piccolo cantiere a sud-ovest di Kahla. Era una giornata particolarmente fredda e mescolavamo a mano la malta, a cui era già stato aggiunto un antigelo. Perché la temperatura era ben sotto lo zero, come ci mostrava il blocco di ghiaccio che cresceva sotto il rubinetto.
La mattina avevamo scaricato e spostato pesanti blocchi di cemento e gran parte dei miei guanti era rimasta attaccata, insieme a molta pelle delle punte delle dita. Entrambi pendevano dalla superficie abrasiva e gelata della pietra. Il Kapo Fritz urlava senza sosta. Stava un po’ a parte, vicino al muro dell’edificio, appena abbastanza lontano per evitare schizzi di malta sugli stivali. Era chiaramente irritato dai nostri continui tentativi di scappare (con la scusa di dover andare in bagno). Poi correvamo a turno al piccolo fuoco in un angolo nascosto dell’edificio in costruzione per scaldarci un po’. Così lui era costretto a restare fuori al freddo per sorvegliarci.
D’altra parte anche noi eravamo infastiditi, perché la sua cattiveria insensata aveva rovinato le nostre brevi “pause di lavoro”, che il vecchio sorvegliante del cantiere aveva sempre tollerato in silenzio.
Io comunque non ero incline a sopportare alcun tipo di arroganza e oppressione, e ora notavo anche che il continuo bagnarsi nel fango sabbioso della malta stava rovinando il mio unico stivale ancora intatto. Così stavo lì, con entrambi i piedi bagnati e appiccicosi.
E così successe che, alla ennesima insulto di Kapo Fritz, in cui faceva allusioni sarcastiche alla inferiorità degli italiani, risposi con la stessa cattiveria. Gli dissi in faccia che era facile fare il gradasso quando si era ben nutriti come lui e si aveva davanti a sé poveri affamati come noi. Lui rispose attaccandomi e dicendo che aveva un documento per mangiare, che valeva quanto la nostra razione giornaliera. Allora mi misi a ridere ad alta voce e con molta ironia per i suoi vestiti caldi che lo proteggevano dal freddo e contrapposi a ogni suo indumento i nostri stracci miserabili. E continuai a urlargli contro molto astutamente, mentre tutti i miei compagni, stimolati da Capretti, Tegoni e Gallini, avevano cominciato a lavorare come pazzi davanti a Fritz. Lui si spogliò allora e mise i vestiti su un davanzale vicino, finché rimase in piedi a torso nudo, con il petto gonfio e le mani strette a pugno sui fianchi. Guardava beffardo i suoi schiavi, convinto di averli finalmente sconfitti.
Il giorno dopo arrivò un po’ in ritardo al cantiere, ma dopo averci dato rauco qualche ordine, si allontanò tossendo verso l’ufficio del vecchio sorvegliante. Ne uscì solo nel pomeriggio per tornare a casa in sella alla sua elegante bicicletta.
Per nostra fortuna non tornò mai più.
Luigi Poggioli: Lager 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
Volontario delle SSLo avevamo visto per la prima volta quando era ancora chiaro durante il tragitto per andare e tornare dal lavoro. Stava a un incrocio alla periferia di Kahla ed era chiaro che stava aspettando qualcuno. Con la sua grande figura in una uniforme grigio-blu, un soprabito molto lungo e un berretto senza distintivi, il suo volto magro e deciso e i capelli fortemente brizzolati, aveva un'incredibile somiglianza con il maresciallo Graziani, che era già un mito "riciclato" del governo repubblicano di Mussolini. E così abbiamo iniziato a dargli questo nome, anche se al nostro secondo incontro per strada dava un'immagine tutt'altro che bellicosa: indossava due scarpe enormi e camminava a grandi passi. Oscillava come un contadino di montagna, aveva la testa china e la sollevava solo nel momento in cui le nostre strade si incrociavano.
Quando poi lo vidi più spesso passare per strada vicino al tunnel, pensai che fosse una specie di incaricato per la protezione degli italiani. Ma altri contraddicevano la mia benevola supposizione e mi dicevano che questo signore vagava per i campi con l'unico scopo di reclutare volontari per l'esercito della Repubblica Sociale Italiana13, che sarebbero stati addestrati in Germania e poi inviati in Italia. Allora mi ricordai improvvisamente dei vari treni militari di internati militari italiani che avevamo incontrato durante il nostro viaggio in treno. Le loro uniformi erano di vario tipo e erano equipaggiati con le armi più diverse. In particolare, un treno militare incredibilmente lungo di vagoni aperti mostrava numerosi pezzi di artiglieria e mitragliatrici pesanti.
Nel campo 7 "Graziani" arrivò per la prima volta a novembre, ma non ebbe fortuna, perché molti gli chiesero, per rispetto al nostro stato miserabile, di interrompere il suo discorso subdolo e di andarsene. Io però mi ero tenuto un po' da parte e, affascinato dal suo accento toscano, avevo ascoltato tutto il suo discorso: da quando si era presentato e si era rivelato fiorentino, fino al punto in cui disse che veniva come un buon padre, perché era estremamente preoccupato per la nostra situazione e voleva aiutarci a uscirne.
Tornò verso metà dicembre, in un momento in cui eravamo completamente esausti dal lavoro e dalla lunga marcia a piedi. Inoltre, in quel periodo notavamo sulla nostra pelle quanto fosse inadatta la nostra vestiario per affrontare l'inverno, che si mostrava sempre più terribile.
Fui il primo a rispondere al suo appello, anche se mi assicurai riguardo al vitto, al trasferimento immediato in Italia dopo il nostro addestramento, ecc. Le assicurazioni erano così convincenti e venivano presentate con tale commozione che scatenarono subito l'adesione di metà della compagnia – nonostante la reazione furiosa e dura dei soliti saputelli Tegoni, Capretti e Freddi.
Ad essere onesti, quasi tutti i volontari previsti erano in uno stato miserabile di debolezza, che aveva compromesso la loro capacità di ragionamento logico.
Con le restrizioni quotidiane, che avevano già ridotto le mie condizioni di vita a quelle di un animale e con un'attività cerebrale limitata a improvvisare in situazioni di decisione spontanea e con l'unico intento di sopravvivere fino a sera, dimenticai molto rapidamente quell'adesione.
Solo verso metà febbraio un incaricato, accompagnato dal solito interprete, fece un giro in tutte le baracche del campo e chiamò tutti i volontari all'appello. Nel nostro dormitorio furono chiamati solo due nomi, perché gli altri erano stati dichiarati troppo vecchi o altrimenti inidonei. Solo io risposi all'appello, perché l'altro era stato portato da tempo all'infermeria e forse era già finito nel tunnel dall'altra parte della strada.
Ci fu detto di prendere le nostre coperte, la scodella di latta del nostro equipaggiamento e solo le cose personali indispensabili. E dopo che tutto il campo era andato al lavoro, ci radunarono davanti all'"ufficio" e ci trasferirono immediatamente nel campo vicino alla segheria, che era stato sgomberato dai pochi sopravvissuti. Al nostro arrivo, un grande gruppo di nuovi arruolati era già schierato nella vasta piazza tra le baracche, al margine del piccolo ruscello e sulla piccola strada che conduceva al campo 7. Fu uno spettacolo tanto deprimente quanto desolante vedere questi poveri cristiani, vestiti solo con alcuni pezzi di uniforme e per il resto ancora nei loro stracci sporchi. Avrebbero spaventato anche il più duro e disgustoso barbone improvvisato. D'altra parte, anche gli istruttori – alcuni sottufficiali e sergenti e qualche semplice soldato – non animavano certo l'ambiente; né con le loro uniformi rattoppate né con il loro atteggiamento tutt'altro che bellicoso. Dopo che ci furono assegnati i posti per dormire, anche noi fummo schierati nella piazza, dove un tenente, tradotto simultaneamente dall'interprete, ci diede il benvenuto e passò subito alle prime basi dell'addestramento. Ricordando le parate militari delle "tipiche centurie"14 di San Vincenzo, abituate fino a poco meno di un anno prima, me la cavai abbastanza bene, anche se i miei stivali di feltro ingombranti e scomodi non facilitarono certo il passo.
La mattina seguente mi furono consegnate le prime due parti dell'uniforme. Si trattava di un paio di pantaloni lunghi che arrivavano fino alla caviglia e di una maglia a maniche lunghe che potevo chiudere fino al collo con tre bottoni. Entrambi erano di cotone bianco molto sottile.
Il giorno dopo mi diedero una giacca. Aveva alcune toppe, ma era pulita. Insieme ricevetti un berretto. Entrambi somigliavano alle uniformi degli aviatori di stanza a San Damiano, ma senza alcuna decorazione o distintivo.
Poi seguirono anche i pantaloni e gli stivali di gomma neri, che arrivavano sotto il ginocchio.
L'addestramento proseguì senza pause, ma anche senza sforzi eccessivi. Facevamo brevi marce e pause regolari lungo la strada per Kahla. Accolsi con grande sollievo questo minore dispendio di energie, anche se dovetti strappare la mia camicia già lacerata in due parti per legarmi i piedi al posto delle calze, che non avevamo ancora ricevuto.Non era ancora passata una settimana quando una sera, al crepuscolo, fummo radunati nella grande piazza. Dovemmo schierarci in tre gruppi, che formavano un quadrato con un lato aperto verso la strada. Tutti gli istruttori e gli altri militari tedeschi erano schierati davanti a noi o ai bordi della strada. Dopo che la formazione fu completata, apparve con passo lento, testa alta e mani incrociate dietro la schiena guantate un SS-Maggiore molto elegante. Era accompagnato dal suo attendente ufficiale, che teneva al guinzaglio una bellissima lupa a pelo lungo, e dall’interprete. Qualcuno disse che l’ufficiale era il nostro comandante e dietro di me un altro aggiunse che il cane era un lupo siberiano, ma un terzo dissentì, sostenendo che si trattava di un pastore belga.
Quando il gruppo appena arrivato si schierò al centro del quadrato, tutti rimasero di nuovo assolutamente immobili e in silenzio. Solo il grande ufficiale fece qualche passo o saltellò nervosamente sulle punte dei piedi.
Si tratta probabilmente di reparti speciali di una parata militare.
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Poi arrivarono una dopo l’altra le prime squadre dei deportati dal Campo 7. Furono fermati e condotti dalla piazza ai bordi della strada. Poco a poco furono schierati in modo da chiudere il quarto lato del quadrato. Dopo che tutti furono arrivati e schierati, due soldati entrarono nella formazione e dopo pochi secondi ne uscirono con un giovane uomo, che tenevano sotto le ascelle. Lo conoscevo solo di vista. Era noto per i suoi abiti logori e indecenti. In quel momento però indossava dei nuovi pantaloni militari.
Fu trascinato in ginocchio davanti al Maggiore. Questi non gli rivolse neppure uno sguardo e iniziò subito un discorso fatto di poche e brevi frasi, che pronunciò con una voce quasi femminile; l’interprete invece traduceva simultaneamente a voce alta. Disse che quell’uomo era un ladro e che le forze armate della Grande Germania non tolleravano ladri. Perciò quell’uomo meritava una punizione esemplare.
Quando il discorso finì, diede ai suoi subordinati alcune dure istruzioni e da un momento all’altro la lupa si scagliò sulle mani dello sventurato e cominciò a dilaniarle sistematicamente. Procedeva come un’esperta, mentre i due soldati tenevano ferme le braccia della vittima, così che potesse lavorare meglio.
Tutto ciò avvenne senza incidenti e indicava, se non la professionalità di tutti i protagonisti, almeno una certa esperienza nel portare a termine quell’orribile atto.
Quando le mani non erano più che due stracci grondanti sangue, risuonò un altro comando secco che richiamò il cane. L’attendente riprese subito il controllo del guinzaglio. Un segno strano delle due mani rigide e guantate fece poi allontanare tutti i militari, affinché potessero assistere alla punizione ordinata nel discorso dal capo supremo dei kapò. Solo allora mi resi conto che le due mani guantate non erano altro che due protesi.
Come in un incubo e in silenzio tornai, come tutti gli altri, alla baracca. L’immagine del giovane uomo che piangeva e, tra dolori, guardava ciò che restava delle sue mani mi accompagnò.
La mattina seguente non ebbi bisogno della sveglia. Quando arrivò il sergente, ero già in piedi. Indossavo di nuovo i miei vecchi stracci e, mentre gli mostravo la mia uniforme ancora incompleta e ora piegata ordinatamente sul letto, gli dissi che non mi sentivo capace di diventare soldato e volevo tornare al Campo 7.
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Non uscii con gli altri per l’appello e aspettai un po’ impaurito il maresciallo, che arrivò circa mezz’ora dopo. Con un atteggiamento benevolo e voce bassa mi rivolse alcune parole, controllò scrupolosamente ogni capo d’abbigliamento che gli consegnai e dopo il decimo «bene» mi diede un permesso compilato con tutti i miei dati, per poter uscire dal campo, che poi avrei dovuto consegnare all’ufficio del Campo 7.
Nell’ufficio l’interprete Chiesa mi fece una ramanzina piena di rimproveri per aver rinunciato a essere arruolato. Ma la sera i compagni che tornavano dal lavoro mi accolsero nella baracca con grande gioia e mi commosse quando, in pochi minuti, mi restituirono i miei pochi, seppur miseri, ma sempre preziosi indumenti, che avevo lasciato ai bisognosi prima di partire.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
La squadra punitivaEra marzo, probabilmente durante gli ultimi giorni dell'inverno, che climaticamente per noi era già finito da quasi un mese, quando la neve si era sciolta e il freddo terribile che ci aveva tormentato e decimato era costantemente diminuito.
La mattina e la sera faceva ancora molto freddo, ma nel cantiere il mondo sembrava cambiato, perché il sole più caldo e le giornate più lunghe ci inducevano a un cauto ottimismo, a pensare di aver superato il peggio. A queste delicate percezioni di una possibile sopravvivenza contribuivano naturalmente anche le notizie sull'andamento della guerra sui vari fronti, che venivano indirettamente confermate dal comportamento improvvisamente più mite di molti dei nostri sorveglianti, noti come despoti.
La riduzione improvvisa della nostra razione giornaliera a un sesto invece che a un quarto di pane di segale e una zuppa sempre più povera e annacquata veniva da noi interpretata come un chiaro segno del disfacimento germanico, ma anche come l’ultima minaccia alla nostra sopravvivenza.
Così Tegoni ed io pianificammo una “gita”. Concordammo che dovevamo spingerci molto oltre Kahla, affinché fosse davvero fruttuosa. Infatti tutte le aziende agricole circostanti erano già state saccheggiate, non solo dai raid, ma anche dalle continue vendite e donazioni ai deportati.
Una mattina di una bella giornata, prima ancora che i nostri compagni che andavano al lavoro uscissero dalla valle dove si trovava il nostro campo, partimmo. Ci inoltrammo nel bosco a destra della strada e ci dirigemmo verso nord, in direzione Jena. Dopo diversi chilometri — avevamo lasciato alle spalle i primi centri agricoli — ci avvicinammo a una piccola fattoria isolata, anche perché una donna, che sicuramente ci aveva notati, si era fermata sulla porta a osservarci. Quando passammo a circa dieci metri dalla casa, lungo un portico ad arco, e stavo per fare un saluto rispettoso, sentii Tegoni sussurrarmi all’orecchio: «Pogiolo, al pisulai dal gogn!», senza che io capissi cosa volesse dire né il motivo della sua grande agitazione.
I coniugi erano molto gentili, ci invitarono in casa e offrirono a ciascuno di noi una fetta di pane di segale con lo strutto, che inghiottimmo sotto i loro sguardi divertiti. Quando uscimmo di nuovo, avevamo quattro uova e qualche chilo di mele piccole nello zaino.
Presero meno della metà dei soldi che avevo offerto loro e si scusarono persino, dicendo che con tutti i prigionieri che passavano a elemosinare, era rimasto loro ben poco.
Tegoni mi diede una gomitata e girammo intorno al portico, che fungeva da cortile accanto all’ingresso. Lì vidi come abilmente staccò qualcosa che sembrava una cotenna di lardo di maiale e la mise in tasca. Era appesa a un chiodo conficcato in una trave del tetto basso. Solo a una certa distanza dalla fattoria ospitale mi mostrò l’oggetto del desiderio e mi spiegò che si trattava del pene di un maiale macellato in inverno, che probabilmente era stato appeso come parte di qualche rito di riconciliazione o di un’usanza primitiva.
Dopo aver rasato le setole dalla cotenna e averla un po’ raschiata, la tagliò in piccoli pezzi che dividemmo equamente. Masticammo male e invano, poi li assaggiammo e li inghiottimammo rapidamente. La grave carenza di grassi ci costringeva a soddisfare il nostro desiderio e a consumare con infinito piacere i cibi più incredibili.
Nel primo pomeriggio eravamo più che soddisfatti dell’andamento fortunato della giornata. Avevamo mangiato a sufficienza e negli zaini avevamo ancora almeno sei uova, più di un chilo e mezzo di pane nero, quattro chili di mele piccole, alcuni pezzi di pancetta affumicata e quattro penne di maiale essiccate, che avremmo diviso equamente prima di tornare alla baracca.
Eravamo arrivati a un punto dove la cima della collina era dolcemente ondulata. Era una vasta area coltivata, appartenente a una grande azienda agricola. Questa, stranamente, consisteva in un unico complesso di edifici di almeno tre piani, interamente in pietra, che vedevamo a circa cinquecento metri di distanza.
Avvicinandoci, scorgemmo a sinistra i palloni frenati dell’artiglieria antiaerea di Jena. Si potevano distinguere tutti i dettagli, il che significava che eravamo a più di dieci chilometri da Kahla e ci aspettava una camminata di oltre quattro ore per tornare al Campo 7.
Purtroppo il grande edificio destò troppo la nostra curiosità, e la cosa finì in modo fatale. Prima di arrivare all’ingresso incontrammo uno slavo, due polacchi e uno cecoslovacco, che finalmente capì le nostre richieste e ci portò da un tedesco che faceva affari nel cortile interno. Questi disse che non voleva soldi da noi, ma purtroppo non poteva darci altro che patate. Credevo di non aver capito bene, perché per tutto il giorno...non avevamo visto neanche una singola patata. Ma ci condusse a una porta del magazzino delle patate e ordinò a una vecchia donna di rifornirci. Poi iniziò a interrogarci sul corso dei lavori a Kahla. Quando la donna posò un grande cesto accanto a noi, così da poter riempire i nostri zaini, non riuscimmo però nemmeno a toccare le patate, perché le urla isteriche di un’altra donna ci paralizzarono. Era giovane, dal suo aspetto e abbigliamento sembrava venire dalla città e stava evidentemente ancora sotto shock dopo i bombardamenti aerei: «Arrivano i bombardieri! Tutto, tutto distrutto!», erano le uniche parole comprensibili delle sue grida, che emetteva tra le lacrime e con la bocca sbavante, prima di ordinare con decisione di portarci dal «poliziotto». Il gentile tedesco che ci aveva offerto le patate tentò invano di convincere la donna isterica, ma dovette presto arrendersi. Aprì le braccia in segno di scuse e ci affidò a due operai tedeschi e a uno cecoslovacco, affinché ci conducessero al responsabile della sicurezza locale.
Lo trovammo dopo aver camminato per circa dieci minuti in silenzio su terreno arido; stava arando un campo con il suo cavallo da tiro. Dopo il rapporto e un acceso scambio di parole tra i quattro, colui che probabilmente era il sorvegliante zittì gli altri con un brusco ordine. Poi andò a prendere una grande pistola in una fondina di cuoio con cintura, che il cecoslovacco doveva indossare. Quindi questi fece un giuramento e ci prese sotto la sua protezione.
Solo quando ci allontanammo molto dall’edificio dell’azienda e quindi al sicuro dagli sguardi di tutti i presenti, il cecoslovacco assunse un atteggiamento bellicoso e ci rivolse ad alta voce una serie di parole incomprensibili – forse minacce, forse consigli – che però non ci interessarono più di tanto, perché ci eravamo già rassegnati al triste epilogo di una giornata così bella, da quando la pazza aveva emesso le prime grida isteriche.
Dopo una marcia silenziosa di circa un’ora raggiungemmo un grande villaggio. Dietro alcune finestre e porte aperte le luci erano già accese. Al centro di una lunga fila di case lungo il lato principale di una enorme piazza desolata, il ceco suonò un campanello rumoroso. Subito una donna anziana, vestita in modo ordinato, arrivò sorridendo e ci accolse cortesemente.
Dopo un lungo scambio di parole, la vecchia rientrò e subito un uomo, probabilmente suo marito, apparve sulla soglia. Era sicuramente l’uomo più alto che avessi mai visto in vita mia, e inoltre magro e ossuto. Indossava pantofole, pantaloni legati ai polpacci e un gilet grigio sbottonato con bordi verdi.
Luigi Poggioli: Lager 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
Dopo un breve sguardo cercò di riorganizzare i suoi brutti lineamenti flaccidi e zittì il nostro accompagnatore, che aveva tentato di riferire, con un brusco «un momento». Poi si ritirò in casa.
Ritornò solo dopo più di un quarto d’ora. Ora era perfettamente vestito, indossava la divisa della polizia con il tipico copricapo, che lo costringeva a un inchino innaturale quando uscì dalla porta e scese i due gradini. Ignorò il nostro saluto e ordinò di nuovo al ceco di tacere. Poi si piazzò davanti a me e mi scrutò per qualche istante. Improvvisamente mi diede uno schiaffo fragoroso con la sua enorme mano ossuta. Rimasi stordito per diversi minuti e, per fortuna, mi tolse anche la parola. Ripeté lo stesso gesto eroico subito su Tegoni, che lo sopportò stringendo i denti ma in silenzio. Seguì quindi il solito rituale di domande con il poliziotto che interrogava e il cecoslovacco confuso che rispondeva. Questi rimase evidentemente fedele alla verità, perché dopo più di dieci minuti il poliziotto congedò il nostro accompagnatore e ci portò al centro della piazza. Dopo averci tolto i nostri documenti16, ci rinchiuse in un ripostiglio senza rivolgerci parola e senza nemmeno controllare le nostre tasche.
Quando i nostri occhi si abituarono al buio, potemmo osservare meglio la nostra prigione. Era una stanza di circa due per tre metri, alta circa due metri. L’aria circolava attraverso una piccola finestra (circa trenta per quaranta centimetri), davanti alla quale era fissata una grata di ferro aperta. Di fronte si trovava la porta, alta meno di un metro e mezzo. Il secchio per i bisogni era stato costruito con una latta di conserva e stava accanto alla porta. Il pagliericcio, largo circa 1,3 metri, si trovava invece nell’angolo più lontano dalla porta. Il pavimento era completamente coperto di paglia e ovunque giacevano carta vecchia e vari rifiuti. Quando Tegoni vide tutto ciò, sperò che almeno non ci fossero sostanze chimiche, perché altrimenti non avremmo potuto dormire.
La mattina seguente il poliziotto passò ancora al buio per prenderci e scortarci alla stazione ferroviaria. Lì ci consegnò a due sorveglianti tedeschi. Uno di loro era assistente in uno dei cantieri proprio sotto l’ingresso del tunnel sulla collina. Lo avevo conosciuto come una persona per bene.
Poggioli usa il termine «ausweiss», cioè la parola tedesca, il che fa pensare che non intendesse la carta d’identità o simili, ma un documento rilasciato ai prigionieri nel campo che li identificava come lavoratori forzati.
Luigi Poggioli: Lager 7 – La storia della mia giovinezza interrottaDurante il viaggio di circa mezz'ora, nessuno dei nostri accompagnatori o dei loro chiacchieroni colleghi ci degnò di uno sguardo o di una parola, come se non esistessimo affatto o fossimo trasparenti.
Raggiungemmo la baracca dei tecnici davanti al nostro tunnel e speravo che ci consegnassero al Kapo Franz, ma invece fummo condotti sul piccolo ponte verso la strada che portava ai cantieri superiori. Poco dopo la baracca della SS belga, i nostri accompagnatori si fermarono a un ingresso non sorvegliato e si misero a parlare. Dietro di esso iniziava, attraverso un'area recintata con filo spinato, una strada pianeggiante e rettilinea, i cui bordi erano delimitati da pietre e da cespugli piantati da poco tempo.
A Tegoni divenne improvvisamente chiaro che la nostra destinazione era la famigerata "colonna di disciplina"17, da cui si tornava da uomini spezzati. Mi ordinò di mangiare tutto, altrimenti ci avrebbero sicuramente accusati di furto. Aggiungeva: «Prima le uova, poi il resto!»
Avevamo appena superato l'ingresso delimitato da grandi tronchi di abete sbucciati, quando avevo già finito di succhiare le mie due uova. A metà strada, cioè a circa 50 metri, avevo divorato tutto il pane e tutto il lardo affumicato e la pancetta. Ci volle molto più tempo per masticare il pene di maiale essiccato e per consumare l'ultimo chilo e mezzo di piccole mele rimaste dopo la cena nella nostra cella. A dire il vero, non ce l'avremmo mai fatta se il nostro accompagnatore onesto non fosse andato apposta un po' più piano. Sapeva fin troppo bene cosa ci aspettava.
La baracca che ospitava l'ufficio della SS si trovava a tre o quattro metri da una parete rocciosa della montagna, perforata da una serie di grotte artificiali. Queste erano collegate tra loro da corridoi scavati longitudinalmente nella roccia. Ogni foro ovale corrispondeva a una grotta ed era chiuso fino a due metri di altezza da una fitta rete di filo spinato. L'ingresso a queste grotte si trovava subito dietro il secondo angolo della baracca ed era quindi visibile direttamente dalla porta della baracca, che si apriva sul lato opposto a noi. Appena arrivati, un uomo della SS ci ordinò di entrare nella grotta. Per farlo, dovevamo passare accanto a un enorme cane lupo che giaceva davanti a una casetta di guardia, e poi attraverso un passaggio largo circa sessanta centimetri tra due pilastri che sostenevano una fitta rete di filo spinato. Dietro, un sentiero ripido conduceva alla grotta principale.
Poggioli parla letteralmente di "Colonna di Disciplina".
Luigi Poggioli: Lager 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
Nel semibuio, circa quindici deportati di varie origini si erano disposti a semicerchio. Li univano la perdita di forze, gli abiti e i loro volti emaciati e inespressivi. Soggiogati, attendevano ciò che sarebbe venuto. Ai loro piedi giaceva un cadavere, mezzo rannicchiato, scalzo, mani e piedi fortemente magri, testa e volto gonfi e complessivamente incredibilmente neri, non solo per lo sporco.
Appena ci avvicinammo, si levò un coro di voci represse ma disperate in tutte le lingue possibili. Chiesero se davvero non avevamo nulla da mangiare per loro e tuttavia furono tutti sordi alle nostre domande sulle circostanze della morte del giovane.
Poco a poco lo riconoscemmo: dai pantaloni grigio-verdi di una delle innumerevoli uniformi della Repubblica Sociale, anche se era molto magro e sfigurato. Anche lui era stato "ospite" nel Lager 7. Aveva forse vent'anni, o poco più, ed era sempre stato in buona forma fisica.
Solo dopo che l'uomo della SS fece portare via il cadavere da due russi, un anziano italiano molto loquace ci raccontò che il giovane era stato ucciso da una "razione giornaliera" di botte. L'anziano lo aveva già trovato nella colonna di disciplina quando era arrivato lui stesso due settimane prima.
Ci informò anche brevemente sulle regole e le procedure vigenti in questa prigione; prima di tutto che la detenzione minima era di sei giorni. Al nuovo detenuto veniva inflitta una dose di botte in base alle accuse mosse contro di lui e a seconda dell'umore del picchiatore di turno. Inoltre ci disse che avremmo ricevuto qualcosa da mangiare solo al quarto giorno di detenzione. E il giorno della nostra liberazione saremmo stati picchiati di nuovo. Essendo un grande esperto, aggiunse che forse a noi due sarebbe andata meglio che agli altri, perché prima di noi erano arrivate tre o quattro giovani polacche e quindi i nostri guardiani stavano aspettando un divertimento più grande. Aggiungeva inoltre che il nostro compito era costruire una baracca, così da tenerci in qualche modo occupati. Ma era molto più importante raccogliere tutta la legna residua e portarla nelle grotte, così da poter accendere qualche piccolo fuoco di notte. Perché di notte il gelo era ancora insopportabile e non c'era modo di proteggersi dalle correnti d'aria.
Quando l'uomo della SS tornò, ci fece schierare tutti in fila e rivolgendosi a Tegoni e a me tenne un breve discorso, del quale non capii assolutamente nulla. Poi ci mandò tutti a costruire una nuova baracca.
Luigi Poggioli: Lager 7 – La storia della mia giovinezza interrottaTegoni prese subito l'iniziativa al lavoro, rimuovendo i pezzi sbagliati e rimettendo quelli giusti al posto corrispondente. Ero l'unico a dargli una mano. Gli altri giravano come stupidi e quasi sempre montavano i pezzi sbagliati. I nostri sorveglianti si facevano vedere solo di sfuggita ogni tanto; ci lanciavano uno sguardo veloce dalla porta dell'ufficio. Invece, le risate vivaci delle polacche ci raggiungevano molto più spesso.
Nel pomeriggio Tegoni mi ordinò di portare un mucchio di piccoli legni nella grotta, che lui aveva ammucchiato, e mi mostrò dove potevo passare, perché l'ingresso della grotta sembrava completamente chiuso da filo spinato. Solo la cautela con cui dovevo procedere per non farmi strappare dal filo spinato e gli escrementi che sporcarono il percorso impedirono che calpestassi il cadavere del giovane che avevamo trovato morto quella mattina. Come segno di un'ultima offesa, il rappresentante della razza superiore lo aveva fatto scaricare nel gabinetto dei detenuti. Ero così spaventato che, dopo averci pensato bene, decisi di tornare indietro dall'ingresso principale, anche se così avrei rischiato di incontrare i denti del cane e forse anche uno dei nostri torturatori.
Per dormire ogni prigioniero doveva cercarsi un posto a sua scelta. Il terreno naturale umido di arenaria, coperto solo da uno strato sottile di sabbia e pietre sbriciolate, era comunque uguale per tutti.
Di solito però ci si sdraiava in gruppi intorno a piccoli fuochi, che sospettavo – perché lasciavano molte macchie nere di carbone – fossero tollerati dalle nostre guardie. Quella notte però ebbi molta fortuna, perché mi svegliai improvvisamente sentendo un forte calore alla schiena e mi alzai subito, svegliando anche Tegoni. Le due grotte erano illuminate a giorno, perché due SS completamente ubriachi avevano inventato un nuovo gioco e avevano acceso i rotoli di reti mimetiche. (Si trattava di una sottile rete metallica con pezzi di juta colorata infilati nelle maglie.) Sia quelle usate come posti per dormire, sia quelle inutilizzate, venivano gettate in fiamme nella grotta principale contro i più lenti che ancora scuotevano la stordimento.
Il giorno dopo, era martedì, dopo il lavoro arrivarono i due più feroci dei nostri sorveglianti: il soldato semplice portava uno sgabello di legno, il sergente un nuovo manico di pala. Dopo averci fatto schierare al centro della grotta, di fronte all'ingresso, posizionarono con cura lo sgabello e poi il sergente cominciò a osservarci con un'espressione misteriosa. Avevo la sensazione che avessero fissato me e pensai che probabilmente avrei preso le botte, dato che il giorno prima ero riuscito a sfuggirvi.
Quando vidi il dito indice puntato direttamente su di me, sentii un forte malessere allo stomaco. Ma feci un passo avanti, venendo subito fermato da un deciso «no!». Allora il soldato semplice mi spinse da parte e tirò fuori un giovane russo, alto e magro, per il colletto della giacca, spingendolo davanti a sé e piegandolo sopra lo sgabello. Al primo colpo che cadde sulla schiena, il manico della pala si spezzò in due. Questo fece infuriare così tanto il sergente che afferrò la parte più lunga e continuò a picchiare senza sosta finché non ebbe più forze. Quando ordinarono al povero ragazzo di andarsene indicando l'uscita, pensai che non ce l'avrebbe mai fatta. Invece corse via così di scatto che inciampò nello sgabello e cadde a terra. Dalla tasca della giacca gli cadde una manciata di piccoli ossicini bianchi. Li aveva sicuramente rubati al cane da guardia.
Cominciò allora un altro gioco crudele. Uno lo spingeva con calci verso l'uscita, l'altro si era piazzato apposta nel piccolo passaggio e lo spingeva con calci indietro al punto di partenza. Questo «scambio di palla» durò un bel po'. Solo allora il russo ricevette il permesso di andarsene. E corse via, anche se si contorceva dal dolore e inciampava a ogni secondo passo.
Inaspettatamente, mercoledì sera anche Tegoni e io fummo invitati a prendere la zuppa. Cominciò così una frenetica contrattazione con i possessori delle scodelle, che dovevano stare anche davanti in fila (che si era già formata quando arrivò il pentolone), perché dovevano avere abbastanza tempo per mangiare la zuppa prima che fosse servito l'ultimo della fila. Altrimenti i distributori di cibo se ne sarebbero andati con la pentola e il suo contenuto rimasto. Dovetti cedere al ricatto dell'anziano che avevamo soprannominato «l'intellettuale»: un terzo di zuppa per me, due terzi per lui. Probabilmente non era cattiveria da parte sua, ma semplicemente l'unico modo per sopravvivere in quell'inferno dove era rimasto da due settimane. La sua ciotola, come molte altre, non era altro che un terribile vaso da notte di ferro smaltato. Era graffiato e arrugginito, aveva quattro buchi tappati con tappi altrettanto primitivi. I tappi erano ancora avvolti in pezzi di stoffa per evitare che uscisse qualcosa.
Mentre mangiavo il terzo concordato, dovevo tenere il vaso da notte con tutte le forze, perché il suo proprietario cominciò a tirarlo già al primo cucchiaio.
Il giorno dopo però l'intellettuale mi concesse metà razione – probabilmente per paura che potessi trovare un altro contenitore.Venerdì sera il sergente Tegoni e io fummo chiamati subito dopo l’orario di lavoro, ci restituì i nostri effetti personali e ci consegnò anche l’autorizzazione scritta per tornare al campo 7. E ci ordinò di sparire al più presto. Questa liberazione inaspettata non ci rese affatto felici. Al contrario, fummo scioccati, perché credevamo che il nostro calcolo fosse stato sballato, come era già successo con la prima razione di minestra. Eravamo nella colonna da cinque giorni e non da sei e quindi temevamo che le nostre guardie ci avrebbero fatto pagare il loro errore come al solito. Credevamo di avere così tanta fortuna che in quel momento non pensammo affatto che in realtà eravamo stati arrestati e rinchiusi già domenica! Perciò ci voltavamo continuamente mentre correvamo frettolosamente lungo la strada verso l’uscita, per paura di essere inseguiti. Solo quando la guardia al cancello della baracca dei tecnici ci lasciò passare, ci sentimmo un po’ più allegri e recuperammo anche la lucidità mentale.
Arrivati al campo 7, ci presentammo all’ufficio, dove l’interprete Chiesa ci prese il foglio di via e ci fece una severa ramanzina. Disse che alla prossima infrazione non saremmo più scampati così facilmente come nella colonna punitiva. Soprattutto io, che avevo già due infrazioni (la prima, quando i Giovani Hitler mi avevano preso insieme a Gallini), sarei stato trasferito al campo principale di Weimar (Buchenwald), da cui non si usciva vivi. L’inaspettata fiducia che mi pervase dopo aver sopravvissuto alla colonna punitiva e con la primavera ormai vicina fece sì che le parole di Chiesa non mi toccassero molto; anche se da tempo sapevo che a Weimar c’era un campo terribile. Era stato costruito negli anni Trenta e vi erano rinchiusi oltre ventimila tedeschi, oppositori del nazionalsocialismo. Molti di loro erano morti lì. La constatazione che i miei compagni avevano saccheggiato tutti i miei averi e che sul mio branda erano rimaste solo le assi nude, invece, mi ferì molto di più. Solo dopo accurate e decise ricerche riuscii a recuperare le mie vecchie scarpe. Le suole erano molto bucate. Inoltre riottenni la mia coperta, che riconobbi perché l’avevo accorciata di un terzo per farmi un berretto, una sciarpa e dei guanti con il tessuto. I detentori illegittimi pensavano che fossimo entrambi stati uccisi. Tegoni ebbe più fortuna con le sue cose, perché era riuscito Capretti, il suo compagno di branda, a respingere ogni tentativo di furto.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrotta
Il ritorno al campo 1
Una mattina a metà aprile la sveglia suonò con oltre un’ora di ritardo. E la solita guardia ci chiese con voce insolitamente gentile di preparare le nostre cose, oltre alle coperte della nostra dotazione, perché ci saremmo trasferiti al campo 1. I malati e anche quelli che non si sentivano in grado di camminare potevano restare, perché presto nel campo 7 sarebbero arrivati anche i malati degli altri campi. Partimmo senza fretta, con il sole già alto nel cielo. All’imbocco della piccola valle si unirono a noi i pochi IMI (Internati Militari Italiani) che erano sopravvissuti. Erano stati ospitati lì in quel campo (probabilmente il campo 5). Eravamo di buon umore. Perché si tornava al campo 1. Perché ci aspettava un giorno di completo riposo. Ma soprattutto perché sentivamo che presto sarebbe successo qualcosa di importante. Prima del ponte arcuato sul Saale lasciammo la strada per Kahla e attraversammo i campi fino al fiume, che portava pochissima acqua. Lì erano stati costruiti due primitivi ponti pedonali fatti di tavole di abete appoggiate su pietre che sporgevano dall’acqua. Proprio in quel guado incontrammo una lunga fila di soldati; loro camminavano sul ponte risalendo il fiume, noi scendendo. Il loro passo era goffo, le uniformi non gli stavano bene e portavano pesantemente il carico di armi nuove di zecca e contenitori di munizioni. Per la maggior parte erano uomini anziani, dall’aspetto molto preoccupato. Tra loro riconoscemmo molti dei kapò e degli operai specializzati con cui avevamo lavorato nei vari cantieri. Ma vedemmo anche molti giovani, sudati fradici, ma molto allegri, come se si divertissero a un nuovo gioco. Tra loro c’erano anche tutti i giovani carpentieri con cui avevamo lavorato all’hangar e così scambiammo qualche parola amichevole. Tra le varie armi che portavano, quella che mi impressionò di più fu una piccola mitraglietta, le cui decorazioni erano molto grezze, ma la forma ricordava molto la mitraglietta con cui alcune unità dell’esercito italiano erano state armate meno di due anni prima. Mentre risalivamo la riva sinistra dissi a Tegoni che con l’introduzione di quella stessa arma in Italia era iniziata la decomposizione del fascismo. E quindi quella vista non poteva significare altro che l’annuncio della fine del nazionalsocialismo in Germania.
Luigi Poggioli: Campo 7 – La storia della mia giovinezza interrottaNel Lager 1 ci lasciavano liberi di scegliere le baracche che volevamo. Così Gallini e io, insieme ad altri, seguimmo Tegoni e ci sistemammo nell’ultima baracca della penultima fila, in alto. L’ingresso era anch’esso rivolto verso l’alto e il bordo esterno distava solo due passi dalla recinzione del campo. Questa era stata costruita sul bordo superiore di una conca dove pascolavano due grandi asini. Più tardi Tegoni mi spiegò che quello era il luogo più lontano dall’ingresso e dall’ufficio, e quindi il meno controllato dalle guardie. Da lì avremmo potuto scappare in qualsiasi momento. Avremmo dovuto solo saltare la recinzione vicina e correre giù nella conca. Quella era la via di fuga meglio nascosta di tutto il campo.
La mattina venne bombardata la parte bassa di Kahla, probabilmente la zona industriale, perché dal fumo e dalle fiamme spuntavano diversi camini. Alcuni caccia bombardieri sfiorarono le nostre baracche mentre passavano. E un uomo delle SS, che sorvegliava lo svincolo della strada verso la nostra baracca, sparò con la sua mitragliatrice contro di loro. Alcuni piloti ci salutarono con un cenno.
Nel pomeriggio arrivò uno stormo di caccia bombardieri composto da cinque o sei aerei. Dopo essersi abbassati all’altezza del Lager 1, cominciarono a girare lentamente sopra la pianura tra la Saale e la valle del Lager 7. Dopo alcuni giri, il capo stormo si lanciò in picchiata sul campo degli ex IMI. Tutti gli altri lo seguirono in fila, ma solo l’ultimo sganciò una bomba e distrusse una baracca.
Dopo qualche minuto iniziò l’attacco individuale e metodico. Ogni aereo sceglieva il proprio bersaglio e la migliore traiettoria di volo e con qualche passaggio il campo venne raso al suolo. Naturalmente prendemmo le parti dei piloti, ma ci sembrò che non ci fosse stata alcuna difesa da parte dei nuovi soldati che avevano preso possesso del campo solo quella mattina. Anzi, avemmo l’impressione che i giri lenti e la prima picchiata fossero una sorta di avvertimento per far evacuare le baracche a chi era presente.
Una cosa era certa: gli Alleati disponevano di un servizio d’informazioni eccellente, perché la mattina presto il campo era ancora occupato da ex prigionieri italiani.
L’euforia evidente con cui tutti noi fuori dalle baracche seguivamo i bombardamenti disturbava visibilmente i militari di sorveglianza, che prestavano servizio agli incroci di ogni doppia fila di baracche. Il giorno dopo venne imposto il divieto di uscire dalle baracche durante l’allarme aereo. Così ci limitammo a seguire il tutto un po’ più stipati dalle finestre e dai larghi ingressi delle baracche.
Il giorno del nostro arrivo ci diedero a mezzogiorno la razione abituale di minestra, che però era stata ridotta della metà ed era un po’ più acquosa del solito. La sera c’era una fetta di pane di segale, che corrispondeva a circa un sesto di un pane intero. Non era molto e inoltre poco nutriente, ma senza lavorare e di buon umore riuscivamo a sopravvivere, anche se dopo tre giorni la minestra era ridotta a mezzo mestolo di brodo insipido con pochi pezzi di verdura e la razione di pane a un ottavo di pagnotta.
In quei giorni andavamo la mattina presto e poi di nuovo nel pomeriggio alle fattorie a ovest di Kahla, dietro il piccolo cantiere dove avevamo lavorato. I contadini erano tutti ansiosi di riceverci per avere notizie dalla città e dai dintorni, da dove proveniva il rumore delle bombe, ma non c’era nessun abitante. Tuttavia erano molto diffidenti nei nostri confronti e ancora più riservati quando si trattava di darci qualcosa da mangiare.
Il poco che ci davano lo ottenevamo solo grazie alla nostra descrizione della catastrofe, che era stata amplificata dagli attacchi aerei e dall’anarchia che regnava nel campo dopo la fuga della maggior parte dei responsabili.
A dire il vero il vero motivo di queste “uscite”, in previsione di una possibile fuga, era procurarsi fiammiferi. Sarebbero stati indispensabili per cuocere le patate appena piantate, che potevamo facilmente dissotterrare. Quando a Tegoni riuscì di ottenere quattro fiammiferi “svedesi”, fu un uomo felice. Anche se il contadino stupido gli negò la scatola (indispensabile per accenderli), per paura che potessimo dare fuoco al pagliaio. Ma la scatola la ottenemmo alla nostra seconda “uscita” da un altro contadino stupido, che ce la consegnò, ma non i fiammiferi.
Naturalmente non eravamo gli unici a lasciare il campo, perché nonostante il divieto ufficiale ben presto le guardie divennero molto negligenti e così non badavano quasi a chi saltava discretamente il filo spinato basso. Alcuni prigionieri erano addirittura arrivati fino a Kahla sperando di poter comprare qualcosa da mangiare. Tornarono però sconvolti e ci raccontarono di aver trovato la strada principale che porta fuori da Kahla piena di una lunga fila di detenuti, il cui stato era ancora peggiore del nostro: indossavano divise a righe trasversali di stoffa verde e bianca e venivano scortati da uomini delle SS con cani. I testimoni giurarono di aver visto alla fine un uomo delle SS sparare a un prigioniero esausto che si era accasciato, e un cane ben addestrato trascinarlo poi nel fossato vicino alla strada.Gli attacchi aerei dei caccia-bombardieri alleati continuarono senza sosta ogni giorno. Uno di questi ci sorprese al ritorno della nostra seconda "escursione", proprio mentre eravamo vicino alla grande serra di vetro che si trovava direttamente sulla strada. Eravamo quindi quasi alla base della salita che ci conduceva al Campo 1. Un improvviso e intenso fuoco di proiettili da numerose armi tentò invano di fermare un aereo che, in picchiata, sganciò due bombe collegate sul tetto di una villa enorme e bellissima a più piani. Essa si trovava a poco più di cento metri da noi. Dopo pochi secondi fu come un grande spettacolo pirotecnico; detriti volarono in alto nell’aria. E poi, al posto della villa, rimase solo polvere. Quando raggiungemmo il campo, venimmo a sapere che in quella villa da pochi giorni era stato stanziato il comando militare della zona.
Dal Campo 1 seguivamo anche il bombardamento degli ingressi del tunnel di montaggio sulla cresta della montagna. A dire il vero non avevamo una vista diretta, ma poiché conoscevamo bene la zona, giudicammo che gli obiettivi fossero stati colpiti. Infatti potevamo osservare le enormi fiamme multicolori che continuavano anche dopo l’esplosione.
Seguivamo questi attacchi aerei con particolare soddisfazione, perché alleviavano almeno la nostra paura, alimentata dalle voci secondo cui si voleva rinchiuderci in quei tunnel per ucciderci lì.
Una sera Tegoni ed io eravamo nella baracca a esaminare le condizioni per una nuova "escursione", quando un nostro amico arrivò di corsa, senza fiato, e disse: "Nella baracca di Diversi hanno macellato un asino e lo stanno mangiando!" Corremmo subito fuori verso il pascolo, dove constatammo che al centro del recinto appariva solo la sagoma grigio-bianca di un unico asino nell’oscurità. Subito potemmo correre verso la baracca dove era stato commesso il misfatto; era proprio la terza dietro la nostra. Entrando nel dormitorio, vedemmo in mezzo a una fitta nube di fumo una moltitudine di mendicanti che imploravano un pezzo di carne fresca. Finalmente trovai Bruno Diversi, di Maiolo, che stava rosicchiando la sua porzione di carne mal grigliata, e gli rivolsi la mia richiesta sentita, anche se sapevo già che avrebbe rifiutato. Mi disse che non bastava nemmeno per lui, perché era quasi tutta ossa. Quando vide che non avevamo intenzione di andarcene, aggiunse che poco prima gli abitanti di un’altra baracca erano usciti per macellare anche l’altro asino. Senza perdere altro tempo, tornammo al recinto, dove constatammo che anche l’altro asino era sparito. A parte alcuni delusi che uscivano dalla baracca di Diversi, il resto del campo era buio e silenzioso.
Dopo essere tornati piuttosto scoraggiati nella nostra baracca, fu necessario riconsiderare la situazione che si presentava a noi nel Campo 1 e naturalmente riemerse la prospettiva di una fuga. Tegoni e Gallini erano più esperti di me, perché avevano già combattuto in guerra, e mi chiesero se mi sentissi in grado di correre il rischio di attraversare le linee nemiche. Risposi loro che – con loro o anche senza di loro – all’alba del giorno successivo sarei già stato ad almeno dieci chilometri da Kahla. E precisamente nella direzione da cui, nei momenti di calma, si udiva il rombo dei cannoni.
Fonti e riferimenti
- zeitzeugen_komplett_ocr.pdf