Testimonianza
Testimonianza diretta Balilla Bolognesi
Traduzione tedesca del racconto autobiografico La deportazione: l'oscurità.
Stato della ricerca documentato
Record di ricerca
Dati documentati
- Persona
- Balilla Bolognesi
- Ruolo
- Zwangsarbeiter
- Luogo
- Walpersberg
- Periodo
- August 1944
- Origine
- Italien
Tradizione documentaria e contesto
Balilla Bolognesi
Secondo libro: „La deportazione: l’oscurità“
(5 maggio 1944 - 6 aprile 1945)
Traduttrice Isabella Schwaderer (se non diversamente indicato) o Berit Brünning
(segnalate le parti)
Prefazione (pp. 1-4):
Contesto storico delle deportazioni e dell’impiego dei prigionieri di guerra nei campi di lavoro
Racconto:
pp. 5-7
5 maggio 1944:
Soldati tedeschi irrompono a Esanatoglia e ordinano ai nati tra il 1914 e il 1927 di partire per il lavoro coatto. Marcia a piedi verso Matelica di circa 50 uomini di Esanatoglia di età compresa tra 17 e 30 anni. Sistemazione in una stanza con paglia sul pavimento, razione di 1 panino con mortadella
„5 maggio: Erano circa le 5:30 del mattino, veniamo svegliati dal fragore dei cannoni e dal fuoco di mitragliatrici. Ci alziamo, vado alla finestra e vedo soldati tedeschi che vanno di casa in casa a prendere gli uomini; questi devono radunarsi in piazza. I tedeschi avevano circondato il nostro paese con l’aiuto di alcuni fascisti.
Siamo stati tutti radunati alla Porta S. Andrea; avevano tutti i nostri nomi e indirizzi dal 1° aprile, quando avevano fatto una spedizione punitiva nel nostro paese; avevano fatto saltare in aria delle case e avevano fucilato due innocenti ostaggi in piazza Cavour.
Ci dissero che saremmo stati portati a lavorare a Macerata, nella nostra regione, per lavori stradali. Chiamarono i giovani nati tra il 1914 e il 1927 e ci dissero che avevamo un’ora per preparare le nostre cose. Faceva caldo e portammo con noi poco.
Ci radunammo di nuovo, con i nostri familiari intorno, e ci salutarono convinti che saremmo tornati presto e che tutto ciò, rispetto al fronte, non era una disgrazia.
Alle 12 iniziò la marcia a piedi verso Matelica in fila indiana, scortati dai soldati.
Non ci furono grida disperate di dolore, al massimo qualche lacrima dei nostri genitori e il grido di Mariano Chiappa, il cui figlio Italo era tra noi: „Non ti rivedrò mai più, figlio mio!“, con le mani alzate al cielo. In effetti il povero ragazzo di 17 anni non tornò, morì a Kahla.
Da Esanatoglia eravamo circa 50 uomini, i più anziani avevano 30 anni, i più giovani 17, e alcuni di questi non avevano ancora compiuto 17 anni.
Marciavamo lentamente e arrivammo a Matelica alle 13:30, dove ci portarono al piano terra del Palazzo Ottoni; lì c’erano stanze buie senza mobili, solo un po’ di paglia sul pavimento. Verso le 17 ci portarono un panino con mortadella. Passammo la notte distesi sulla paglia con altri giovani di Macerata già lì, chiacchieravamo e facevamo le ipotesi più varie.
pp. 7-11
6 maggio: (fino al 9 maggio)
Trasporto in camion a Sforzacosta. Sistemazione in un ex campo per prigionieri alleati, si dormiva sui resti dei letti dei prigionieri, cimici. I prigionieri scrivono un ironico „resoconto di guerra“. Circa 900-1000 uomini da Esanatoglia, Matelica, Castelraimondo, San Severino, Tolentino, Cingoli e altri (provincia di Macerata), presi durante rastrellamenti su ordine del Gauleiter Fritz Saukel in questa zona (per indebolire i partigiani).
Vita come in un campo di concentramento: 2 pasti al giorno, alle 12 e alle 18, composti da zuppa, 50 g di pane con salame o marmellata. Niente cucchiai, solo un rubinetto nell’area. Dopo una settimana il numero cresce a circa 1500 prigionieri.
Sabato 6 maggio: La mattina ci diedero il solito panino. Alcuni parenti vennero a salutarmi, anche la mia piccola fidanzata, la dolce Bianca. Poco dopo arrivarono i camion e alle 15 dovemmo dire addio, perché partivamo per Sforzacosta, dove arrivammo verso le 16:15. Ho dimenticato di dire che con me c’erano anche mio fratello Giuseppe, mio cugino Walter e mio cugino Aminta; quest’ultimo fu rimandato a casa dopo qualche giorno perché malato.
Appena arrivati, ci accolse un „comitato nazista“, soldati tedeschi che ci fecero scendere dal camion gridando „veloci, veloci, fuori!“ e ci schierarono in fila indiana. Ci minacciarono con il calcio del fucile e ci portarono nel campo. Era un ex campo per prigionieri alleati, composto da baracche di legno inutilizzate, alcune baracche di cemento e naturalmente alloggi in muratura per i soldati. Tutti avevano finestre con grate e il campo era circondato da filo spinato.
Ci trovammo all’inferno; urla minacciose ci accompagnavano ad ogni movimento.
Il nostro gruppo fu sistemato in una vecchia baracca con pavimento in cemento. Ognuno cercò un angolo vicino alle pareti esterne, ma dato che era chiaro che non avremmo passato la notte sul cemento nudo, cercammo qualcosa. Trovammo molte assi di legno, che un tempo facevano parte dei letti a castello degli alleati, e ognuno ne prese alcune per metterle una accanto all’altra sul pavimento. Durante la notte però notammo innumerevoli cimici, che di giorno si nascondevano nelle fessure del legno e di notte si gettavano sui nostri corpi. Era impossibile dormire così e quindi passammo la prima notte raccontando storie, barzellette e sciocchezze per alleviare la tensione... eravamo giovani.
[resoconto di guerra ironico, che il proprietario del bar di Esanatoglia avrebbe dovuto appendere alla sua finestra, ma si rifiutò]
In questo campo di Sforzacosta eravamo ammassati in 900/1000, persone prese durante rastrellamenti a Esanatoglia, Matelica, Castelraimondo, San Severino, Tolentino, Cingoli e altri paesi della provincia di Macerata, nelle zone dove i partigiani erano particolarmente forti. Con questi rastrellamenti i nazifascisti perseguivano due obiettivi importanti: evitare che queste persone disobbedienti e ribelli rinforzassero le fila dei partigiani, e secondo, molto importante per i nazisti, procurarsi manodopera gratuita da sfruttare sul suolo tedesco; tutto ciò su ordine del Gauleiter Fritz Saukel.
La vita nel campo era simile a quella di un campo di concentramento. Due pasti al giorno, alle 12 e alle 18; una zuppa, 50 g di pane con salame o marmellata. Per la zuppa ci davano una ciotola di terracotta, ma il cucchiaio dovevamo farcelo da soli, con le assi già menzionate, che lavoravamo pazientemente con il coltello. Per lavare la ciotola, lavarsi il viso, bere, bisognava mettersi in lunghe file, perché c’era un solo rubinetto, nessun bagno e guardie all’ingresso.
Ogni giorno arrivavano nuovi prigionieri e dopo una settimana eravamo arrivati a 1500.“
pp. 11-12
10 maggio:
Visita medica
pp. 12-13
15 maggio:
Lettera della madreS. 13-15
16 maggio:
Selezione di 170 persone, tra cui l’autore, suo fratello Giuseppe, suo cugino Walter.
Tentativo di fuga dell’autore e di Cannelli Antonio; tornano presto indietro per non abbandonare i parenti. Verso le 18.00 trasporto a Firenze con vecchi autobus. Percorso strano: Sforzacosta – Valle di Chieti – Colfiorito – ma di notte a Umbertide, pausa. Città di Castello – Villa San Lucia. Aereo alleato, tutti scendono e si nascondono in una vigna, alcuni riescono a fuggire.
S. 15-16
17 maggio
Arrivo a Firenze verso le 10. Piazza Santa Maria Novella, 10, un convento di Orsoline, è uno dei 33 punti di raccolta. Sistemazione in stanze pulite, 2 pasti.
Compilazione di moduli per la segnalazione volontaria al servizio di lavoro in Germania; non tutti firmano, ma questo non fa differenza.
S. 17
20 maggio:
Distribuzione su camion con 2 soldati armati per camion come scorta. Verso il campo di selezione a Suzzara (provincia di Modena). Campo ben attrezzato con letti a castello, pasti regolari e sufficienti. Si capisce che aspettano il trasporto verso la Germania; prigionieri dalle Marche, Toscana, Umbria e altre regioni.
S. 17-19
24 maggio 1944:
Discorso del Monsignore Antonio Giordani, che aveva fatto carriera grazie ai suoi legami con i fascisti.
S. 19-20
25 maggio 1944:
Un autista di camion porta una lettera ai genitori.
S. 20
26 maggio 1944:
Partenza dalla stazione di Suzzara in carrozze passeggeri. Verona – Brennero – Innsbruck. Sosta, pernottamento.
S. 21
27 maggio:
Proseguimento verso Monaco – Erfurt.
S. 21 - 23
28 maggio:
B.B. incontra prigionieri russi nel campo in condizioni misere, chiedono cibo a mendicare.
Treno verso Weimar – Jena – Kahla – Orlamünde – Zeutsch. [Elenco dei prigionieri di Esanatoglia:
Antonini Nello Buldrini Angelo Cingolani Marino
Bini Americo Buldrini Livio Crescentini Nello
Bolognesi Balilla Buldrini Lorenzo Dipiero Angelo
Bolognesi Giuseppe Calisti Marino Dolce Celeste
Bolognesi Walter Cannelli Antonio Mariotti Mario
Bottaccio Gino Casciani Francesco Micheli Nicola
Brugnola Anacleto Chiappa Giuseppe Pedica Armando
Bufarini Antonio Chiappa Italo Strinati Palmero
Tozzi Colombo
] A piedi verso Niederkrossen. Sistemazione nella sala del paese su paglia usata (pulci)
“Domenica 28 maggio 1944. Svegliato di buon mattino vado nei bagni comuni e quasi mi si ferma il cuore nel vedere uomini scheletrici, dimagriti fino all’osso, incaricati di pulire i gabinetti, tutti stracciati. Ci chiedevano un po’ di cibo. Erano prigionieri russi ridotti dalla fame, deportati in Germania da molto tempo.
Verso le 10 del mattino di nuovo sul treno verso il sud della Turingia via Erfurt - Weimar – Jena – Kahla – Orlamünde fino al piccolo villaggio di Zeutsch. A piedi circa 6 km fino a Niederkrossen. Dalla partenza da Suzzara fino a Niederkrossen nessuno ci aveva detto dove stavamo andando e viaggiavamo completamente disorientati senza conoscere la meta. Per fortuna eravamo tutti di Esanatoglia insieme.
[Elenco dei prigionieri di Esanatoglia]
Niederkrossen era poco più di un villaggio contadino, c’era un locale, simile a una birreria con un palco e una loggia a ferro di cavallo, ma non più in uso. Ora serviva da alloggio per noi. Nella loggia c’era un po’ di paglia e ognuno si faceva il suo giaciglio, lo zaino come cuscino o la valigetta, senza coperta. Dormivamo semi vestiti, faceva caldo. La paglia era vecchia, già usata, perché già la prima notte non si poteva pensare al riposo a causa delle innumerevoli punture di pulci.
S. 23 - 24
29 maggio:
Paglia nuova, lavaggio nella Saale, disinfezione dei vestiti in caldaie. Interrogatorio individuale su provenienza e professione da parte di due funzionari; alla fine delle note sempre lo stesso timbro: “Contadino”. Fino a fine ottobre due pasti al giorno a base di minestra di verdure, pane e salame. [Fino a qui descrizione basata su appunti che B.B. aveva preso allora; di seguito racconto da memoria]
Lunedì 29 maggio 1944: Ci eravamo lamentati e così ci portarono paglia nuova. Ci portarono alla Saale, completamente nudi, e dovevamo lavarci, mentre tutti i nostri vestiti venivano disinfettati a vapore in una specie di barili di metallo. Quando uscimmo dal fiume, dovemmo cercare i nostri stracci in quella massa fumante e, ancora bagnati, indossarli. Prima di pranzo dovevamo metterci in fila nella piazza davanti a un tavolo dove due persone compilavano un foglio con dati generali, provenienza, professione esercitata, ma alla fine timbravano tutti i fogli con “Contadino”, qualunque fosse la professione dichiarata. Ci davano una scodella e un cucchiaio, a pranzo una minestra di verdure, abbastanza buona, pane e salame, la sera uguale. Sì, perché fino a ottobre 1944 avevamo due pasti al giorno, poi solo uno; ma di questo parlerò dopo.
S. 25 - 31
Walpersberg
Descrizione precisa della posizione di W. Villaggi circostanti, strade. Breve riassunto storico sulla valle della Saale. Produzione di colla, fabbrica di porcellana a Kahla. Impianto della miniera di quarzo.
Necessità di impianti di produzione sotterranei a causa dei bombardamenti alleati. Saukel sviluppa il “programma Jäger”. Lettera fittizia di Saukel a Göring, in cui chiede il consenso per il programma. La manodopera proviene da arresti di massa da parte della Wehrmacht, delle SS e dei fascisti in Italia dopo il consenso di Mussolini a Klesseheim (aprile 1944), 1.500.000 lavoratori inviati in Germania. Seguono altre nazionalità.
Programma Jäger
Progetto su larga scala che richiese enormi lavori di costruzione (descrizione)
95 aziende locali coinvolte.
S. 32 - 34
Lavoro forzato
30 maggio 1944: Raduno a Niederkrossen alle 6.00, a piedi verso Zeutsch passando per Orlamünde e Großeutersdorf fino a Kahla. Capisquadra tedeschi fanno scavare trincee/fondamenta. Schiaffi, insulti. Lotta quotidiana per gli attrezzi migliori. Costruzione delle baracche per i lavoratori, campo 1. Il lavoro per il gruppo di B.B. dura 15 giorni
[...]
Martedì 30 maggio: Niederkrossen; sveglia alle 6, dopo mezz’ora a piedi fino alla stazione di Zeutsch, circa 5 km, poi ci fecero salire sul treno e dopo la cittadina di Orlamünde arrivammo a Großeutersdorf. Poi marciammo circa 1,5 km fino al Walpersberg sul versante nord-est verso Kahla. Ci accolsero i capisquadra tedeschi, armati di bastoni, che ci urlavano in quella lingua allora incomprensibile e ci indicavano con le mani di prendere da un mucchio un piccone o una pala. Tracciavano linee sul terreno e ci ordinavano di scavare trincee o fondamenta lungo quelle linee. Alcuni, come me, non erano abituati a quel tipo di lavoro; scavavo lentamente e il capo della nostra squadra cominciò a imprecare e urlare: “Dai, dai, maiale, badoghlio!” ecc. Nel frattempoci circondavano i poliziotti, le SS, e ci tenevano sotto controllo. Sarebbe stato da ridere, se la situazione non fosse stata così tragica. Tra di noi c’erano laureati, impiegati e studenti, che non capivano perché dovessero fare quel lavoro, e soprattutto sotto la costante minaccia di essere picchiati senza motivo. Per paura, o perché ci erano abituati, molti scavavano in fretta, la maggior parte di noi però lavorava lentamente, e allora piovevano insulti, e per chi aveva sfortuna anche qualche colpo di bastone ogni tanto. A mezzogiorno 45 minuti di pausa per mangiare una zuppa di rape, poi di nuovo al lavoro fino alle 18, a piedi verso il treno, e poi a Niederkrossen, sempre a piedi, dove ci davano di nuovo una zuppa di rape insieme a pane e salsiccia o marmellata.“
Pagg. 34 - 36
12 giugno: si fanno le foto per i documenti a Kahla. Cerimonia con musica e discorsi.
Ricerca di volontari per le SS italiane. Incontro con un gruppo della Gioventù hitleriana, insulti, piccola rissa. Il caposquadra rimprovera i giovani per la provocazione.
“Lunedì 12 giugno 1944: Ci portano in treno a Großeutersdorf e poi a piedi a Kahla, dove ci fanno fotografare per il documento. Al ritorno verso Großeutersdorf ci fecero riposare in un prato circondato da campi, dove c’era un camion con il cassone aperto. Qui c’erano uno xilofono, una batteria e una fisarmonica con i rispettivi musicisti.
Dovevamo sederci a forma di U, la fisarmonica iniziò a suonare con accompagnamento, proprio il pezzo ‘Speranza perduta’. CHE BEL INIZIO! La musica continuava e apparvero soldati tedeschi con un capitano fascista (Gerarch), che iniziò un discorso sull’amicizia italo-tedesca, la guerra vittoriosa che sicuramente avrebbe portato alla sconfitta delle forze alleate, “perché la nostra volontà, la nostra fede e le nostre armi segrete ci condurranno alla vittoria finale e al trionfo delle potenze dell’Asse.” Continuò chiedendo se qualcuno volesse offrirsi volontario per le SS italiane o per le truppe da costituire della Repubblica di Salò. Nessuno si mosse e così il capitano ci esortò a contribuire con cura al nostro lavoro; saremmo stati trattati come i lavoratori tedeschi, ecc. ecc.
Facemmo notare che avevamo bisogno di vestiti, scarpe e un alloggio decente. Lui rispose che avrebbe inoltrato le nostre richieste.
Eravamo sulla strada per Großeutersdorf, quando la nostra colonna incontrò un gruppo della Gioventù hitleriana con una bandiera, e mentre passavano gridavano: “Merda, Badoglio, Maccheroni, banditi” e si tappavano il naso. Due o tre del nostro gruppo si gettarono sul capo e lo picchiarono con i pugni; la bandiera cadde a terra. Quando arrivò il comandante della truppa, che aveva visto cosa era successo, rimproverò i suoi ragazzi per la provocazione.”
Pagg. 36 - 42
Tattiche per evitare il lavoro. Incontro con una donna che regalava loro del pane.
Fine giugno tutti avevano scarpe rotte. Trasferimento nel campo di costruzione 1. Descrizione dell’impianto.
Baracca dell’ospedale da campo come luogo di morte. Baracche abitative.
Organizzazione del lavoro: inizialmente 10 ore al giorno, da settembre 1944 turni diurni e notturni di 12 ore ciascuno. Dotazione dei lavoratori con zoccoli di legno.
Insulti comuni come: Badoglio, porci, traditori, merda, maccheroni, zingari, fabbricanti di gatti, maledetti italiani.
Da luglio 1944: lavoratori da tutta Europa. Lavoro nella costruzione di strade in ogni condizione atmosferica.
[Traduzione Berit Brünning
<36> Ho lavorato con mio fratello e il gruppo abituale fino a metà giugno presso i …1, poi abbiamo prosciugato il terreno pianeggiante dove dovevano sorgere le strade; usavamo sempre zappe, pale o vanghe. La sera tornavamo sempre a Niederkrossen. Ma Carbonaro Elio di Matelica ed io cercavamo un modo per sottrarci al lavoro; era rischioso se si era imprudenti, ma era possibile, perché ogni sorvegliante tedesco, al mattino quando arrivavamo al posto di lavoro, prendeva in carico 20 o 30 lavoratori che dovevano svolgere fino alla sera il lavoro che lui assegnava loro. Tuttavia poteva capitare che in quel luogo lavorassero anche molti altri gruppi, quindi il sorvegliante non riusciva a riconoscere i suoi
parola illeggibile
<37> uomini e allora bastava mettersi in fila all’ultimo posto all’arrivo e non farsi dare attrezzi, perché il capo non conosceva i suoi uomini, ma capiva che mancava qualcuno se vedeva un attrezzo inutilizzato abbandonato. La sera, mezz’ora prima della fine del lavoro, ci mescolavamo agli altri e la cosa era fatta. A volte succedeva che il capo ci chiedesse: Dove sei stato oggi? Non ti ho visto lavorare! E io rispondevo: Ero qui con gli altri e ho lavorato. Questo giochino lo facevamo spesso, anche quando pioveva, cercavamo riparo sotto gli alberi e quando c’era il sole ci sdraiavamo in qualche posto appartato. Era pericoloso, perché bastava che un passante diventasse sospettoso e chiamasse la polizia e si era nei guai. Una mattina di fine giugno – era circa le nove – io e il mio amico di Matelica camminavamo a testa bassa lungo la strada che da Kahla porta a Rudolstadt; uno a sinistra e uno a destra; cercavamo mozziconi di sigaretta. All’improvviso una donna in bicicletta ci superò, si fermò e tornò da noi. Pensavamo di essere in pericolo; cosa poteva volere da noi? Questa creatura buona si fermò, tirò fuori una pagnotta dalla borsa e ce la diede. Poi risalì in bicicletta e se ne andò, mentre noi la ringraziavamo stupiti.
Fine giugno 1944 avevamo quasi tutti scarpe rotte. In quei giorni ci trasferirono nelle baracche del nuovo “Baulager 1” al Walpersberg. Questo campo era stato costruito su un terreno argilloso in una pendice; in alto c’erano le baracche del comando e l’ufficio del capo campo, la cucina e i magazzini, ai lati, all’ingresso del campo, c’erano gli alloggi delle guardie SS e più in basso tutte le baracche per noi. All’inizio posero un tubo con più rubinetti all’aperto, dove potevamo bere e lavarci, poi verso novembre fu costruita una baracca con una fila di rubinetti da cui l’acqua scorreva in bacini, erano come abbeveratoi. Non ci furono mai WC, cioè gabinetti; per i bisogni corporali c’era un grande buco rettangolare all’aperto con una staccionata ai lati, su cui ci si doveva appoggiare per mantenere l’equilibrio mentre si faceva ciò che si doveva. Delle docce...<39> non se ne parlava, non c’era nemmeno un tubo all’aperto. Poi c’era una baracca che portava il nome altisonante di infermeria; era arredata con un tavolo, una sedia e una mensola destinata a contenere medicinali, almeno i più necessari, ma era sempre vuota. Non c’era aspirina, nessun rimedio per il mal di denti, c’erano alcune bende di carta, iodio e pomata allo zolfo contro la scabbia, che in estate colpiva molti operai perché nella stretta convivenza c’era troppo contatto fisico e le condizioni igieniche erano scarse. Il medico di servizio era un deportato di Perugia, che visitava chi ne aveva bisogno, ma poteva solo dare consigli perché non c’erano medicine. Poi c’era la baracca n. 9, la baracca dei morenti, che dall’autunno in poi si riempiva sempre di più; lì arrivavano gli “incapaci”, quelli ormai completamente allo stremo, erano solo scheletri, la maggior parte consumati da diarrea grave, tubercolosi e edemi, i loro organi non funzionavano più; non servivano più alla guerra del grande Reich e poiché non rendevano più, non venivano curati, ma lasciati morire lentamente, senza alcuna traccia di pietà.
<40> Le nostre baracche erano tutte di legno, con tetti catramati, da un lato c’era una porta esterna che conduceva a un piccolo ingresso, c’era una sola finestra; dentro c’erano sei letti a castello di legno, in ognuno potevano dormire quattro persone (due sopra e due sotto), quindi in totale c’erano 24 posti letto. Ogni posto letto aveva una rete di legno, si dormiva su sacchi di juta sintetica riempiti con strisce di carta, c’erano cuscini dello stesso materiale e per coprirci avevamo ricevuto ciascuno una coperta militare. Il pavimento della baracca era di legno, le pareti erano semplici, non doppie, quindi si può immaginare quanto fosse gelido in inverno, quando il freddo penetrava dalle fessure. Per quanto riguarda l’arredamento: un tavolo rettangolare, due piccoli armadietti, nessuna sedia, una stufa rotonda che si poteva accendere solo di tanto in tanto. Durante la mia deportazione dovetti trasferirmi tre volte in un’altra baracca: la prima era la n. 6, la seconda la n. 15, la terza la n. 27a. Mio fratello era sempre con me, nella stessa baracca.
All’inizio avevamo la possibilità di vivere con persone dello stesso paese o altri conoscenti; quindi nella nostra baracca eravamo venti del nostro villaggio e inoltre due
<41> di Tolentino e due di Sanseverino, nella provincia di Macerata; dopo alcuni mesi più della metà degli uomini del mio paese - forse perché il luogo di lavoro era cambiato - fu trasferita in altri campi che facevano sempre parte della Reimahg. Da dicembre 1944 mio fratello ed io eravamo insieme con soldati, I.M.I.2 nella baracca 27a, fino ad aprile 1945.
Come ho già detto, da fine giugno ero nel campo di lavoro 1 al Walpersberg e da allora c’era una regolamentazione degli orari di lavoro e di riposo. Nei primi mesi un turno di lavoro durava 10 ore al giorno, ma da settembre 1944 divennero 12 ore al giorno o 12 ore di notte, con una pausa che all’inizio durava un’ora, poi solo 45 minuti; una volta al mese si aveva un turno libero.
Ci diedero un paio di zoccoli di legno; queste scarpe erano gli unici indumenti che ricevevamo e rappresentavano il segno distintivo per noi schiavi; infatti con questi zoccoli di legno ogni tedesco poteva riconoscerci e quindi non potevamo andare da nessuna parte, venivamo subito fermati.
<42> E da inizio luglio 1944 cominciammo a capire quanta fatica ci aspettava e quanto sarebbe stata dura; una massa di deportati da tutta Europa era costretta ad obbedire incondizionatamente, quando venivano dati ordini in una lingua per noi incomprensibile, mai in un’altra. I kapò, i capisquadra davano gli ordini in tedesco e bisognava capirli subito, altrimenti si prendevano bastonate; naturalmente era difficile, soprattutto all’inizio. Le parolacce più frequenti erano: Badoglio, porci, traditori, merda, maccheroni, zingari, gattomaker, maledetto italiano!
A luglio lavorai vicino al Walpersberg, sul versante occidentale; avevamo il compito di zappare il terreno per costruire strade. Una mattina di quel luglio si scatenò un terribile temporale, eravamo all’aperto e non avevamo modo di ripararci e all’inizio il caposquadra non voleva che smettessimo di lavorare, ma a un certo punto eravamo così fradici e sporchi di fango che ci riportò nella baracca del campo. Nel pomeriggio voleva che tornassimo al lavoro, arrivammo all’appello in mutande, perché i pochi vestiti che avevamo erano ancora completamente bagnati dalla pioggia e allora ci lasciarono tornare nella baracca; ma questo non fu solo un caso raro, ma unico, perché in seguito dovemmo lavorare con ogni tempo, d’estate sotto il sole cocente, senza poter bere acqua, in autunno e soprattutto in inverno con pioggia e neve e con un freddo terribile che faceva male a tutto il corpo, con mani e piedi screpolati dal gelo.
Fine traduzione Brünning]
Pagg. 43-44
10 luglio: Discorso di Sauckel a 6-7000 operai. Poi rissa per la zuppa.
“10 luglio 1944: Il famigerato Gauleiter Fritz Sauckel ci fece radunare vicino alle gallerie, sul lato est del Walpersberg; eravamo in molti, forse 6-7000 persone. Da un piccolo rialzo iniziò un discorso molto patetico, che suonava più o meno così: “Cari operai, siete qui per lavorare per la grande Germania e per contribuire alla vittoria finale, che otterremo sicuramente anche con l’aiuto di nuove armi. Capisco la vostra nostalgia di casa e il desiderio della vostra famiglia, perché anch’io fui prigioniero di guerra nella Prima Guerra Mondiale. Vi chiedo di lavorare diligentemente e volentieri, ecc.”.
Alla fine del discorso fecero portare grandi calderoni di minestra di verdure e patate, (non ricordo quanti). Avevamo tutti le nostre scodelle per il pasto di mezzogiorno che allora ancora ricevevamo. Fu un caos infernale, solo poche decine di persone riuscirono a prendere la loro zuppa, perché a un certo punto fu impossibile distribuirla; una massa enorme di persone cominciò a spingere per prendere la zuppa, quelli che dovevano distribuirla fuggirono, e la folla che avanzava rovesciò i calderoni ed era coperta di zuppa dalla testa ai piedi, alcuni mettevano la testa nel calderone per leccarlo.”
Pagg. 45-48
B.B. lavora con il fratello Giuseppe; il cugino Walter deve fare lavori sui binari. Questi aveva conosciuto la famiglia Hubl di Kahla, per la quale svolgeva piccoli lavori in cambio di cibo. Più tardi B.B. va da loro di nascosto. Ottimo rapporto.[Traduzione Berit Brünning
<44> 19 luglio 1944
- Ho scritto alla mia madrina di guerra a Torino
- Ho scritto alla mia famiglia nelle Marche, ma ho poca speranza che
notizie da noi arrivino a loro
20 luglio 1944, nelle prime ore del pomeriggio; la notizia dell’attentato a Hitler
si diffonde; per qualche minuto sembrava che il mondo si fermasse; le guardie
e i capisquadra tacevano, come se aspettassero un
<45> evento straordinario… È successo qualcosa di molto triste: quando abbiamo
saputo dell’attentato a Hitler, mentre lavoravamo con zappa e piccone sulle
pendici del Walpersberg, abbiamo diffuso la notizia, dicendola a ogni compagno
che lavorava vicino a noi; il mio amico Getullio Bonapasta di Matelica stava
sussurrando la notizia a un compagno, quando il caposquadra tedesco
sentì la conversazione, prese un grosso bastone e colpì più volte con forza
quel pover’uomo sulla schiena, rompendogli alcune vertebre e causandogli un danno
permanente; è ancora vivo ma cammina molto male.
Continuano a dirci di unirci alle nuove associazioni fasciste militari
o alla SS italiana; solo pochissimi si iscrivono.
Anche se mio fratello Giuseppe è alloggiato nella stessa baracca con me, non lavora
sempre con me; lo stesso è successo a mio cugino Walter, che da più di un mese è assegnato
al trasporto di rotaie per le linee ferroviarie; un lavoro terribilmente pesante che ti distrugge,
perché deve portare tutto il giorno, insieme a un altro, un pezzo di rotaia terribilmente pesante
sulla spalla
<46> e portarlo alla destinazione, posarlo, poi sollevare il successivo, portarlo e posarlo e così via.
Era completamente esausto e consumato, il povero ragazzo. Allora mi disse: Ho conosciuto a Kahla
una famiglia tedesca molto gentile, che in cambio di qualche piccolo lavoro che volevo fare per loro
(sistemare e ordinare merci e simili) mi ha dato pane o altri alimenti; non posso più andare a Kahla
perché non mi sento bene; vai tu da questa donna di buon cuore. Si chiama Margarethe e il negozio è
in Rossstraße 8“.
Alla prima occasione sono andato in quel negozio, ho aspettato un momento in cui non c’era nessuno
e ho detto alla gentile signora Margarethe che ero il cugino di Walter e che ero venuto al suo posto
perché lui non stava bene; lei ne fu molto dispiaciuta. Ho chiesto se c’era qualcosa da fare, ho caricato
qualche merce e poi mi ha dato pane e altri alimenti per me, mio cugino e mio fratello.
Ora qualcuno potrebbe dire: com’era possibile andare in città senza permesso? Se si stava attenti,
si poteva fare; bisogna considerare che nei dintorni di Kahla, nei vari campi, c’erano migliaia di lavoratori
stranieri, quasi tutti impiegati per la Reimahg, ma c’erano anche persone che lavoravano per privati,
quindi…: se si usciva dal campo senza farsi notare (nel nostro campo non c’erano torri di guardia
né recinzioni elettriche), si scendeva per un piccolo sentiero che dal colle portava all’ingresso del paese
di Kahla e si restava vicino ai muri per non farsi vedere, si poteva arrivare al negozio della famiglia Hubl,
che si trovava all’ingresso del centro storico. Naturalmente ci voleva fortuna e un po’ di abilità,
perché ogni abitante del villaggio, anche un ragazzo, poteva fermarti; i giovani chiamavano anche
la polizia. Naturalmente si notava la nostra presenza, portavamo vestiti strappati e zoccoli di legno ai piedi,
ma se si cercava di sistemarsi un po’, lavarsi il più possibile, si poteva fare una buona impressione.
Inoltre non si doveva – come facevano alcuni – bussare alle porte e dire: Ho fame, pane… perché
la maggior parte delle persone ti chiudeva la porta in faccia e ti insultava, ma si poteva parlare con la gente
senza lamentarsi e chiedere se c’era qualcosa da fare. Non si doveva chiedere l’elemosina, ma
<48> lavoro. Così verso la fine di luglio, mentre stavo per entrare in Rossstraße,
ho visto una giovane donna dai capelli rossi che portava della legna; ho chiesto se potevo aiutarla.
Mi ha invitato nel cortile e mi ha mostrato una pila di legna da tagliare; dopo qualche ora avevo finito
il lavoro, lei era contenta e mi ha invitato a pranzare a casa sua, poi mi ha regalato anche una pagnotta.
Più tardi ho conosciuto anche suo marito, era un tecnico radio e aveva una piccola officina. Fine traduzione Brünning]
S. 48 - 52
Agosto 1944: sterminio attraverso il lavoro.
Turni di 12 ore con 45 minuti di pausa. Sveglia alle 4, circa 1 ora per lavarsi e sistemarsi.
Solo tè di tiglio. Possono restare indietro solo persone con più di 39 di febbre.
Marcia verso i cantieri. Le imprese edili scelgono gli schiavi per il giorno.
Lavoro dalle 7 alle 19.
Gerarchia della direzione del campo
Impianti di lavaggio miseri, scabbia
SS italiane mangiano bene, sono ben vestite, tuttavia quasi nessuno si iscrive.„Agosto 1944: sterminio attraverso il lavoro
Il discorso di Sauckel, che tenne il 10 luglio, si rivelò una grande menzogna,
perché alcuni giorni dopo dettò il seguente ordine: Bisogna produrre il più possibile,
con il minimo sforzo per noi. – Scavare, scavare, e se le macchine si rompono,
si scava a mano.
Iniziarono i turni di 12 ore, di notte e di giorno, la pausa di riposo a metà turno
si ridusse da un’ora a 45 minuti.
La giornata si svolgeva così: venivamo svegliati alle 4 del mattino dalle guardie
con cani pastore. Accendevano la luce nella baracca e urlavano Alzatevi, andate, andate,
veloci! e picchiavano chi non saltava subito dal pagliericcio su braccia e gambe;
avevano grandi bastoni o tubi di gomma. Avevamo poco più di un’ora per lavarci,
andare in bagno e sistemare la baracca,
perché doveva essere in ordine e pulita. Nel frattempo, per chi voleva,
fuori dalla baracca c’era un contenitore con tè di tiglio. Era disgustoso. Poi venivano l’appello
e il conteggio; se qualcuno mancava, lo cercavano subito. Si poteva restare nella baracca e non lavorare
solo se si aveva più di 39° di febbre. Chi non lavorava, non produceva e naturalmente riceveva solo
la metà della razione di cibo.
Poi ci mettevano in fila e marciavamo verso i cantieri. Lì c’era il mercato degli schiavi.
I rappresentanti delle varie ditte, che avevano ricevuto gli ordini dalla
„Reimahg“, sceglievano dalla massa degli schiavi quelli che servivano per
la giornata e li prendevano. Il lavoro iniziava alle 7 del mattino o alle 19 per il turno di notte.
All’inizio del turno dovevamo consegnare al caposquadra il nostro tesserino, che ci veniva restituito
alla fine del turno insieme al buono pasto. Se non si lavorava, o
si dimenticava di prendere il buono pasto, il giorno dopo si doveva digiunare. I capisquadra ci accompagnavano dal campo al lavoro; durante il lavoro eravamo
controllati e anche torturati senza motivo, da tutti; oltre al caposquadra c’erano le
SS, i gendarmi, le camicie brune, la Gioventù hitleriana, la Gestapo, ecc. Poi c’erano i
„Polileiter“ (?), che controllavano sia i capisquadra sia noi durante il lavoro. Dopo 12
ore si tornava al campo, sempre in fila e accompagnati dai
capisquadra; questo poteva essere, a seconda di dove si trovava il cantiere, anche a più di
6-7 km di distanza. Poco dopo avveniva la distribuzione della razione di cibo.
La gerarchia del comando nel campo era la seguente:
[cfr. p. 50 e fig. 12]
Siamo ancora nel mese di agosto 1944; fino a metà mese ho lavorato
nei cunicoli sotterranei, poi al Walpersberg, per la pista di decollo.
Fa caldo, ci sono poche possibilità di lavarsi. Abbiamo una lunga
conduttura d’acqua all’aperto, con alcuni rubinetti, ma l’acqua è poca.
Iniziano le malattie infettive, legate alla scarsa igiene.
Anche radersi è difficile, non ci sono lamette, solo chi ha un rasoio è al sicuro.
Ho fortuna, perché mio fratello è barbiere e ha portato i suoi rasoi, può tagliarmi capelli e barba
quando serve, ma non mi rade solo lì, ma anche nella zona pubica e nelle ascelle, quando scoppia una piccola
epidemia di scabbia.
Uno del nostro paese, Nicola Micheli, è tornato al campo dopo aver passato più di due
mesi nella compagnia disciplinare. È in condizioni pietose,
magro, stracciato, affamato, con braccia e gambe piene di ferite causate dai morsi dei
cani pastore. Che si sia salvato è un miracolo, perché da quell’inferno
non si torna vivi, o si impazzisce.
I volontari che si erano arruolati nelle SS o nel nuovo esercito fascista erano alloggiati in
un’altra baracca, separati da noi da una recinzione metallica. Si
mostravano orgogliosi e si facevano vedere con bei stivali di cuoio, una bella uniforme, ben
rasati e puliti; ci facevano vedere quando avevano buon cibo e abbastanza sigarette.
Tutto questo era naturalmente organizzato dai nazisti come propaganda, per farci venire voglia.
Non molti si erano arruolati, nel nostro campo erano forse 15.“
Metà agosto: arrivo di prigionieri di guerra italiani dal Reno – indicazione dell’avvicinarsi degli Alleati.
P. 52 - 55
Famiglia Hubl: descrizione affettuosa, B.B. ha ricevuto molta assistenza. Li visita nel 1979.
B.B. lavora anche per un sellatore (la sua vera professione), cuce borse a mano.
P. 56 - 58
Giuseppe scompare per un giorno dalla polizia, maltrattamenti per presunto furto
di una rapa. Lavoro punitivo, morsi di cani pastore.
P. 58 - 60
Settembre 1944:
Fame, pidocchi.
Lavoro sulla pista di decollo, abbattimento di alberi a mano. Tra i lavoratori anche donne dall’Ucraina.
Divieto di riunione, nessun tempo libero, nessun prete.
[Traduzione Berit Brünning
<52> Verso metà agosto arrivano nel nostro campo I.M.I., soldati italiani internati,
provenienti da un campo principale nel Reno, che è stato sciolto perché gli
Alleati si avvicinano. Ci sono alcuni cambiamenti; dalla nostra baracca vengono trasferiti
diversi uomini del nostro paese nei campi 6 e 7, al loro posto arrivano
I.M.I. dalla Toscana, Lombardia ed Emilia, ma mio fratello e mio cugino restano con me.
A Kahla, dove vado di tanto in tanto, riesco a spiegare a Frau Margarethe che non siamo venuti volontariamente a lavorare in Germania,
perché la gente da noi muore di fame (così diceva la propaganda nazista), ma in Italia abbiamo un lavoro e una famiglia che nel nostro caso
<53> si preoccupa molto per i suoi due figli perché non riceve notizie da noi.
Lei capisce, anche perché suo marito Alfred è prigioniero in Francia e suo figlio Lothar è al fronte.
Dice che ci vuole aiutare volentieri e spera che qualche anima caritatevole aiuti suo marito in prigionia e suo figlio, che è soldato. I membri di questa famiglia erano:
Alfred Hubl, capo famiglia (in prigionia in Francia)Margarethe Hubl, nata Weise, moglie, circa 44 anni
Lothar Hubl, figlio, soldato tra i carristi, 19 anni
Hilmar Hubl, figlio, studente, circa 13 anni
Heide Hubl, figlia, 6 anni
Anna (???), madre della signora Margarethe, circa 75 anni
Nonostante il divieto della polizia, questa donna, suo figlio Hilmar e la signora Anna mi hanno aiutato, mi hanno dato del cibo, mi hanno confortato e non solo me, ma anche Poggi Mario di Gubbio, un altro italiano, mio cugino Walter e molti altri, per pura umanità. Quando nel 1979 sono tornato a Kahla per rivedere questa famiglia (mia figlia Beatrice mi accompagnava), sono stato accolto molto calorosamente da tutta la famiglia
<54> anche dal signor Alfred, abbiamo vissuto per 5 giorni nella loro casa. Purtroppo mancavano il figlio Lothar, dentista, morto nel 1969, e la signora Anna, morta poco dopo la fine della guerra. Durante questa visita a Kahla trovai nella casa della famiglia Hubl una lettera di ringraziamento che la famiglia di Poggi Mario aveva allora inviato alla signora Margarethe e una cartolina che mio cugino Walter aveva scritto nel 1945 per ringraziare, allego una fotocopia. Questo è menzionato per chiarire quanto fosse generosa questa famiglia.
Alla fine di Rossstraße, poco prima della piazza del mercato, a destra c’era un piccolo negozio dove si vendevano carne di maiale, pancetta e salumi; la proprietaria era una signora anziana dai capelli bianchi, molto buona e caritatevole; un giorno entrai nel negozio, mi assicurai che non ci fossero clienti e chiesi se avesse bisogno di aiuto, se c’era qualche lavoro da fare; questa cara donna mi diede qualche pezzo di salame e disse che potevo passare di tanto in tanto. Un giorno aiutai anche suo marito a trasportare con un carretto della legna dalla stazione a casa loro. Mi invitarono a pranzo; volevano sapere,
Didascalia: Mia figlia Beatrice, io, signora Margarethe. Ci siamo riviste nel 1979 dopo 34 anni.
<55> come ero arrivata a Kahla e si meravigliarono quando sentirono che non ero venuta volontariamente, ma sotto costrizione. Chiesero se sapevo qualcosa sull’andamento della guerra in Italia; avevano un figlio che combatteva al fronte di Cassino. Da quel giorno questa gentile donna ogni volta che passavo mi dava qualche pezzo di pancetta, salume o altro. La ricorderò sempre con gratitudine.
Quando la signora Margarethe seppe quale mestiere avevo svolto in Italia (avevo prodotto articoli in pelle a Varese), prese contatti per me con un sellatore a Kahla; aveva una bottega in Margarethenstraße, vicino alla „Saaltur“, dove produceva selle, finimenti e altri articoli in pelle. Come concordato andai lì una mattina (avevo lavorato di notte) e portai disegni di borse da donna di vario tipo, che avevo fatto nella baracca su cartoline per mostrare che disegnavo anche modelli. Mi mostrò una borsa da medico e mi fece capire che dovevo studiarne la forma e farne una uguale. Mi diede pelle, attrezzi e tutto il necessario. Mi misi al
<56> lavoro e tagliai pelle per tutto il pomeriggio e realizzai il modello che mi aveva chiesto. A pranzo questo signore mi invitò a casa sua a mangiare. Il mio lavoro gli piacque molto; disse “Bravo, ottimo” e che dovevo tornare.
Un altro giorno feci una borsa per una signora che abitava in una casa in piazza del mercato. Mi regalò una pagnotta.
Avrei voluto molto lavorare per questo sellatore, gli chiesi di informarsi presso il „Fronte del Lavoro“, così sarei uscita dal campo e sarei diventata sua operaia. Non se ne fece nulla e non andai più da lui, perché mi era impossibile lavorare 12 ore di notte nei cantieri della Reimahg e di giorno in quella bottega.
Il mese di agosto stava per finire; una mattina, quando tornai dal lavoro, non trovai più mio fratello Giuseppe. Mi informai ovunque su di lui e poi appresi da compagni di lavoro che era stato portato alla polizia. Nonostante le mie ricerche, non riuscii a scoprire dove esattamente fosse e perché fosse trattenuto dalla polizia. Non sapevo cosa fare, ma non potevo aiutarlo in alcun modo. Tornò alla baracca la sera del giorno dopo e aveva un aspetto molto brutto; il naso era ferito e sanguinava ancora.
<57> Era successo quanto segue: quando mio fratello Giuseppe tornava dal lavoro passando davanti a vari cantieri, vide tra i rifiuti di una cucina dei tedeschi una grande rapa, la raccolse e la mise sotto la giacca. Un sorvegliante lo aveva visto, lo prese e lo consegnò alle SS affinché lo punissero come ladro. Si consideri che la gente in cucina aveva buttato via la rapa perché era marcia. Ma questi sadici delle SS, nelle cui mani era caduto, non accettarono alcuna giustificazione. Mio fratello dovette scavare grandi buche insieme ad altri quattro e poi richiuderle, poi scavare un’altra buca, e così via all’infinito, senza poter alzare la testa, e tutto ciò solo per il divertimento delle guardie SS, che a seconda del loro umore potevano far lavorare qualcuno per un’intera giornata e dargli da mangiare e bere solo quando ne avevano voglia. Inoltre lasciavano i cani lupo liberi e li scatenavano contro questi poveri ragazzi che non potevano difendersi. Mio fratello, con un cane alle spalle che voleva morderlo, si girò; allora un uomo delle SS lo colpì in faccia con una frusta da cavallo e gli ferì il naso. Fortunatamente tra gli uomini delle SS c’erano anche alcuni che avevano pietà e così dopo quasi due giorni potei rivedere mio fratello.<58> abbracciare.
Settembre 1944 – L’usuale triste esistenza; sentiamo sempre più la fame, siamo molto deboli e siamo solo all’inizio dell’autunno. Sempre più persone si ammalano e ci sono sempre più pidocchi; dobbiamo continuamente controllarci per uccidere queste bestie che ci succhiano il poco sangue che ci è rimasto.
Mi preoccupo per il mio caro cugino Walter, che sta molto peggio di me. Devo aiutarlo dove posso e anche mio fratello, che non sa difendersi, si arrende facilmente. Durante le mie scorribande a Kahla cerco sempre di procurare un po’ di cibo per entrambi. Con alcuni altri della baracca siamo persino andati di notte a rubare patate nel quartiere, rischiando di essere sparati; ma la fame cresce sempre di più, quindi dobbiamo rischiare qualcosa.
Da fine agosto lavoro al Walpersberg, dove si sta costruendo la pista di decollo. Siamo molti operai, forse mille. All’inizio dovevamo abbattere alberi (betulle?), e siamo ancora occupati in questo, tutto a mano, senza motoseghe o
<59> altri strumenti meccanici. Alcuni gruppi sono assegnati all’abbattimento degli alberi, che vengono tagliati alla base da due persone; altri operai spogliano gli alberi abbattuti e tagliano i rami, altri ancora segano i tronchi in pezzi di circa due metri. C’è un continuo andirivieni di persone da tutta Europa; ci sono anche donne ucraine miserabili, che devono fare lo stesso lavoro che facciamo noi; sono state deportate insieme a tutte le loro famiglie. In cima alla collina fa freddo, specialmente le donne soffrono il freddo; facciamo piccoli fuochi con rami e foglie per riscaldarle; un sergente delle SS che ci sorveglia viene a sparare con la pistola nel fuoco, poi lo spegne con il piede urlando “sabotaggio” e questo rituale si ripete di tanto in tanto.
Nel frattempo migliaia di altri lavoratori forzati costruiscono strade di collegamento verso i paesi circostanti (sono strade decenti con uno spesso strato di ghiaia o pietrisco come base), altri lavorano nelle gallerie per allargare le vecchie e crearne di nuove; vengono posati binari a scartamento normale e a scartamento ridotto. Il lavoro procede senza interruzioni, nessuno ha pietà di chi muore o si ammala durante il lavoro o nella baracca.
<60> Anche se i registri e le testimonianze degli ufficiali nei nostri “Oflag”3 raccontano qualcosa di diverso sul periodo di prigionia, non avevamo tempo libero né possibilità di riunirci, non c’erano scrittori, poeti o artisti che potessero illuminare le nostre giornate e intrattenerci. Non c’erano preti, neppure cappellani di campo, che potessero dare conforto spirituale a chi moriva di fame e di stanchezza e veniva poi gettato senza croce né lapide nelle fosse comuni.
Fine traduzione Brünning]
S. 60 - 61
Fine settembre:
Walter in infermeria per tubercolosi. Tramite la famiglia Hubl B.B. riceve medicine e cibo
Tedesco originale; significato incerto
“Fine settembre 1944: Tornai alla baracca e non trovai il mio cugino Walter e come sempre non ricevetti alcuna informazione su di lui. Il giorno dopo appresi che era stato trasferito nella tristemente nota baracca 9.
La sera seguente andai da lui, lo trovai febbricitante su una branda di legno tra scheletri viventi. Quando mi vide, disse piangendo: ‘Portami via da qui, altrimenti morirò prima del tempo!’ Aveva tossito sangue! Capì che aveva la tubercolosi. Lo abbracciai e gli promisi che avrei fatto tutto il possibile. Era già notte e avvolsi i miei zoccoli di legno con alcuni stracci, scavalcai la recinzione di filo spinato e corsi verso Kahla, facendo attenzione a non farmi vedere da nessuno. Bussai alla porta della nostra benefattrice signora Margarethe Weise Hubl, a cui chiesi aiuto per Walter, dopo averle raccontato la storia. Questa donna dal cuore d’angelo parlò subito con un medico vicino; questi mi diede uno sciroppo come medicina; non poteva fare altro, dovevo tenerlo aggiornato. La buona Margarethe mi diede pane bianco, miele e marmellata, che portai a Walter il giorno dopo. Lo stesso giorno chiesi con decisione di parlare con il capo del campo; mi ricevette e gli dissi senza paura più o meno così: ‘Voi nazisti ci avete deportato in Germania per lavorare e avete detto al mondo che saremmo stati trattati come operai tedeschi, con tutti i privilegi; ecco mio cugino Walter Bolognesi, è malato e ha tossito sangue, non posso vederlo morire così, quindi vi chiedo pietà e di rimandarlo subito a casa.’ Il capo campo mi ascoltò, annotò il nome e mi mandò via senza dire nulla. Il giorno dopo mio cugino non era più nella baracca 9. Per alcuni mesi vissi nella speranza che fosse tornato a casa.
[...]
[Il 27 maggio ricevettero una cartolina da Walter, che si trovava a Schöngleina presso una famiglia; stava relativamente bene. Riuscì a tornare in Italia, ma lì morì di tubercolosi.]
S. 62 - 64
2 ott. 1944:
23° compleanno di B.B. Festeggia con la famiglia Hubl.
Novità nel campo: baracca per lavarsi, che serve anche per la veglia dei morti.
Latrina con recinto di legno
Lavoro sulla pista di decollo: circa 1000 operai. Abbattimento alberi, livellamento area fino a 1 km.
[Traduzione Berit Brünning
<62> 2 ottobre 1944. Oggi è il mio 23° compleanno. Sono andato, come faccio di tanto in tanto, a Kahla, dalla famiglia Hubl; la signora Margarethe, che sapeva del mio compleanno, mi ha regalato un sacchetto di biscotti fatti in casa. Li ho portati con me per mangiarli con mio fratello; tornando al campo – avevo appena lasciato Kahla – un tedesco mi ha fermato e ha chiesto cosa avessi nella mia busta di carta; gli ho mostrato i biscotti; ha chiesto chi me li avesse dati o da dove li avessi presi, ho risposto che qualcuno me li aveva regalati; voleva che dicessi il nome della persona e quando mi sono rifiutato ha detto che li avevo rubati e avrebbe chiamato la polizia. Ho protestato, mi ha minacciato e mi ha costretto a dargli i biscotti, poi se ne è andato tranquillamente. Da allora la signora Hubl, quando mi dava qualcosa per mio fratello o per entrambi, mandava sempre la signorina Elisabetta, una giovane commessa, a farmi compagnia per un tratto.
Ci sono novità nel nostro campo; si sta costruendo una baracca per lavarsi, fatta di legno, dentro ci sono una serie di rubinetti (da cui esce solo acqua fredda) e<63> tra cui una lunga vasca di legno, che serve anche per lavare i vestiti. Sotto lo stesso tetto, un po’ più in disparte, c’era un tavolo di legno usato per adagiarvi di notte i morti che dovevano essere gettati nella fossa comune. Ci sono altre novità: hanno costruito un tetto di legno e lamiera sopra il luogo (la fossa) che serviva come latrina all’aperto; ora almeno possiamo fare i nostri bisogni senza bagnarci quando piove. Continuano a chiederci di unirci alle associazioni, la fame e la stanchezza si fanno sentire e dobbiamo fare molti sforzi per convincere soprattutto i più giovani a non lasciarsi ricattare.
I lavori sulla pista di decollo sul Walpersberg procedono febbrilmente; forse ci sono 1000 persone assegnate a questo compito e nel frattempo abbiamo già fatto progressi: tutti gli alberi sono stati abbattuti e i ceppi rimossi; ora abbiamo iniziato a smantellare la cima della collina, il terreno doveva essere allargato e livellato a un’altezza prestabilita. Tutto questo è stato fatto a mano, non c’erano escavatori o simili; avevamo solo le nostre braccia.
Sui lati lunghi della collina erano stati posati binari a scartamento ridotto (cosiddetti decauvilles) che
<64> sporgevano nel vuoto e venivano sostenuti da pali ancorati al terreno sottostante. La terra rimossa veniva caricata su piccoli carri ribaltabili, che due persone spingevano fino alla fine della ferrovia, poi frenavano con un blocco di legno che fermava le ruote per non cadere e far cadere il carro, rovesciavano il contenuto e ricaricavano il carro. Era un lavoro faticoso; la collina diventava sempre più bassa e la ferrovia di conseguenza più lunga, fino a raggiungere la lunghezza prevista di 1000 metri. A volte sabotavamo questo lavoro; quando il carro carico scendeva sempre più veloce lungo la ferrovia in discesa, saltavamo giù senza frenare e il carro cadeva con il contenuto, facendo perdere tempo perché bisognava recuperarlo. Qualche volta abbiamo fatto cadere anche una piccola locomotiva diesel, che, quando la strada era dritta, spingeva i carri fino al bordo, dove dovevamo fermarla; non lo facevamo e così anche la locomotiva cadeva. Le guardie urlavano: sabotaggio, sabotaggio!
Didascalia: Bisognava spingere fino alla fine dei binari che sporgevano nel vuoto e frenare con un blocco; se si riusciva a fermarsi, bisognava rovesciare il contenuto, la terra.
Fine traduzione Brünning]
P. 65 - 66
10 ott:
Visita del Reichsmarschall Göring. Distribuisce 1 pacchetto di sigarette.
“10 ottobre 1944: Il Reichsmarschall Göring fa visita ai lavoratori. Lo segue la sua entourage di militari e civili; ispeziona anche a piedi la futura pista di decollo, cammina lentamente tra noi lavoratori e ci osserva. Alla fine della visita ha fatto distribuire un pacchetto di sigarette. Indossava una uniforme e un ampio cappotto chiaro.”
Donne deportate dalla Polonia
Allestimento dell’ospedale Himmelshain
Formazione di comandi cimiteriali con prigionieri dell’URSS. Sepoltura nelle fosse.
P. 66
20 ott:
Posta dall’Italia
P. 66 - 69
Nov. 1944:
I lavori alla rampa fissa continuano, riduzione delle razioni alimentari, aumento dei casi di malattia e morte. La speranza per la fine della guerra è alimentata dalla nervosità dei kapò e da occasionali notizie raccolte.
Rinforzi da volontari (?) della HJ per 14 giorni.
Freddo, nessun abbigliamento adeguato, divieto di usare le stufe nelle baracche – rischio di incendio. Pidocchi, ratti.
[Traduzione Berit Brünning
<65> 10 ottobre 1944: Il Reichsmarschall Goering ci fa visita durante il lavoro; è accompagnato da un gruppo variegato di persone in abiti militari e civili. Cammina anche lungo la futura pista di decollo, passa lentamente tra noi e osserva come procede il lavoro. Alla fine della sua visita ha fatto distribuire un pacchetto di sigarette tra noi. Indossava l’uniforme e un cappotto chiaro.
Nel corso di questo mese sono accadute le seguenti cose:
- Sono arrivate giovani donne deportate dalla Polonia
- È stato allestito l’ospedale a Himmelshain, perché aumentavano gli incidenti sul lavoro e sempre più lavoratori della Reimahg si ammalavano. Era stato montato vicino al castello, da qualche parte nei dintorni, credo nel parco, era composto da baracche e anche da tende, credo. Non so quante deportate vi siano state curate e come; forse c’era anche un reparto chirurgico.
I capi distrettuali Kohler e Schau hanno assegnato circa 50 uomini e donne deportati dall’URSS al “commando cimitero”. Queste persone avevano il compito di scavare fosse, recuperare i morti, gettarli in queste fosse, coprirli con calce e poi con terra (vedi lettera di Teghillo).
<66> Ora piove più spesso ed è freddo; ci danno altre coperte.
Il 20 ottobre ho ricevuto una lunga lettera dalla mia madrina di guerra Teresa, che mi dichiara il suo amore, ma allo stesso tempo si rammarica che ormai sia troppo tardi; sono insieme a una cara ragazza del mio paese, si chiama Bianca, qualche anno dopo la sposerò. La lettera era stata spedita il 15 settembre da Torino ed è stata la prima lettera dall’Italia che ho ricevuto.
Novembre 1944 – I lavori sulla pista di decollo devono procedere a tutti i costi, nonostante pioggia e vento; siamo completamente bagnati e coperti di fango mentre lavoriamo sotto lo sguardo vigile del caposquadra, che sta sotto un tetto protettivo e protetto dal suo impermeabile militare; è arrabbiato perché è costretto a stare fuori con questo brutto tempo e sfoga la sua rabbia su di noi “maledetti italiani”. Dopo aver livellato la collina per allungare la pista, dobbiamo consolidare il terreno; lo livelliamo con rulli e lo prepariamo per l’asfaltatura prevista per dicembre. Ridimensionano la nostra razione giornaliera di cibo e proporzionalmente<67> il numero dei malati e dei morti aumenta. I capi tedeschi sono riusciti a farci perdere la nostra individualità e bisogna impegnarsi molto per mantenere sempre la mente lucida e non perdere la speranza che tutto questo finirà presto. I segni non erano buoni; i nostri kapò, i nostri sorveglianti politici, sapevano che la guerra stava andando a loro sfavore e vedevano come noi ci rifiutavamo ostinatamente di collaborare con loro, ci dicevano continuamente: "Non importa cosa succede, non tornerete più in Italia" e ci maledicevano. In quei mesi ho cercato di capire il significato delle parole, di fare mia questa lingua così difficile per noi; così ho imparato più delle solite tre o quattro parole che tutti conoscevamo, perché necessarie: "pane, fame, malato, via, veloce, lento" ecc. Le mie conoscenze, per quanto scarse, erano utili per origliare conversazioni, capire i commenti dei tedeschi e leggere qualche frase nei loro giornali; tutto questo senza che nessuno se ne accorgesse.
In questo mese arrivano per circa due settimane dei ragazzi della Gioventù Hitleriana per lavorare alla costruzione della pista di decollo – erano obbligati? A loro non importa come stiamo, ci insultano perché lavoriamo lentamente; loro
<68> hanno vestiti buoni, scarpe, cappelli e soprattutto cibo buono e caldo in abbondanza, che consumano durante la pausa davanti a noi poveri affamati, senza badare a noi. Fa sempre più freddo, ha già nevicato; i nostri pochi indumenti sono strappati, li rattoppiamo con ogni materiale che riusciamo a trovare, lacci, spago o filo di ferro. Cominciamo a usare la carta dei sacchi di cemento per infilarla sotto i vestiti o per avvolgerci i piedi. Ai soldati (I.M.I.) che sono con noi nella baracca viene richiesto ancora di più, perché sono prigionieri dall'anno scorso, ma stanno un po' meglio di noi perché hanno una divisa di buon tessuto, anche se logora, e hanno qualche indumento personale, mentre noi siamo stati deportati a maggio e indossiamo solo abiti estivi leggeri, ormai a brandelli. Come già detto, nella baracca c'era una piccola stufa rotonda, per la quale non ricevevamo mai combustibile; era addirittura vietato accenderla la sera, perché – dicevano – con le scintille potevamo dare segnali agli aerei (chissà a quali). Però trovavamo pezzi di legno durante il lavoro che raccoglievamo e portavamo con noi, così la sera, nonostante il divieto, accendevamo la stufa per asciugare un po' i vestiti bagnati e per arrostire una patata o una rapa tagliata a fette sottili; le tenevamo attaccate alle pareti della stufa e le toglievamo quando erano ben dorate, oppure cucinavamo zuppe molto strane, in cui mettevamo tutto ciò che era in qualche modo commestibile. E poi la stufa non serviva solo a riscaldare un po' la stanza, ma anche a uccidere i pidocchi; bollivamo i nostri vestiti in un contenitore di latta, così i pidocchi morivano; il problema era solo per gli strati, era terribile dover indossare la mattina dopo i vestiti che erano per lo più ancora bagnati. Ah, quei pidocchi, quegli indesiderati coinquilini che era così difficile liberarsi! Ce n'erano almeno sei tipi diversi, li avevamo catalogati: c'erano trasparenti con una piccola bolla di sangue al centro, striati, con una croce sulla schiena, a forma di rombo,
allungati ecc. Poi c'erano anche qualche topo che girava per la baracca, erano affamati come noi e cercavano cibo. Come ho già detto, dovevamo spesso spegnere subito la stufa.
Fine traduzione Brünning]
S. 70 - 72
Dicembre 1944:
12 ore di lavoro all'aperto, i prigionieri soffrono il freddo, T.B.C., diarrea, insufficienza cardiaca, edemi, tifo, ecc.
I capisquadra, per lo più del Reno, sono stanchi di guerra e incoraggiano i lavoratori a resistere.
Asfaltatura della pista.
Incidenti sul lavoro: un operaio belga rimane con le gambe incastrate in una macchina; per non danneggiare la macchina gli vengono amputate le gambe.
"Ogni giorno c'erano incidenti sul lavoro, ma nella notte del 24.12. ne accadde uno che ci rimase impresso nella memoria. Durante il turno di notte un operaio belga, assegnato a bitumare la pista, rimase con le gambe in un betoniera (? comunque una macchina). Il sorvegliante Rehring della ditta 'Ando..' [illeggibile, perché a fine riga; bisognerebbe controllare di nuovo] temette subito che la macchina fosse danneggiata dall'incidente; poi all'uomo povero vennero amputate le gambe con una sega e un'ascia da falegname. Terribile! Il povero belga morì qualche ora dopo."
S. 73 - 74
Natale 1944:
20 cm di neve, -20°C. Razione speciale per 2 giorni: 7 patate bollite, 2 panini di grano, 2 salsicce, burro e marmellata. Giorno di riposo.
B.B. e i suoi compagni di baracca tagliano un piccolo abete e lo decorano con carta stagnola e le foto dei loro cari.
"Natale 1944: Ricordo molto bene quel giorno, era molto luminoso e il cielo sereno, quasi come in Italia, circa 20 cm di neve e -20°. Giorno di riposo e un pasto costituito da un pranzo al sacco: 7 patate bollite, 2 panini di grano, 2 salsicce, burro e marmellata, oltre alla solita zuppa leggera. Mangiammo tutto avidamente, perché non sapevamo che tutto questo doveva bastare anche per il giorno dopo. Tagliammo un piccolo abete, lo posammo sul tavolo nella baracca e lo decorammo con carta stagnola. Ognuno di noi appese una cartolina o una foto dei propri cari; per noi era diventato l'albero più bello del mondo, e quel giorno ci toccò profondamente. Pensavamo alle nostre famiglie e avevamo nostalgia di casa. Pensavo alle tante feste di Natale trascorse con i miei genitori, nel 1938, 1939, 1940 a Varese, dove ero arrivato a neanche 17 anni per lavorare, poi nel 1941, 1942 ero nell'esercito, nel 1943 finalmente a casa, ma avevo sempre paura, perché ero un ex soldato e senza prospettive. E ora, questo Natale con quel dolore nel cuore, perché potevo immaginare quanto i nostri genitori si preoccupassero per noi due figli. Li avremmo riabbracciati? Avremmo passato il prossimo Natale a casa? Comunque quel giorno passò piacevolmente con tutti i ricordi e le speranze che ognuno raccontava; inoltre ero con mio fratello e questo era già una grande fortuna."
S. 74 - 75
Dopodiché B.B. e suo fratello lavorano al bunker 0. Il numero dei decessi cresce, nessuna sepoltura. Ricordi della fiducia in Dio di Pasquale Caron, che muore nel campo.[Traduzione di Berit Brünning
<74> Dall’ultima decade del mese mio fratello ed io siamo stati impiegati nella costruzione del bunker O.
Sempre più persone muoiono, a volte anche durante il lavoro. Non possiamo fare nulla per loro,
anche se qualcuno crolla improvvisamente durante il lavoro, non puoi aiutarlo
e per quelli che muoiono nelle baracche non c’è sepoltura come nei campi per
prigionieri di guerra, né c’è un servizio religioso. Ma ora la disperazione
si diffonde ovunque; la sera nella baracca si discute, si fanno previsioni che sono quasi
sempre pessimistiche e poi si impreca e si bestemmia furiosamente, perché sembra davvero
che Dio ci abbia abbandonati. In questa situazione è comparsa una figura amichevole e gentile,
a cui ricordo volentieri; tra gli I.M.I. che erano con me nella baracca c’era un uomo del Veneto,
non particolarmente alto, magro come gran parte di noi
<75> e la sera, mentre quasi tutti imprecarono e bestemmiavano, lui tirò fuori dalla tasca
un rosario e cominciò a pregare. Mi disse: “Dobbiamo conservare la nostra speranza, vero?
Che ne dici, Bolognesi? Non dobbiamo bestemmiare,
ma affidarci a Dio affinché ci aiuti a tornare a casa!” E ci mostrò una foto della sua famiglia
(aveva una moglie e dei bambini piccoli), mi disse: “Chissà se li rivedrò presto?”
e baciò la foto. E proprio questo uomo giusto, che ci fece sperare di nuovo e che desiderava tanto
tornare a casa, morì il 3 aprile 1945, una settimana prima dell’arrivo delle truppe
alleate. Una mattina, al risveglio, lo trovammo morto sul suo lettino. Ancora oggi mi chiedo:
Dio è giusto? Si chiamava Pasquale Caron.
Fine traduzione di Berit Brünning]
P. 75 - 76
5 gennaio 1945:
Pacco con generi alimentari arriva per posta da parenti di Varese. La posta arriva solo dal
nord, ancora non occupato dagli Alleati.
“Gennaio 1945: Il 5 mio fratello ed io ricevemmo un pacco con generi alimentari dai nostri
parenti di Varese. Per noi fu un grande evento, perché oltre al piacere
di mangiare qualcosa di buono, era qualcosa di inaspettato, poiché per noi del centro Italia
era impossibile inviare notizie e pacchi alle nostre famiglie, o riceverne,
dato che eravamo tagliati fuori dalle nostre famiglie che vivevano nelle zone occupate dagli Alleati
a causa dell’andamento del fronte tedesco-alleato. I deportati invece,
le cui famiglie vivevano al nord, ricevevano, seppur raramente, posta e qualche pacco
dai loro parenti; perciò questo fu per noi un grande evento. Il 9 gennaio mio fratello scrisse
una cartolina a nome di entrambi ai parenti di Varese, ringraziandoli. Il 10 scrissi una cartolina
a mio zio Pietro Giordani, che vive a Stoccarda.”
P. 76 - 81
Bunker 0: descrizione precisa della costruzione con grandi quantità di cemento. Freddo gelido,
il fratello di B.B. è vicino al collasso. B.B. chiede alla direzione del campo un altro lavoro per lui;
lavora come barbiere per qualche giorno nella baracca del comando e poi viene impiegato vicino a Bibra
in lavori di muratura.
Dopo il lavoro l’unico pasto della giornata è una zuppa di verdure diluita con poche patate e quasi
nessun margarina. Si fa la fila con la ciotola, la zuppa viene distribuita con un mestolo
dalla baracca cucina, chi si lamenta viene picchiato. Inoltre due fette di salame o sanguinaccio o marmellata,
più una confezione di margarina (a base di petrolio) ogni otto giorni. Distribuzione accurata con una bilancia fatta in casa.
Il pane è per metà segatura, spesso ammuffito. Fame, disperazione. Durante le rare visite a
Kahle B.B. riceve sempre cibo dalla signora Margarethe.
“Dopo il duro lavoro ci attendeva nel campo la sola cena della giornata: per circa tre quarti acqua sporca,
in cui galleggiavano pezzi di rape, qualche foglia di cavolo, rapa da foraggio rossa e solo molto raramente
un pezzo di patata e pochissima margarina. La distribuzione del cibo nel campo avveniva così:
stavamo in fila, con la ciotola in mano. Sul lato destro della baracca cucina si saliva su una passerella di legno
e si passava uno alla volta davanti a una finestra, dalla quale il distributore, che stava in cucina,
si sporgeva e versava il brodo nella ciotola; bisognava essere veloci e non si poteva lamentarsi,
accanto alla nostra fila stava sempre un uomo delle SS di nome Gustav, molto cattivo,
che scatenava il suo pastore tedesco contro di te. Alla fine della fila c’era un vecchio tedesco
con un bastone in mano che ti picchiava senza pietà se non ti sbrigavi. La razione giornaliera comprendeva anche due fette di salame,
sanguinaccio o un po’ di marmellata, e una volta alla settimana un pezzo di margarina da dividere in otto parti.
Era margarina sintetica, prodotta dal petrolio. Poi c’era quella roba indefinibile che chiamavano pane:
un pane a forma di parallelepipedo, da dividere in otto razioni; questa operazione era seguita con attenzione da tutti noi.
Uno di noi tagliava il pane in otto pezzi, poi avevamo una bilancia fatta in casa (cfr. schizzo a p. 79)
fatta con un bastoncino, alle cui estremità erano legati due piccoli cunei di legno appuntiti con un filo.
Ogni fetta veniva confrontata con le altre e cercavamo di equilibrare le razioni con le briciole.
Poi si contava chi poteva scegliere per primo il pezzo che riteneva più grande, e poi gli altri a turno.
Mangiammo solo una parte di quel pane e conservammo il secondo pezzo per la mattina dopo,
perché fino alla sera successiva non avevamo altro da mangiare. Il pane, se così si poteva chiamare,
era composto per circa il 50 o 60% da segatura di pioppo, poi da un po’ di farina di segale e altre farine
indefinibili. Era quasi sempre ammuffito ai bordi, il che rendeva difficile la divisione.”
P. 81 - 87
Febbraio 1945:
Gli Alleati stanno arrivando, ma quando?
Dal 20 gennaio:
B.B. lavora in un cantiere a Bibra; alloggi per il personale della Luftwaffe o della Reimahg.
Durante la muratura il cemento gela, così il muro crolla di nuovo, ma si continua a lavorare.
Ferite dolorose alle mani. Simpatia per un caposquadra tedesco che considera l’esperanto la soluzione
per la comprensione tra i popoli. Fa lavorare lentamente i prigionieri e ogni tanto accende un fuoco
per scaldare le mani. Lavoro fino al 15 febbraio.
Diarrea, sanguinamento delle gengive per carenza di vitamine e edemi. Le razioni giornaliere
contengono al massimo 500 calorie invece delle 2500-3000 necessarie al giorno.Lavori nella miniera:
I cunicoli esistenti vengono utilizzati e ampliati dai prigionieri; pavimenti, intonaco,
elettricità, ventilazione ecc. sono eseguiti da specialisti.
Per ampliare i cunicoli si praticano con il trapano ad aria compressa dei fori per la
esplosione, il materiale frantumato viene caricato con la pala su carri su rotaie e
trasportato via da 4 persone.
Nessuna precauzione di sicurezza.
A fine febbraio decolla il primo aereo (M262) dal Walpersberg; la guerra è però già
persa.
FAME, FREDDO, MALATTIA, MORTE, eppure la resistenza dei prigionieri consiste nel
non cedere.
Pagg. 87 - 89
Marzo 1945:
Gli Alleati si avvicinano. B.B. al lavoro per l’ampliamento dei cunicoli. Notizie dai parenti
e da Walter, che era ospitato presso una famiglia a Schonkleina (sic). Torna in Italia ma
muore poco dopo di TBC, contratta a Kahla.
Esodo degli abitanti della Turingia verso le zone controllate dagli Alleati,
bombardamenti.
[Traduzione Berit Brünning
<81> Febbraio 1945 – Si sa che gli Alleati stanno occupando la Germania occidentale;
ma perché non vanno più veloci? Quando arriveranno qui?!
Lavoro dal 20 gennaio in un cantiere vicino a Bibra. La mattina vado a piedi con altri dieci
compagni fino a questo
<82> luogo, nei dintorni di Bibra; lì si costruiscono alloggi per il personale della
Luftwaffe o della Reimahg, non ricordo bene. Dobbiamo costruire i muri esterni di queste
case a un piano. Per questo usiamo mattoni; la malta la prepariamo a mano, non c’è
mescolatrice. I muratori (non so se sono tedeschi o no) posano rapidamente un mattone
sull’altro, ma fa molto freddo e la malta gela e così il muro crolla sempre quando è alto
uno o uno e mezzo metri. Ma abbiamo l’ordine di continuare, quindi ricominciamo da capo.
Io dovevo preparare la malta e, quando ne era pronta una certa quantità, portarla insieme
a un altro su una specie di barella al muratore. Quando dovevamo trasportare i mattoni,
era molto doloroso, perché dovevamo stare con le gambe divaricate e aspettare che
qualcuno ci lanciasse i mattoni uno a uno, che dovevamo prendere al volo e passare al
successivo; così li passavamo di mano in mano, ma il problema era che le nostre mani
erano congelate e ci ferivamo con i mattoni, cosa molto dolorosa. L’unica cosa positiva
era un capomastro tedesco; un uomo piccolo, anziano, con una leggera gobba, che
scherzosamente chiamavamo Rigoletto;
<83> era molto onesto, parlava sempre di esperanto, che secondo lui era la lingua del
futuro, perché così tutti i popoli si sarebbero capiti e non ci sarebbero più state guerre.
Un grande piccolo uomo, ci diceva sempre: “Lavorate lentamente, ma se vedete arrivare un
sorvegliante, deve vedervi lavorare, altrimenti anche io avrò problemi.” Faceva molto
freddo e lavoravano con noi anche due donne ucraine, che facevano lo stesso lavoro; ci
faceva fare pause di tanto in tanto, poi dovevamo spaccare grandi assi di legno, come
quelle usate dai falegnami, e accendere un bel fuoco per scaldarci, soprattutto le mani
congelate. Questo lavoro durò fino al 15 febbraio.
Sempre più persone muoiono, è spaventoso; la maggior parte sono italiani. Quasi tutti
soffriamo di diarrea; di notte alcuni non riescono ad arrivare in tempo …4 e succede tutto
mentre sono ancora nella baracca. Per la carenza di vitamine molti hanno sanguinamento
delle gengive e edema sul corpo. Le tabelle appese dai responsabili dicevano che le nostre
razioni giornaliere erano accettabili, ma poi abbiamo saputo che non contenevano più di
800 calorie, mentre per il duro lavoro che facevamo servivano almeno
<84> 2500-3000 calorie al giorno.
- Il lavoro nel tunnel – Come è noto, la Reimahg ha preso possesso dei cunicoli già
esistenti, che erano stati usati dalla fabbrica di porcellana di Kahla per estrarre terra
quarzosa necessaria al loro lavoro. Questi cunicoli dovevano ora essere allargati e
migliorati, per poter costruire e assemblare all’interno le parti dei nuovi aerei.
Avevamo il compito di scavare nei vecchi tunnel per allargarli. Oltre ai tunnel già
esistenti, dovevano essere scavati di nuovi e collegati tra loro. Noi allargavamo solo i
tunnel; i lavori di finitura, l’intonacatura, il fissaggio del pavimento, la posa di impianti
elettrici e idraulici e la ventilazione erano affidati a personale specializzato, non a
lavoratori forzati, perché l’interno dei tunnel era segreto. Nel nostro caso uno o due
uomini scavavano le pareti del cunicolo, poi con un martello pneumatico facevano dei
fori profondi, li riempivano di esplosivo e lo facevano brillare. Il materiale di risulta veniva
caricato con la pala su carri a scartamento ridotto e spinto sui binari
<85> verso l’esterno, dove un gruppo di operai lo scaricava e lo distribuiva nella zona5;
caricavamo altro materiale e così via.
Bisognava stare attenti quando si faceva brillare l’esplosivo, perché i capi non avvertivano,
ma se vedevamo che scappavano, ci schiacciavamo contro i muri, perché avevamo paura di
rimanere sepolti sotto le macerie in caso di crollo. Un
qui una macchia bianca copre una o due parole; probabilmente “al gabinetto”
alcune parole sono poco leggibili, quindi il senso della frase non è del tutto sicuro
giorno in uno di questi innumerevoli tunnel accadde un altro episodio che dimostrava la
crudeltà umana; come ho già detto, soffrivamo tutti di coliche intestinali e quindi di
diarrea e quando si sentiva un bisogno così urgente non c’era altra soluzione che trovare
un posto dove potersi liberare: uno dei nostri compagni di Tolentino scappa in un
corridoio isolato di un altro tunnel; per caso in quel momento passano dei ragazzi di Hitler,
lo trovano in quella posizione e nonostante le suppliche del poveretto lo costringono a
“assaggiare” quello che aveva fatto e lo deridono.<85-86> Credo che verso la fine di febbraio il primo aereo sia decollato dal Walpersberg; era una giornata di sole, me lo ricordo bene; si sentiva un forte fischio e noi, che eravamo giù fuori dai tunnel, vedemmo il nuovo aereo a reazione ME 262 decollare dalla cima e salire rapidamente; volava in direzione della valle della Saale, poi non riuscimmo più a vederlo. I tedeschi erano ubriachi di euforia e a ragione, perché questo aereo era di gran lunga superiore a tutti gli altri aerei esistenti allora. Il problema era solo che ormai era troppo tardi, la guerra era persa per il grande Reich. Tuttavia credo che fino alla fine della guerra ci siano stati almeno 300 di questi aerei, che inflissero pesanti perdite alla Luftwaffe degli Alleati.
Questo tipo di aereo veniva prodotto anche in altre fabbriche sotterranee.
Per noi si tratta del solito: FREDDO, FAME, MISERIA, MALATTIE, MORTE!, ma restiamo saldi ed è strano che i giovani, cresciuti sotto il regime fascista e abituati all’obbedienza, che oltre all’antifascismo, che ci hanno insegnato i nostri padri, non conoscono altra cultura politica – è strano che quasi tutti insieme abbiamo capito che la dittatura doveva essere combattuta, anche con l’arma del rifiuto, e che tutti abbiamo detto “NO” alle lusinghe, alla possibilità di tornare sani e salvi in Italia, sapendo bene che questo rifiuto ci sarebbe potuto costare la vita, come è successo a molti dei nostri compagni, che non dimenticheremo mai.
Quella fu la prima votazione democratica, era il nostro modo,
<87> di resistere e non fu meno utile della “grande” resistenza, ma non fu riconosciuta dai ...6 governi che si sono succeduti nel nostro paese. Fu un referendum popolare, uno lo diceva all’altro; senza che avessero alcun contatto tra loro, gli I.M.I. deportati in Nord Germania o in Polonia dissero “NO”, così come gli I.M.I. e i lavoratori civili forzati nelle altre parti della Germania. Quando quindi facemmo la nostra scelta, le nostre condizioni di vita peggiorarono e i maltrattamenti divennero più gravi, il nostro motto per sopravvivere fu: cercare di risparmiare le nostre deboli forze e le nostre scarse razioni giornaliere rigorosamente a ...7.
Marzo 1945 – Buone notizie: le truppe naziste vengono accerchiate, dalle forze alleate da ovest e dalle truppe russe da est. Il mio lavoro consiste ancora nel trasportare le macerie fuori dai tunnel; la primavera comincia a farsi sentire, ci sono già alcuni giorni senza pioggia e quando in questi giorni spingo il carrello, mi viene voglia di cantare tra me.
Un sorvegliante mi sente e mi dice: “Cosa canti, non sai che al fronte va male?” Risposi: “Va male da un bel po’!”
Come punizione dovetti spingere da solo il carrello pieno
<88> fino a sera.
Nei campi spuntano alcune ciocche d’erba dalla terra, le strappiamo in fretta con le radici; se è cicoria la mangiamo cruda, altre piante le cuciniamo e poi le mangiamo per riempirci un po’ la pancia. Ci preoccupiamo perché ci manca la “mascolinità”, da un po’ di tempo non sentiamo più nulla in quel senso, anche a causa della nostra debolezza; si mormora che i tedeschi abbiano messo apposta certe sostanze nella zuppa affinché non avessimo più forza in questo senso, ma non ci credo.
24 marzo; arriva una lettera da mio zio in Italia, da Varese; è contento che mio fratello Giuseppe e mio cugino Walter abbiano trovato un lavoro migliore.
25 marzo; arriva una cartolina da zio Pietro, da Stoccarda.
27 marzo; finalmente abbiamo notizie del nostro cugino Walter, che ci scrive in una cartolina che si trova presso una famiglia contadina a Schonkleina e che lì sta abbastanza bene. Dio
Parola illeggibile
Parola illeggibile
sia lodato. Questo povero ragazzo riuscì a tornare a casa nel luglio 1945, ma dopo qualche
<89> mese morì di tubercolosi, che aveva contratto a Kahla.
Da qualche mese Hitler ha istituito il “Volkssturm”, composto da vecchi e giovanissimi, armati con tutto ciò che riuscivano a trovare: fucili da caccia, pistole, revolver, attrezzi da lavoro; devono essere pronti a difendere il sacro suolo, la “patria” dalle truppe alleate e da tutti gli altri stranieri.
Inizia l’esodo degli abitanti della Turingia verso ovest, già occupato dalle truppe alleate; vogliono sfuggire all’occupazione dell’Armata Rossa; la propaganda nazista li ha messi in terribile paura, così fugge chi può, caricando anche le ...8 su piccoli carretti a mano.
I bombardamenti diventano sempre più gravi, per fortuna non a Kahla; giorno e notte i bombardieri, scortati da caccia, fanno i loro giri nel cielo sopra di noi.
Muore sempre più gente.
Mio fratello smette di lavorare come barbiere verso la fine del mese; fu una fortuna per lui essere protetto dal freddo quasi due mesi prima.
Illustrazioni tra pag. 88 - 89
Fig. 26
Varese, 24.3.45
Cari nipoti,
Qualche giorno fa ho ricevuto una cartolina da voi, del 9 gennaio. Anche Stefania ha ricevuto una cartolina da voi, scritta lo stesso giorno. Siamo stati molto felici di avere vostre notizie dopo tanto tempo, avevamo tanto desiderato sapere qualcosa di voi, soprattutto ora nel momento più difficile, in inverno, quando le dure prove della vita si fanno sentire molto di più.
Quando abbiamo ricevuto il vostro breve scritto, in cui assicurate di vivere ora in condizioni migliori – tranne Balilla, che fa ancora lo stesso lavoro – siamo stati molto sollevati e la grande preoccupazione per voi che abbiamo sempre sentito9
Parola illeggibile
La frase non continua – almeno in questa pagina
Noi stiamo abbastanza bene e ne siamo contenti. In fabbrica c’è ancora molto lavoro e tutti ricordano Balilla con affetto.10
Sentitevi abbracciati da noi […]11
Fig. 27
[…] vostro zio ne parla sempre, da quando non abbiamo più contatti, ha cercato di farvi arrivare qualche notizia via radio da Milano e tramite la Croce Rossa, per informarvi. Speriamo che arrivino notizie da voi e da noi da Esanatoglia, da Roma12 nulla. Vostra zia vi saluta e io da qui a casa, tanti baci da vostra zia Paolina e zio Pietro Giordani.13Abb. 2814
Miei cari,
Come vi ho già scritto, ora faccio il lavoro contadino, forse non è la vita che avevo sognato e non l’avrei mai creduto, ma cosa si può fare? Per quanto riguarda il mangiare e il dormire, posso solo ripetere che qui si sta bene, ma il lavoro è naturalmente abbastanza faticoso. La malattia non mi disturba più, così sembra, però mi sento un po’ debole, ma dal giorno in cui ho iniziato questo lavoro15, le ore sono aumentate. Come state? Spero bene, se sentite dallo zio Pietro, ditemi cosa scrive e raccontatemi anche di voi, il prima possibile. Qui nella zona lavorano molti italiani.
Se posso, verrò a farvi visita, ma chissà quando? Nella speranza di rivedervi presto, vi saluto cordialmente, vostro cugino
Walter
Fine traduzione Brünning]
Queste frasi sono quasi illeggibili. Le ho interpretate così: In fabbrica si lavora sempre e Balilla è ricordato sempre con affetto.
Resto illeggibile
Questa parola potrebbe essere letta come „Roma“ o „Bonn“
Poiché manca l’inizio del testo, alcune parole non sono leggibili e lo scrivente usa pochissimi segni di punteggiatura, il contenuto è molto difficile da comprendere.
La pagina su cui è scritta l’indirizzo è la continuazione del testo nella pagina seguente
Qui una o più parole non sono leggibili, ho aggiunto „angefangen“
Pagg. 90 - 92
1° aprile 1945:
Pasqua. Segni di nervosismo tra le SS.
3 e 4 aprile: Grande caos nelle gallerie, il 5 le SS spariscono, il 6 nessun lavoro. I prigionieri rubano alcune patate e un cavallo delle SS.
„1° aprile 1945: Pasqua. Il tempo è bello, inizia la primavera e con essa cresce la speranza. Si sentono i più diversi pettegolezzi sull’andamento del fronte. Le nostre guardie, le SS, mostrano segni di nervosismo. Le notizie sembrano buone per noi, gli Alleati sembrano avanzare verso la Turingia.
3 aprile 1945: Al mattino troviamo morto nella nostra baracca questo uomo dal cuore buono, che aveva sempre pregato e desiderato tanto la sua famiglia e i suoi figli, Pasquale Caron, di Solesino, provincia di Padova.
3-4 aprile 1945: Regna il caos dentro e fuori le gallerie; ordini e controordini. Si era visto caricare parti di aerei e altro materiale, si diceva per metterli in salvo. Notizie confuse dal fronte di guerra, sembrava che gli Alleati fossero già a Eisenach e stessero entrando in Turingia. Cominciamo a preoccuparci. Circolano strani pettegolezzi, non sappiamo cosa ci accadrà. Dal 5 non si vedono più le SS di guardia, si dice che siano fuggite, ma le guardie, i kapò, erano ancora lì. Dal 6 non veniamo più portati al lavoro, non si sa se ci sarà da mangiare. Si dice che mitragliatrici siano state installate nell’area, ecc.
Il 6 e 7 non sapevamo cosa fare. Gli Alleati sembravano [.... illeggibile] e aspettavamo con ansia il momento della nostra liberazione, ma eravamo consapevoli della possibilità che le nostre guardie carcerarie potessero vendicarsi su di noi. Il nostro coraggio cresceva e molti di noi si avventuravano nei campi circostanti per rubare qualche patata, nonostante il grande pericolo di essere uccisi dai membri del Volkssturm. Ma la fame è grande; alcuni rubarono cavalli delle SS e, dopo averli abbattuti a bastonate, si presero una bistecca e la divorarono cruda.
Sabato 7 aprile: A parte qualche uscita per procurarsi cibo, preferiamo restare nella baracca e discutiamo sul da farsi: fuggire? Ma come e dove? Forse il campo era il posto più sicuro? (E questo, anche se molti di noi avrebbero preferito vederci morti piuttosto che vivi; questo però lo abbiamo saputo solo dopo la guerra).“
„Fuga dal campo“ descritta nel 3° volume.
Fonti e riferimenti
- Balilla Bolognesi: Die Deportation: das Dunkel; deutsche Übersetzung im Quellenbestand Zwangsarbeiter