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Testimonianza

Testimonianza diretta di Giovanni Maltagliati

Intervista scritta su arresto, deportazione, lavoro e ritorno.

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Persona
Giovanni Maltagliati
Ruolo
Zwangsarbeiter
Luogo
Kahla
Periodo
1945
Origine
Italien

Tradizione documentaria e contesto

• Maltagliati, Giovanni, questionario fornito da Giuseppe Zanoni, Comune di Robecco sul Naviglio. Materiale ricevuto da Giuseppe Zanoni, Sindaco Comune di Robecco sul Naviglio Provincia di Milano Il Sindaco, inviato il 15 settembre 2008 Intervista con GIOVANNI MALTAGLIATI nato nel 1926 Questionario 1. Quando è stato arrestato dai tedeschi e in quali circostanze? Sono stato arrestato durante l’azione di rappresaglia nazi-fascista del 20 e 21 luglio 1944 a Robecco sul Naviglio, un piccolo paese vicino a Magenta, che allora contava circa 3.000 abitanti. Descrizione degli eventi. Nel pomeriggio del 20 luglio 1944 un gruppo di soldati, composto da tre tedeschi e un fascista italiano, si recò a sequestrare un deposito di stoffe nascosto da un commerciante milanese in una cascina. Questo era sorvegliato da alcuni partigiani. Ci fu uno scontro a fuoco, durante il quale un sergente tedesco e il partigiano Luigi Valenti rimasero feriti. Il primo fu portato dai suoi uomini ad Abbiategrasso, ma morì già durante il tragitto. Il secondo fu curato dal medico del paese, il dottor de Bonis, e dal suo assistente don Magni e poi, ormai morente, fu portato in una baracca usata dai contadini per il lavoro nei campi, vicino a una tenuta chiamata “Tangola”. Al ritorno il medico e l’assistente furono fermati dai tedeschi, che erano tornati nel paese. Dopo aver minacciato don Magni di fucilarlo contro il muro perché non voleva rivelare il luogo dove si trovava il ferito, il medico indicò dove avevano portato il partigiano. Giunti lì, i tedeschi iniziarono ad arrestare alcuni contadini della “Tangola”, poi tirarono fuori Luigi Valenti dalla baracca e lo portarono, insieme a suo padre, al fratello e alla sorella, che erano accorsi in suo aiuto, nel luogo dello scontro. Dopo una breve discussione i soldati fucilarono suo padre Enrico e suo fratello Angelo e gettarono i loro corpi insieme a quello ormai morto di Luigi nella baracca, che nel frattempo era stata incendiata. Tuttavia, l’azione di rappresaglia dei tedeschi non era ancora finita, poiché il comando tedesco aveva ordinato alle SS e alla Legione Muti un nuovo attacco su Robecco. Il giorno seguente, alle 10.30, i tedeschi e i fascisti tornarono nel paese con rinforzi, disposero mitragliatrici in piazza della chiesa e a tutti gli ingressi e costrinsero tutti gli uomini del paese a radunarsi nella piazza principale. Poi li divisero in due gruppi; in uno i vecchi, nell’altro quelli ritenuti idonei al lavoro. Dopo alcune ore, mentre già diverse case erano state incendiate, il comandante tedesco della squadra punitiva pronunciò la sentenza e cinque cittadini (Castellari Giovanni, Locatelli Mario, Pellegatta Ermanno, Pellegatta Luigi e Staurengo Angelo) furono giustiziati da un plotone di esecuzione. Altri sessanta cittadini furono caricati su un camion e deportati. Inizialmente furono portati al campo di San Vittore, poi, il 9 agosto, furono inviati al campo di concentramento di Kahla Weimar. Lì dovettero scavare gallerie in turni di lavoro lunghi 12 ore, ricevendo in cambio una scodella di minestra e un pezzo di pane. A causa della scarsità di cibo e delle violenze subite, nove di loro non fecero più ritorno. Tra i deportati c’ero anch’io. 2. Descriva il trasporto dall’Italia a Kahla. Ricorda soste durante il viaggio? Quali erano le condizioni del trasporto? La sera del 21 luglio fummo portati a Milano, nel carcere di San Vittore, dove rimanemmo per 20 giorni. Il 9 agosto lasciammo Milano (Scalo Farini) su un trasporto di bestiame diretto in Germania. In ogni vagone c’erano 25 persone sotto la sorveglianza di un soldato tedesco armato. Nei vagoni c’era solo un po’ di paglia per dormire. Avevamo una borsa con del pane che i nostri parenti a Milano ci avevano dato il giorno della partenza. Poi ci fermammo al Brennero, tra Bolzano e Bressanone (Brixen, nota I.S.). Ci fecero scendere vicino a un frutteto per poterci liberare. Due miei compagni di prigionia, Cereghini e un altro che non era di Robecco, riuscirono a fuggire. Quando il nostro sorvegliante tedesco se ne accorse, cominciò a sparare come un pazzo nel frutteto. Un’altra sosta ci fu a Monaco. Arrivammo di notte a Norimberga, durante un bombardamento, rimanemmo chiusi al buio nei vagoni. Dopo quattro giorni, verso sera, arrivammo a Weimar. Per la prima volta ci diedero da cenare: minestra e pane; dormivamo su brande. Il giorno dopo fummo portati a Kahla. Il campo di lavoro si chiamava "Rosengarten". 3. Ricorda quando arrivò a Kahla e in quale campo del REIHMAG fu inizialmente sistemato? Fu poi trasferito in un altro campo? All’inizio fummo sistemati in un garage per autobus. Eravamo 133 persone e rimanemmo lì per 40 giorni. Poi ci portarono a 3 km da Kahla, nel campo di Reiseneck, in un edificio che forse era stato un teatro, perché ricordo delle scenografie dipinte sulle pareti. L’edificio si trovava accanto a una birreria. Quando nel 1977 tornai lì con alcuni compagni di prigionia, rividi quel luogo; l’ex dormitorio era diventato un locale per birra. 4. Qual era la condizione dell’alloggio nel campo? C’erano coperte e carbone o legna per riscaldarsi? E se c’erano, erano sufficienti? I nostri letti da campo erano a castello, quattro uno sopra l’altro, c’era un sacco di paglia per dormire e avevamo una coperta. Ricordo che eravamo completamente infestati dai pidocchi. Nella baracca c’era una stufa in un angolo, ma quasi mai veniva accesa. Dormivamo al freddo. Fuori, accanto alla baracca, c’era una grande botte in cui mettevamo legna e facevamo fuoco per scaldarci e cucinare qualcosa, per esempio bucce di patate che trovavamo negli scarti dei tedeschi. Per cucinare mettevamo un secchio d’acqua sul fuoco con bucce di patate e avanzi di barbabietole rosse. 5. Venivano distribuite coperte o indumenti ai prigionieri e, in tal caso, in che condizioni erano? Era possibile lavare i propri vestiti? Avevamo solo i nostri vestiti. Ogni tanto veniva fatta la disinfestazione, allora venivano disinfettati anche i vestiti. Per proteggerci dal freddo indossavamo sacchi di cemento in cui avevamo fatto dei buchi per la testa e le braccia, sopra i quali mettevamo i nostri vestiti. 6. Ricorda il tipo di alimentazione distribuita nel campo? Qual era la razione giornaliera approssimativa? Questa quantità cambiò nel tempo?All’inizio e per circa due mesi distribuivano ogni giorno una pagnotta di pane da 1,5 kg, che veniva divisa in tre parti. Tagliavamo il pane con molta attenzione affinché tutte le parti fossero uguali. Mangiammo una volta al giorno. Ogni giorno ricevevamo una zuppa di cavolo e patate, a volte anche un pezzetto di burro o margarina o un cucchiaino di zucchero o marmellata. La razione giornaliera diminuì col tempo: la stessa pagnotta da 1,2 kg doveva essere divisa in otto parti. 7. Quando iniziava il lavoro e quando finiva? C’erano appelli al mattino e alla sera e cosa succedeva durante questi? Gli appelli erano ogni mattina e sera nel cortile, con qualsiasi tempo. A volte si notava che qualcuno mancava all’appello mattutino e lo si trovava poi sul suo branda, morto. Venivamo svegliati alle cinque del mattino. Alle sei partivamo in marcia, in fila indiana, e camminavamo circa 4 km a piedi per andare al lavoro. Scavavamo in una galleria e lavoravamo 12 ore al giorno, a turni. Il primo turno iniziava alle 7:00 e finiva alle 18:00; il secondo turno iniziava alle 18:00 e finiva alle 7:00 del giorno successivo. Lavoravamo due settimane in un turno, poi due settimane nell’altro. Durante l’orario di lavoro non si mangiava. Ricordo che le guardie andavano a mangiare a mezzanotte e noi sfruttavamo quel tempo per piccoli scambi, ad esempio un pezzetto di pane in cambio di una sigaretta. Lavoravano più di 13.000 persone nelle gallerie. 8. Si andava al lavoro in colonne sorvegliate? Le guardie usavano violenza? Sì, eravamo sempre sorvegliati. Andavamo al lavoro in colonne. La violenza veniva usata raramente. 9. C’erano giorni di riposo? Si rispettavano le festività? All’inizio, nei primi tre o quattro mesi, avevamo libero ogni terza domenica. A Pasqua e Natale non si lavorava. Ricordo che alla vigilia di Natale, oltre alla nostra razione, ricevevamo qualcosa in più: budino, una fetta di salame d’oca e marmellata. 10. In che misura il lavoro era sorvegliato? C’era qualcuno che spingeva i lavoratori? C’erano piani di lavoro? E cosa succedeva se non venivano rispettati? Il lavoro era controllato quotidianamente da guardie tedesche. I prigionieri venivano spinti a rispettare il piano giornaliero, che consisteva nello far saltare con la dinamite la parete della galleria e poi trasportare fuori 125 carri di terra e pietre per turno. Il piano di turno doveva essere assolutamente rispettato: c’era una guardia tedesca molto severa che ci picchiava senza motivo con una pala e ci calciava. Tutti la chiamavano “la bestia selvaggia”. 11. I lavoratori ricevevano abiti protettivi contro gli infortuni (caschi, guanti, stivali, ecc.)? Il lavoro era sicuro? Sono successi incidenti? Non eravamo protetti affatto. A volte qualcuno si feriva scavando le gallerie o veniva sepolto sotto le macerie. Un giorno ci fu un crollo nel tunnel e Filippo Alemanni fu ferito alla testa, ma nessuno poteva dichiararsi ferito, altrimenti non avrebbe ricevuto la razione giornaliera di cibo. 12. Le guardie del campo erano esclusivamente tedesche o c’erano anche guardie straniere (fiamminghi, belgi o altri)? In caso affermativo, di quale nazionalità erano? Le guardie straniere si comportavano diversamente dai tedeschi? Le guardie erano solo tedesche. Il loro superiore era chiamato “Führer”. 13. I prigionieri potevano uscire dal campo? Fino a che punto c’erano controlli? Qual era la nazionalità delle guardie e come si comportavano con i prigionieri? Si poteva uscire dal campo solo con un permesso. I controlli erano severi, le guardie tutte tedesche. Alcune donne che vivevano vicino al campo e i cui mariti erano in guerra chiedevano ai tedeschi responsabili qualche manodopera per aiutarle a tagliare legna o a raccogliere patate e rape. Alcuni di noi venivano mandati ad aiutare. In quei giorni le donne ci davano da mangiare bene e così noi davamo la nostra razione di cibo ai compagni della nostra città. Il lavoro in quei giorni però non veniva pagato. 14. Era in contatto con internati di altre nazionalità, ad esempio al lavoro? Quale impressione aveva di loro? C’erano russi, francesi, polacchi, belgi, ecc. Lavoravamo insieme e mantenevamo anche solidarietà reciproca. 15. Aveva l’impressione che certi gruppi di internati fossero trattati peggio o meglio di altri? Forse i francesi erano trattati meglio. 16. Veniva pagato un salario e, in caso affermativo, era sufficiente per comprarsi qualcosa? Ogni 14 giorni ricevevamo un salario che bastava per una pagnotta di pane o due o tre sigarette. 17. Esisteva uno scambio di merci tra gli internati e tra gli internati e la popolazione civile? In caso affermativo, cosa e come si scambiava? Non c’era alcuno scambio di merci tra i prigionieri e la popolazione. Tra i prigionieri c’era un piccolo mercato di scambio. Questo avveniva durante il turno di notte, a mezzanotte, quando le guardie andavano a mangiare. Allora scambiavamo cibo, sigarette e a volte indumenti. 18. Qual era in generale la reazione dei civili tedeschi al fatto che ci fossero internati (piuttosto indifferenza o ostilità)? Penso che ci tollerassero. Alcune donne anziane ci chiedevano aiuto nei lavori nei campi e in cambio ci davano da mangiare. Avevano paura di compromettersi con il contatto con i prigionieri e quindi mantenevano le relazioni a distanza. Uno di noi, Sangalli Italo (di professione sarto), non poteva più fare il lavoro pesante perché aveva un’ernia inguinale (o un’ernia del disco? non chiaro, I.S.). Fu mandato da una famiglia per lavori di sartoria; cuciva uniformi per i soldati e le guardie. Viveva e mangiava con quella famiglia. 19. Ha visto maltrattamenti o persone uccise? Chi erano le vittime e chi i colpevoli? Sì, uno della nostra città, Lissandrin Gerardo, fu ucciso perché durante una perquisizione gli fu trovato un coltellino a serramanico. Aveva scambiato quel coltello qualche giorno prima sul mercato nero e lo usava per tagliare il pane. Fu ucciso con quel coltello affinché tutti vedessero quali punizioni li attendevano. Ricordo che un giorno un deportato a noi sconosciuto fu picchiato così tanto da non poter più camminare. Le guardie ci lasciarono vicino alla nostra baracca. Un capo delle guardie tedesche salì sul suo torace e saltò su di lui finché il poveretto morì. Dall’ingresso di un’osteria una giovane donna rideva. Anche altri tedeschi intorno si divertivano alla scena. Regolarmente arrivavano nazisti nei campi con pistole e ci minacciavano di morte. Ci intimidivano per impedire complotti o rivolte da parte dei prigionieri.20. Per quali reati e come si punivano i prigionieri? Sa qualcosa sui campi penitenziali? (per es. Il “Lager 0”) Può descrivere questo lager e quello che vi succedeva? Si veniva puniti per il possesso di coltelli o di qualsiasi altro attrezzo che potesse servire come arma. Anche se si tentava di rubare patate nei campi circostanti o se non si obbediva agli ordini (anche se qualcuno era troppo debole per obbedire). Un giorno Mario Cavallazzi era così affamato che lasciò la colonna per ricevere un pezzo di pane da una donna. Fu picchiato e non gli fu permesso di dormire. Dopo il turno di 12 ore dovette pulire per altre 12 ore i bagni e la baracca. Questa punizione doveva durare tre giorni, ma resistette solo due giorni, il terzo giorno crollò per l’esaurimento. Durante il lavoro si nascose in un angolo buio, ma la guardia se ne accorse, lo cercò e lo scoprì. Allora lo colpì con la pala. Lo portarono, già morente, nella baracca, ma non sopravvisse. Ricordo anche che un giorno nella galleria suonò l’allarme perché si era spenta la luce. Filippo Alemanni approfittò dell’occasione per uscire in cerca di cibo, ma fu scoperto. Fu picchiato fino a sanguinare e rinchiuso in una gabbia con alcuni cani. Per mangiare doveva lottare con i cani per il loro cibo. Veniva continuamente morso. Quando lo riportarono nella baracca mostrava già segni di confusione mentale. 21. Come si comportavano i capomastri tedeschi ed i lavoratori tedeschi con i prigionieri? I capimastri davano ordini e volevano che fossero eseguiti immediatamente, indipendentemente dallo stato del prigioniero. Usavano anche la violenza affinché i loro ordini fossero rispettati. 22. C’erano dei tedeschi che trattavano bene i prigionieri e che prestavano loro aiuto? C’era un tedesco, un falegname, che ogni giorno ci incoraggiava a resistere e diceva che la liberazione da parte dei russi era vicina. Diceva: "Resistete, presto sarete liberi." Era l’unico che ci dava coraggio e ci informava sulla guerra. 23. Aveva l’impressione che vi fosse un sentimento di solidarietà fra gli internati? Vi era il pericolo di essere denunciati da altri internati? Tra noi internati ci aiutavamo a vicenda, per quanto possibile. Se riuscivamo a procurare del cibo, lo condividevamo con i vicini di baracca. Non credo che ci fossero spie tra i prigionieri. Eravamo tutti nella stessa situazione e cercavamo di aiutarci. 24. Vi erano tentativi di fuga da alcuni internati? Come venivano puniti i rifugiati? Nessuno della mia baracca ha mai tentato di fuggire. 25. Vi erano tentativi di reclutare degli internati per i fascisti italiani, le guardie o altri gruppi da parte dei tedeschi? No, per quanto ne so, no. 26. Ha avuto contatti con giovani tedeschi, forse in uniforme (i cosiddetti “Giovani di Hitler”, la Hitlerjugend), durante il lavoro o al di fuori del lavoro? E se sì, come si comportavano questi ragazzi? Un giorno avevamo più fame del solito e Luigi Magna ed io andammo di nascosto verso sera da una vecchia signora che abitava vicino al campo per prendere un po’ di pane o qualche patata. La signora di solito era molto disponibile, ma quella sera ci scacciò dicendo che era stata rimproverata dalla polizia. Uscendo dalla casa vedemmo nella tinozza in cortile alcune rape rosse e ne prendemmo un po’. Poi ci avviammo verso il cancello e fummo attaccati e picchiati duramente da alcuni Hitlerjugend di circa 15 o 16 anni con un manganello. 27. Si ricorda com’era l’assistenza medica? Che cosa sa sugli ospedali da campo del lager? Un giorno tornai dal lavoro con la febbre alta e mi fu diagnosticato il tifo. Rimasi circa 2 mesi nell’ospedale da campo (dal 25 gennaio al 19 marzo) e fui curato con iniezioni e compresse. Vedi liste dei malati. 28. Quanto alta era la mortalità nei lager? Sa dove seppellivano i morti? Morivano circa 20-25 persone al giorno nei sette lager intorno a Kahla. Al mattino passava un camion e i morti venivano caricati come tronchi. Non so dove venissero sepolti. 29. Era nel lager insieme a vicini di casa o conoscenti? In caso di risposta affermativa, quanti di loro sono sopravvissuti a questo trattamento disumano? Eravamo 35 dello stesso paese. Nove morirono nel lager. 30. Che cosa è successo nel Suo lager nelle ultime settimane di guerra? Si poteva notare che qualcosa stava cambiando. I controlli non erano più così severi e alcuni giorni non ci portavano al lavoro. Una mattina ci svegliarono dicendo di portare con noi il meno possibile perché ci aspettava una lunga e faticosa marcia. Camminammo un po’ e facemmo una breve pausa. Stanchi come eravamo, ci addormentammo. Quando ci svegliammo, i tedeschi erano spariti. 31. Si ricorda del fatto che i tedeschi cacciassero alcuni degli internati dal lager con forza poco prima della liberazione? Faceva per caso parte di questi internati? Come si è svolta questa azione? Non che io sappia. 32. Si ricorda di avvenimenti particolari nel lager (visite di persone importanti, bombardamenti, decollo di un aereo dalla pista)? Li può descrivere? Sì, una volta venne in visita Hermann Goering. Per questo ci fecero piantare abeti lungo una strada e livellare la cima di una collina, perché doveva diventare una pista di decollo per V1 e V2. Scavammo gallerie lunghe circa 40 km. Lì venivano installate macchine per la produzione di armi. L’industria bellica fu allestita nelle gallerie, dove era protetta dai bombardamenti. 33. Aveva la possibilità di rimanere in contatto con la Sua famiglia con pacchi e lettere? Sa se le lettere ed i pacchi subivano dei controlli e venivano eventualmente derubati? Le lettere venivano in parte censurate, i pacchi controllati e non sempre trovavamo tutto ciò che i nostri parenti ci avevano inviato. Dei circa 15 pacchi che i miei genitori avevano spedito, ne ricevetti solo cinque. 34. Come si è svolta la Sua liberazione? Quale era il Suo stato di salute a questo punto? La liberazione avvenne l’11 aprile 1945, quando non vedemmo più tedeschi e capimmo di essere liberi. Partimmo in gruppi verso Monaco, affidandoci al caso, e mendicavamo cibo nelle case. Avevamo sulle spalle un bastone con una borsa che conteneva una coperta. Il nostro stato di salute era precario. Quali erano le condizioni dopo la liberazione ad opera degli americani e come si comportarono i civili tedeschi? Alcune persone del mio paese erano molto deboli e non riuscivano più a camminare. Si fermarono. Alcuni giorni dopo arrivarono soldati americani.e diedero loro pane, carne in scatola, burro, cioccolato, tè, biscotti, marmellata e sigarette. Mangiarono avidamente. I civili tedeschi erano inizialmente timorosi, perché non volevano compromettersi, ma poi cercarono di aiutarci. Rossi Oreste entrò in una casa per chiedere un po' di pane, una donna lo scacciò sgarbatamente, ma quando lui si allontanò di pochi passi, lo richiamò e gli diede qualcosa da mangiare. In casa c’era un giovane soldato ancora in uniforme, suo figlio, e aveva convinto la madre a non avere paura. 35. È venuto a sapere se delle ex-guardie o altre persone sono state arrestate dopo l’avvento degli americani? Non ne so nulla. 36. Quando è tornato in Italia? Sono tornato a piedi e con qualche mezzo di fortuna a casa il 5 maggio 1945. Avevo camminato per più di mille chilometri. Anche i miei compagni arrivarono a casa nei giorni seguenti: ci eravamo divisi in gruppi e avevamo preso strade diverse. Il signor Maltagliati Giovanni vi ringrazia di cuore e si rallegra che un giovane tedesco come voi si interessi al suo destino nel campo di concentramento. Dice che così ha avuto la possibilità di ricordare quei giorni e di lasciare una testimonianza scritta. Vi saluta cordialmente.

Fonti e riferimenti

  1. zeitzeugen_komplett_ocr.pdf