Testimonianza
Testimonianza diretta di Gino Gattari
Trascrizione completa e fedele alla fonte della testimonianza relativa a Kahla pubblicata su ANPI.
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Dati documentati
- Persona
- Gino Gattari
- Ruolo
- Zwangsarbeiter / Zeitzeuge
- Luogo
- Kahla / REIMAHG
- Periodo
- 1944–1945
- Origine
- Italien
Tradizione documentaria e contesto
1
Gattari Gino nato a Tolentino nel 1925 rastrellato a Tolentino il 29. 4 1944 deportato a
Kahla. Intervistato da una studentessa del V M nel gennaio 2002.Buonasera, lei è il signor?
Guardi che ci sento poco io
Il suo nome?
Gattari Gino
Se vuole raccontarci la sua esperienza.
Io sono stato rastrellato e poi portato al campo di concentramento di Sforzacosta, poi dal campo di concentramento di Sforzacosta mi hanno portato a Firenze, lungo il viaggio abbiamo avuto un mitragliamento e poi a Firenze ci dicevano che andavamo a lavorare, invece abbiamo trovato un'iscrizione davanti alla caserma dove c'era scritto: CENTRO DI RACCOLTA ITALIANI VOLONTARI PER LA GERMANIA. Lì abbiamo passato 6 giorni. Poi ci hanno trasferito e ci hanno portato a Suzzara. A Suzzara siamo stati altri 6-7 giorni e lì c'era un prete che ci fece confessare, comunione e poi si va là in Germania. Il giorno dopo ci hanno portato via, anzi ci fece vedere un film la sera su dove dovevamo andare, e dice “dovete andare là, fate il vostro dovere.” Ci fece una bella predica e dopo ci hanno portato via. Abbiamo fatto tre giorni di viaggio per andare là e siamo scesi col treno incatenati, chiusi dentro, dentro il vagone dei carri bestiame e di lì ci hanno portato a Niedercross. A Niedercross siamo stati un po’ di giorni senza lavoro, senza niente, siamo stati insieme e poi ci hanno portato a Kahla. A Kahla c'era una baracca e ci hanno messo lì, eravamo in 25, ogni baracca 25 e poi lì c'hanno destinato ognuno dove dovevamo andare, quello che dovevamo fare, ci dissero che lavoro facevamo a casa e allora lì c'hanno destinato ognuno su un posto; eravamo 25 uomini e ci hanno destinato a fare le piazzole per le baracche. In un lager ne abbiamo fatte 7, eravamo tanti uomini e la ditta era la ditta Fa Otto; dopo c'erano altre ditte che lavoravano sempre per questo qui. Eravamo 25 di ogni baracca, di ogni squadra e avevamo uno chef, un capo che ci teneva in osservazione e poi lì dovevamo lavorare con pala e picco, la carretta, portare via la terra e fare queste piazzole, poi arrivavano quelli che montavano le baracche, arrivavano le travi, le placche fatte in legno, le montavano e poi lì come arrivavano i prigionieri presi, li portavano lì: russi, ucraini, francesi, di tutte le qualità. So che dovevamo fare 7 lager, tanti tanti! E così abbiamo passato parecchio tempo lì a fare questo lavoro. Da mangiare, prima ne dava poco, poi dopo quasi niente, non ci davano più niente. A mezzogiorno ci davano da mangiare e c'era un'ora di riposo, ma da mangiare però non ce lo davano. Allora una volta siamo partiti in 3 - 4 e siamo andati attorno la cucina a vedere se c'era qualcosa da mangiare e siamo andati raccogliendo le bucce di patate, le scorze di aranci e in questo ha suonato l'una, ma noi non sapevamo che ora fosse, non avevamo l'orologio. Sono passate le SS, sono venute e ci hanno domandato che stavamo facendo, perché non andavamo a lavorare e noi gli abbiamo detto che era l'ora di mezzogiorno, ci fece vedere l'orologio ed era l'una, allora ci dissero di andare con loro e ci portarono davanti a questa cucina. Ci portarono lì e poi dissero al capo delle SS che noi non lavoravamo. Ci misero lì, tirarono fuori i cani lupi da là dentro e poi ci menarono, ci menarono tanto e poi ci lasciarono liberi e siamo andati via. Ad un compagno di questi tre che eravamo andati gli aizzarono i cani contro, lo strapparono tutto e gli moccicarono. E poi siamo tornati al lavoro, dalla mattina alla sera sempre quello. Un'altra volta siamo lasciato il lavoro per andare a trovare da mangiare. Abbiamo attraversato un bosco e siamo andati su un campo. Ci avevano messo le patate i contadini, ci avevano piantato le patate e noi da sfacciati si mangiava perché non c'era niente da mangiare. Ci ha visto un guardiabosco e noi, quando abbiamo visto quello col fucile, scappammo verso il bosco e cominciò a sparare, ci spara e noi ci fermiamo. Ci siamo fermati e ci ha detto dove stavamo a lavorare “al lager con la ditta Faotto” - rispondo -. Ci portò via insieme e ci fece andare sul posto dove eravamo partiti e c'era un baracchino dove tenevamo gli attrezzi, c'era lo chef, il capo lì che ci consegnava gli attrezzi. Ci portò lì e, neanche dopo un quarto d'ora, è arrivata la polizia, gli ha telefonato ed è arrivata la polizia e lì c'ha dato dentro: 21 nervate ci dette e prima ti faceva tirare su le camicie e poi ti mette sopra uno
sgabello così (con la pancia rivolta verso il basso sopra lo sgabello), ma parecchie volte questo. Una volta siamo scappati pure per andare a trovare da mangiare. C’era un villaggio, lì pure era quasi mezzogiorno, le undici; siamo scappati, siamo andati a trovare da mangiare sul villaggio. Le donne pure non ti davano più niente perché eravamo tanti, ci cominciavano a tirare i sassi, pigliavano le fruste e ci mandavano via. A me mi prese un poliziotto e mi disse: "Che vai facendo tu?" “Vado a prendere da mangiare”.
Mi prese a calci sulle gambe, poi uno schiaffo e via. E poi sempre così, da mangiare non c'era, andavamo a braccetto uno con l'altro attaccati perché sennò per terra scivolava che c'era il gelo, con gli zoccoli tutti rotti, se cascava uno, tutti quanti a terra andavamo e non se la faceva a tenere su l'altro perché ci tenevamo, uno per conto nostro appena. E poi è arrivato il mese di marzo, aprile - non ricordo bene che giorni era - da una parte si sentivano gli americani che arrivavano e da un'altra parte i russi. Lì c'era un campo, un posto dove si incontravano le frontiere e allora ci hanno riunito a tutti quanti, a parecchi non a tutti, perché un pochi si sono imboscati, ci hanno portato via. Camminando dalla sera alla mattina, la notte si camminava sempre, 2 giorni e 2 notti abbiamo camminato sempre e, su questo lungo viaggio, vicino ad un fiume abbiamo trovato una squadra di ucraini mitragliati e allora a noi ci faceva camminare.
Su questo viaggio, in questo tempo qui, c'ha lasciato i tedeschi lì, c'ha lasciato vicino un fiume e c'ha detto: "tra due ore si riparte". E io ho detto all'amico: "adesso è finita no?” E ci buttammo giù così e ci addormentammo, tutti addormentati ci mettemmo lì, questo era alla sera tardi e tutta la notte siamo stati lì, c'aveva fatto la guazza, c'aveva fatto tutto gelo. Ci svegliammo la mattina e vedemmo che si era fatto giorno e i tedeschi non c'era più nessuno, ci avevano lasciati, abbandonati. Cominciammo ad allargacci e ad andare guardando, c'era sulle strade dei greppi e c'era una porticella, quella porta sotto terra, apriamo questa porta e c'erano le bietole, le rape, queste cose qui e cominciammo a mangiare, quelle lì però! Eravamo in tanti, eravamo 800! È arrivato un momento quando che era iniziato a farsi tardi che cominciavamo ad allontanarci, c'era un villaggio, un villaggio e tutti quanti lì per andare a trovare da mangiare e allora questi qui ci radunarono tutti quanti e vedettero che ne eravamo tanti, ci diedero un po’ da mangiare: chi il latte, chi le patate, chi una fetta di pane. E così, dopo pranzo, ci radunarono...eravamo tutti quanti lì. Questi capi di questo villaggio presero un fucile, ci radunarono tutti quanti lì e con 2 o 3 suore, monache, non so, erano suore, fecero una cucina lì e ci diedero la minestra, lì con un po’ di scodelle ci diedero da mangiare. Ci radunarono tutti quanti lì e ci fecero mangiare e poi ripartimmo tutti quanti lungo le strade e lungo i campi senza scappare fuori nessuno perché tutti quanti ti stavano dietro con il fucile questi contadini e ci hanno fatto camminare tanto. Poi c'erano quelli che si staccavano dalla squadra, da questo squadrone e, se ti vedevano, ti sparavano i contadini e li ammazzavano tutti. Camminiamo, andiamo avanti e quando incontravamo una strada per andare in un paesetto, alcuni si svincolavano in quella parte, altri in un'altra parte e questi contadini cominciavano ad allentarsi e a darcene sempre meno sempre meno. Dopo c'era un paese grosso, non so che paesetto era, era un paese dove c'era una fabbrica di tabacchi, sigarette. So che noi eravamo rimasti in pochi e andammo su questo paese. In questo paese, qui siamo stati 3 o 4 giorni, siamo stati lì un po’ di giorni.. Andavamo chiedendo da mangiare ma da mangiare non te lo dava nessuno, le sigarette, ti offrivano le sigarette, le sigarette perché lì c'era la fabbrica che c'era i tabacchi, le sigarette. Ma da mangiare ci mancava, avevamo anche tanta fame. Siamo partiti, siamo andati attorno a questo paese, c'era un baraccone, un baraccone e gli domandiamo se c'era qualcuno, a queste donne che incontravamo e dissero che c'era tanta gente, c'erano i prigionieri. Dissero: “andate lì che lì c’è da mangiare!” Arriviamo lì davanti, c'era un mucchio di paglia e sotto questa paglia c'erano i morti, si vedevano le gambe dei morti. Vediamo sul portone, là dentro si lamentava tutti, donne bambini russi, ucraini, tutti quanti! Ce ne stavano parecchi, li avevano radunati tutti quanti lì e gli davano poco da mangiare per tenerli calmi, per tenerli lì, quelli poveri cristiani morivano. E noi invece di andare là dentro siamo scappati, abbiamo cercato di scappare e siamo camminati ancora, eravamo 29, e siamo arrivati in un posto a Francesbad - mi pare Francesbad - e lì si sentiva le frontiere, che arrivava il fronte da una parte, da una parte sola. Da quella parte che noi avevamo lasciato, si sentiva che ci veniva dietro a noi la frontiera, ma non sapevamo se erano russi o americani e ci siamo fermati lì, ci siamo fermati, abbiamo dormito una notte da un contadino, teneva un operaio, un operaio polacco che stava a lavorare lì dal contadino e ci diceva: "Italiani con me, con me qua”. Ci fece andare là dentro, ci fece dormire dentro una stalla di cavalli, con i cavalli lì, alla mattina ci diede un po’ di patate. Siamo stati un po’ di giorni lì e siamo andati a dormire su un baraccone di paglia, di segale, dormivamo lì. Alla mattina siamo scesi da questo baraccone, avevamo un po’ di panni, una valigia di roba lì ci tenevamo. Ad un tratto: TA TA TA, con una raffica di mitraglia ci diedero fuoco a questo coso, ci diedero fuoco a questo baraccone. Dopo, da lì, arrivarono gli americani, vedevamo che arrivavano e siamo andati da questo contadino dove avevamo dormito quella notte a chiedere se potevamo dormire lì. Eravamo rimasti in pochi però eravamo pochi. Stiamo là dentro, ci chiamò questo polacco che stava a lavorare con quest’operaio e ci fece andare a dormire sul baraccone dove stavano i cavalli, dentro il fienile e tutta la notte arrivavano gli americani, BUM BUM BUM, cadevano i pezzi di tegole, i cavalli TUUUUUUU (erano imbizzarriti), piangevamo tutti quanti. La mattina venne questo polacco, venne ad aprire per custodire gli animali, i cavalli e ci disse: “Italiani, italiani arrivano gli americani”. Sbatté le mani! (Gino è troppo emozionato, piange e fa fatica a parlare). Ci fece uscire dal baraccone e non si vedeva un'anima viva dei tedeschi. Ci portò delle patate da mangiare e poi ci portò fuori dallo steccato del suo recinto e andavamo guardando e c'erano gli americani. Questi americani ci accolsero. Lo sapevano che c'erano questi prigionieri e ci diedero, questi soldati, delle gallette, marmellata, sigarette. Siamo stati liberati lì ma siamo rimasti altri giorni però, gli americani ci hanno preso. Eravamo 29 e c'erano anche i negri sempre americani, degli Stati Uniti e ci fecero andare a lavorare un po’ di giorni sulla cucina con loro e ci fecero andare su un locale che era una sala da ginnastica dei tedeschi e abbiamo dormito lì 20 giorni circa. Poi […] gli americani ci hanno riunito, c’erano tanti prigionieri sparsi lì, li raggruppavano su un campo di concentramento. Lì ci hanno caricato con i camion e ci hanno portato su un paese, a Pise, Pize. C'era una caserma di tedeschi grossa tanto e c'erano tutti questi prigionieri: c'erano tanti polacchi, italiani; eravamo in 12.000. Ci davano da mangiare e dopo da quel campo partivano per rimpatriarli. Ne partivano 1000 al giorno da quel campo, mille polacchi, mille italiani. Ogni giorno partiva una tradotta con 1000 cristiani, li rimpatriava. Lì è arrivato che toccava pure a noi; siamo partiti ed è stata dura anche sulla frontiera quando ci hanno preso gli americani, l'abbiamo passata scura, però sempre con la fame. Dopo liberati abbiamo iniziato a riprenderci un po’; quando abbiamo lavorato sulla cucina un po’ di giorni, però .... Così è venuto il 23 maggio, noi siamo stati liberati il 23 maggio - mi sembra -. Dopo siamo stati su quel campo che, come ti dicevo, eravamo tanti e lì ci hanno portato via e sono arrivato a casa il 29 luglio. Siamo partiti il 29 luglio e siamo scesi col treno ma ci abbiamo messo 5 giorni a venire a casa col treno perché si fermava, le linee erano tutte rotte, tutte scassate. Siamo arrivati a Verona, siamo scesi e lì ne abbiamo preso un altro che ci ha portato a Loreto. Noi sempre per mezzi di fortuna camminavamo. Qui a Loreto abbiamo trovato un compagno che lavorava con gli americani, con gli inglesi, quelli che stavano qua, che lavoravano con i camion. Faceva servizio con questi e gli abbiamo chiesto se ci portava a Tolentino; eravamo tanti quelli di Tolentino, non mi ricordo quanti, forse 18 e ci ha portato qui a Tolentino e da qui siamo andati a casa a piedi. Tutta la notte abbiamo camminato sempre. Sono tornato a casa dopo tutto questo tempo senza sapere più niente della famiglia, né la famiglia sapeva più niente di me. Sono arrivato a mezzanotte a casa. È andato tutto bene. È stata dura, però mi trovo contento perché ho portato a casa la pelle. Tanti compagni sono rimasti là. Ne morivano tanti e quando erano morti ce li facevano portare vicino al bagno, lungo le strade e poi fino a che non erano 17 li lasciavano lì, dopo arrivava il camion con le casse da morto e li faceva mettere dentro la cassa e poi li metteva sul camion e quando li portavano via, li mettevano dentro un fosso, aprivano le casse e li buttavano fuori ele casse le riprendevano, sempre quelle utilizzavano e andavano a riprendere altri dove avevano aggiustato il carico. Eravamo tutti compagni, alla sera stavamo insieme e alla mattina morivano. Guardavamo a quelli e dicevamo: "ora tocca a me." E invece è andata così.Noi volevamo farle 5 o 6 domande più specifiche che ci servivano per il lavoro, se vuole risponderci.
Come fu rastrellato?
GINO: Io sono stato rastrellato sul campo boario qui a Tolentino, stavo a vendere i maialetti con mio padre
con un carro, sono arrivati i fascisti e mi hanno fermato, mi hanno detto che classe ero, tutto quanto e mi
hanno portato a Sforzacosta. A Sforzacosta ci sono stato 17 - 18 giorni e lì c'hanno portato via. Io ero
scappato dal campo di concentramento di Sforzacosta alla sera con un altro compagno perché babbo mi
aveva portato da mangiare; a quel compagno, invece, gliel'aveva portato la cognata e stavamo dentro la
casetta lì di un parente e stavamo disegnando come potevamo fare per ritornare a casa la sera, eravamo
decisi di non rientrare più sul campo di concentramento perché eravamo scappati. Invece i fascisti, che ci
avevano visto, sono andati alla porta e con una botta di fucile l'hanno aperta, ci hanno visto che stavamo lì e
ci hanno fatto rientrare nel campo di concentramento attraverso un piccolo finestrello. Lì c'è stata l’adunata e
la sera ci hanno portato via di lì e la notte, prima di Firenze, abbiamo avuto un mitragliamento. Tre postali
pieni, tutti mitragliati. Ha dato tempo di fare uscire tutti quanti fuori e con gli apparecchi che volavano
sempre sopra e poi dopo TRA TRA, ha mitragliati tutti quanti quelli tre postali. Poi dopo siamo andati a
Firenze. Qui abbiamo trovato questo scritto: CENTRO DI RACCOLTA ITALIANI VOLONTARI PER
LA GERMANIA ..
A che tipo di lavoro fu destinato quando arrivò e come si svolgeva di solito la sua giornata?
GINO: Il lavoro, te l'ho detto, mi chiesero che lavoro facevo a casa e gli dissi che facevo il contadino e loro
mi fecero lavorare in campagna. Se uno gli diceva che aveva fatto altro lavoro, per esempio meccanico,
allora li portava sulle fabbriche, invece a noi, quelli che gli dissero che facevano i contadini, c'ha portato a
lavorare con pala e picco in campagna, nei boschi, a taglià li boschi, a formare la piazzola per piazzare
queste baracche per gli stranieri che arrivavano da fuori. Dove avevano le ritirate i tedeschi in Russia, in
Ucraina, li portava tutti laggiù a lavorare, le donne con i bambini tutti a lavorare.
Come si svolgevano di solito le sue giornate?
Cosa faceva il giorno?
GINO: E, pala e picco, sempre quello. C'era un cartellino, un piccolo pezzetto di carta con un numero che ce
dava ogni mattina, versamo l’ausweis, un documento che, senza di quello, non potevi circolare. Versavi
quello allo chef e lui ci metteva il bollino per mangiare il giorno dopo e tu senza di quello non potevi andare
da nessuna parte. Apposta noi siamo andati a trovare le patate e, se ci trovava senza ausweis, ci menava, ci
davano le botte. Se lo portavi non ti diceva niente forse, però se non consegnavi quello non c'era il bollino
per mangiare la sera. Quando andavamo a casa, in baracca, ci ridavano l’ausweis che c'era la tessera per
mangiare il giorno dopo e se lo chef non te lo prendeva e non ci metteva il bollino per mangiare, non
mangiavamo niente niente.
Quale è stato l'episodio che si ricorda più di ogni altro, che l'ha colpita maggiormente,
l'episodio che si ricorda più di tutti?
E, ti ho detto tutto. Il ricordo, ce ne sono tante tante tante, tutti i giorni è una storia. Io ti ho detto le
cose come stanno… così però, tutti i giorni, tutti i giorni.
C'è un ricordo più bello tra tutti, qualcosa in particolare?
Gino: L'episodio più bello è stato il giorno della liberazione, il giorno che siamo tornati a casa ..
Qual è invece magari il ricordo più brutto?
GINO. Il ricordo più brutto, erano tutti brutti. Lì era tutto brutto perché non si pensava più alla
vita, si pensava che, vedevi un morto lì, un altro là, “moriamo addio, si muore!” Ore ed ore sono
stato sotto una pianta a piangere, a pensare alla famiglia, più di tutti per la mamma!
(fortemente emozionato, piange di nuovo)
Come fu liberato?
GINO: E, te l'ho detto. Siamo stati liberati coi compagni in questa baracca di fieno e lì c'erano gli
americani che arrivavano la notte; siamo stati liberati la notte ma noi non si dormiva, mica si
dormiva, si piangeva e basta perché sapevamo che dovevamo essere liberati lì, ma cadevano
giù i pezzi!