Testimonianza
Testimonianza diretta Ugo Eleonori
Trascrizione completa e fedele alla fonte della testimonianza relativa a Kahla pubblicata su ANPI.
Stato della ricerca documentato
Record di ricerca
Dati documentati
- Persona
- Ugo Eleonori
- Ruolo
- Zwangsarbeiter / Zeitzeuge
- Luogo
- Kahla / REIMAHG
- Periodo
- 1944–1945
- Origine
- Italien
Tradizione documentaria e contesto
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Eleonori Ugo nato a Tolentino nel 1927 rastrellato a Tolentino 5 maggio 1944 intervistato
dall’alunna Paparoni Laura e dalle due insegnanti Adriana Pallotto e Daniela Tasso.
Prof: Come è finita in Germania?
Ugo: Non è facile, a 16 anni…Qui a Tolentino è stato fatto un rastrellamento nella zona alle mie
spalle perché era stato ucciso un fascista da un partigiano. In conclusione gli è stata fatta la spia che
questo partigiano aveva attraversato il fiume ed era venuto verso il colle. Mussolini era già
caduto…
Prof: Dopo il 25 luglio quindi.
Ugo: Purtroppo non ricordo le date…non mi ricordavo nemmeno dove fosse Tolentino! Ero un
ragazzino…non avevo ancora 17 anni! Mi hanno preso nel rastrellamento del 5 maggio…io tenevo
nascosto mio fratello più grande, che era del ’24, che era scappato da Braccano e era venuto qui a
Tolentino…si era nascosto dentro una casa e nessuno l’aveva visto. Però non hanno potuto fare
altro, questi famosi fascisti, perché non è vero che solo i Tedeschi ci hanno portato via! Insomma,
siamo finiti nelle mani dei Tedeschi perché a loro faceva comodo, ma a noi c’hanno preso i fascisti.
Il 5 maggio ci hanno portato a Sforzacosta, ma laggiù ancora ci difendevano! Insomma, ci tenevano
sotto torchio i fascisti e i Tedeschi…
Prof: Dove a Sforzacosta?
Ugo: A Sforzacosta c’era un campo di concentramento…dopo ci hanno portato direttamente a
Firenze, e da Firenze, per quanto mi ricordo, siamo andati a Suzzara…da lì, sempre trattati come
bestie, ci hanno portato in Germania, a (Niedecross), dove c’è stato uno smistamento e ci hanno
dato i primi pasti. Per 2-3 giorni non abbiamo mangiato mai, dopo, un Tedesco c’ha detto che se
non avessimo mangiato quella roba ce l’avrebbero ridata fin quando non ce la fossimo mangiata!
Infatti il terzo giorno la minestra era più acida di quanto non lo fosse il primo… Questi ci tenevano
in un capannone per dormire, perché le baracche non erano ancora pronte. Nella minestra che ci
davano da mangiare c’erano solo alcuni pezzi di cavolo verde e di patate nemmeno l’ombra…ce
l’abbiamo vista brutta, tant’è vero che il Tedesco che ci controllava ci ha detto di buttarla, forse
perché era un padre di famiglia…poi ci hanno portato nelle baracche, dove c’è stata una divisione in
squadre. Da lì hanno avuto inizio i lavori forzati...[….]
L’intervistato si sofferma sulla difficoltà di raccontare l’esperienza vissuta. Trova che oggi sia
molto difficile farsi capire, far comprendere quello che hanno vissuto i deportati. “Non è facile
raccontare le cose che uno non ha sofferto.” Parla della gita che recentemente è stata fatta a Kahla
alla quale è stato invitato; degli incontri avuti a Tolentino, con studenti e giornalisti, insieme con
Balilla Bolognesi “Ma cosa vai a raccontare a questa gente? Gli ho detto che ho sofferto la fame,
ma noi, se non c’imo lo pane magnimo li brioches! (afferma risentito) Ha momenti di
commozione! Eravamo una famiglia molto povera e non avevamo nemmeno le scarpe, e adesso,
anche se ho 79 anni, ho il coraggio di affrontare le cose…
Io là, per andare a rubare la buccia della patate, non lo so quante bastonate ho preso…!
Fortunatamente qualche Tedesco ci dava delle informazioni…quando c’era la fame si faceva
veramente di tutto… in principio ci davano 200 grammi di pane dove al posto della farina c’era la
segatura, e a posto della farina di grano c’era l’avena, che oggi non si da più nemmeno ai
cavalli…io ho sofferto tanto perché ero piccolo, ma alla fine mi sono trovato bene perché,
essendo nato in una famiglia povera, mio padre mi portava a lavorare già da piccolo,…mi
ricordo che il primo giorno che ci hanno portato a lavorare ci hanno fatto fare uno scavo di 2 metri
di profondità e avrei voluto tanto sapere a cosa sarebbe servito, se per buttarci noi stessi o
altro…loro ci dicevano che serviva per metterci l’acqua, ma non mi risulta che potessero fare uno
scavo profondo un paio di metri e largo una sessantina…infatti dopo abbiamo scoperto che quando
qualcuno moriva veniva gettato lì dentro e non se ne parlava più… Una fossa per mettere
questi prigionieri, perché tanti, tanti, tanti, come quel povero Calvigioni…..
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Io devo essere sincero, non è che a casa ero un bandito, però ero un tipo che non riusciva a
sopportare la fame… andavo anche a chiedere il cibo nelle famiglie e ho trovato pure una brava
signora che mi ha accettato, ma dopo c’erano degli anziani, quei tedeschi che mi hanno rovinato
la vita! che controllavano e mi hanno visto...
Non era facile andare a lavorare a quell’età, a 17 anni con quelli più anziani, ma non avevo scelta
perché se non lavoravi o ti sparavano o ti malmenavano… erano dei prepotenti ed erano
comandati dalla Colonna di Disciplina, quelli con la svastica sul braccio, le SS e tutti tremavano
davanti a loro! Ma adesso se venisse un partito come le SS, tremano tutti lo stesso. Quando sono
venuti a casa mia, non è che ti dicevano mi dai un bicchiere d’acqua, ma venivano con la rivoltella
e dicevano: “dimmi dove sta quello sennò ti ammazzo!” Non lo so come ci siamo salvati…
Prof: Chi era questa signora che l’ha accettata, in Germania?
Ugo: Sì, io andavo lì una volta alla settimana, le tagliavo un po’ di legna e lei in cambio mi dava un
paio di patate, perché la razione non ci bastava, se facevi colazione non facevi cena…
Prof: Ma voi eravate liberi di uscire?
Ugo: No no… se ti beccavano venivi portato alla Colonna di Disciplina. Si andava a rischio,
bisognava rischiare per salvarsi… Io ricordo Calvigioni, Farroni, qui della zona … Calvigioni (sua
madre e mia madre erano sorelle cugine) l’ho visto morire sulle braccia mie! Poi a risollevare la
storia è stato Calvigioni Benito che mi si voleva portare in Germania per mettere una lapide. Ma
non ho avuto il coraggio, perché a me fa molto brutto anche raccontarlo!
Lì si iniziava a lavorare la mattina: una guardia ci svegliava molto presto e poi con la colonna si
partiva per andare a lavorare… sul posto di lavoro c’era un vecchietto che ci controllava per far sì
che tutti lavorassimo sodo, e se uno non lo faceva veniva picchiato, IO ne ho prese tante di
bastonate perché cercavo di ingannarlo, ma non era facile!… Questo vecchietto controllava circa 25
persone e nessuno si poteva assentare… Per non andare al lavoro bisognava avere minimo 38 di
febbre perché sennò non c’era riposo. Io non ho avuto mai giorni di riposo, solo la volta che sono
andato ad assistere questo Calvigioni, ho avuto alcuni giorni di riposo, perché mi era caduto sopra
un ferro che mi aveva schiacciato un dito e, quando mi ha tolto l’unghia, con un trincetto l’ha tirata
via e basta, senza nessuna preoccupazione e mi ha dato uno sganassone perché voleva che non mi
fossi girato. I Tedeschi erano più contenti che fossimo morti perché per loro eravamo un
impiccio…
Se vogliono fare la storia con noi, già la stanno facendo (indica il libro che gli hanno dato al
convegno di Piacenza). Ci dice che ha incontrato al recente convegno di Piacenza uno che era stato
con lui a Kahla, nello stesso lager 1
Prof. Torniamo a Niedercross.
Ugo: Niedercross era la frazione di Kahla dove si trovava la stazione presso la quale scendevano
“gli schiavi”.
Lavoravamo in una galleria, ma io fortunatamente ho lavorato quasi sempre fuori, e la terra che
buttavano fuori dalla galleria giù per il burrone, la caricavamo di sotto con un altro carrello……
Prof: Di preciso, che facevate come lavoro?
Ugo: “Facevamo i manovali, sempre con pala e piccone, e con queste squadre costruivamo strade,
andavamo in galleria, andavamo a disboscare, ma il loro interesse principale era completare un
aeroporto. Noi prigionieri continuavamo lo scavo dentro, e il piazzale fuori per lo scarico. Da lì
sarebbero partiti dei missili a reazione radiocomandati. Lì dicevano, che ci avevano lavorato anche
quelli della guerra del ‘15-18, perché ai Tedeschi piaceva portare gli Italiani in Germania purché
lavorassero, ma quando non riuscivano più a sfamarli erano più contenti se fossero morti, perché
non avevano la resa.… Con me, ad esempio, hanno avuto poca resa, perché ero piccolo, ma la
dovevo dimostrare per forza perché ti menavano, lì non scherzavano. Io ho preso tante di quelle
botte, ho perso un paio di denti, penso con le nervate, perché, sennò li porto tutti.
I tedeschi ancora non credevano di perdere… nella galleria molti sono morti a causa dei lavori
forzati… Io veramente una notte sono andato nella galleria senza dire niente, ma i tunnel erano tanti,
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e sono andato a rubare qualcosa per mangiare. C’era qualcuno nella galleria ma non riuscivo a
capire da dove venissero le voci. Io volevo prendere qualche avanzo di questi Tedeschi, qualche
pezzetto di pane o qualche buccia di patata o qualche patata cotta che loro buttavano via, e ci sono
riuscito, però non riuscivo ad uscire e me la sono vista brutta perché se non fossi rientrato al lavoro
sarebbero stati guai. Alla fine sono uscito e quando sono tornato ho detto di essere stato al
gabinetto, ma il vecchio non ci credeva perché mi ero assentato per molto tempo… Il lavoro è stato
sempre forzato perché volevano ottenere il massimo dalla manodopera e ci facevano fare diversi
lavori a seconda del bisogno…una volta per esempio dovevamo scaricare un camion di
barbabietole…ma, se non c’era personale, si prendevano due o tre operai o anche tutta la squadra e
si mandava dove serviva, ma erano sempre lavori forzati. Se pioveva o non pioveva, io con i panni
con cui sono partito ci sono tornato, a Natale del ’44 lavoravamo di fuori e, se per caso ti veniva
voglia di fare pipì, non lo so se ci arrivava per terra: gelava in aria! Ma lì dovevi lavorare…I
Tedeschi avevano il giubbotto di pelle, se facevano un lavoro in cui dovevano stare fermi avevano
la baracchetta… invece lì si lavorava sempre, l’Italiano doveva stare sempre a lavoro e se non
andavi a lavorare non prendevi nemmeno il tesserino per mangiare…per andare alla presenza
dovevi passare davanti a una baracca perché ti dava l’ausweis il documento che dovevi portare per
forza per passare…
Prof: Da quando ti hanno portato via dunque sei rimasto sempre con gli stessi panni
Ugo: Quando siamo andati via a maggio, avevamo i panni leggeri, non ci hanno dato più niente.
Quando andavi a dormire, te li dovevi rimettere sopra perché non c’era nient’altro. Quando mi
hanno portato via, mi hanno preso per un badogliano, per un traditore… Mio fratello, che era del
’24, era anche più basso di me, loro mi hanno preso per il fisico, a loro non importava niente
dell’età…sono stato preso durante la rappresaglia per l’uccisione di quel fascista da parte di un
partigiano. Noi non siamo stati uccisi, ma siamo stati portati via, perché a loro interessava la
manodopera… Non mi hanno mica domandato quanti anni hai, mi hanno preso perché avevo un
certo spirito! Io sono andato a lavorare con mio padre all’età di 8 anni, con i muratori, facevo la
terza elementare, e prendevo pure 3 lire.
Prof: Lei si ricorda, quando l’hanno portato via, i bandi per arruolarsi nella Repubblica di
Salò?
Ugo: “Questo lo chiedevano anche là…chi voleva arruolarsi per andare a scavare le fosse o per
prestare altra manodopera prendeva doppia razione, ma ai fascisti faceva molto comodo…io però
non ci sono andato perché non potevo tradire un fratello o un Italiano o un Americano che ci
veniva a liberare!
Prof. La famiglia vostra e altri, come avete fatto a essere antifascisti prima della guerra,
quando si pensa, in genere che solo con la guerra si è capito che cosa era il fascismo?
Ugo. Io ero un antifascista, influenzato certamente dalla famiglia, perché vedevo che questi erano
traditori e erano sempre prepotenti [….]…anche prima della guerra si cominciava a capire, in
campagna, che il governo fascista non andava bene perché per esempio il padrone era
comunque comandato da Mussolini e i contadini dovevano portargli il regalo una volta al
mese, la verdura, insomma c’era una certa disciplina…a un certo punto hanno ritirato tutto l’oro che
trovavano nelle case…eravamo troppo schiavi…anche i nostri padroni erano schiavi…
Prof. Quindi voi nelle campagne vi siete accorti che questa politica non era giusta perché vi
obbligava a stare troppo sottoposti ai padroni
Ugo: Troppo schiavi. Erano come i tedeschi. Ti dicevano devi far questo e si doveva fare. Troppo
duri. In particolare il colono che dipendeva dal padrone era schiavo.
Quando eravamo in Germania, non avevamo capito bene cosa stesse succedendo, ma ogni tanto
sentivamo i Tedeschi che dicevano che la guerra stava per finire…dopo, per questo noi eravamo
diventati più schiavi, loro erano diventati più duri da quando avevano capito di non poter più
ottenere la vittoria che volevano…non avevamo molte informazioni: quando uscivamo da lavoro
venivamo messi in colonna due per due e venivamo mandati nelle baracche […] quando però andai
a chiedere l’elemosina, una signora mi ha ospitato e andavo da lei 2 volte a settimana per farle delle
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faccende, nei momenti in cui non ero di turno al lavoro. Per farlo dovevo scappare e se ti vedeva la polizia ti sparava, però io ci sono riuscito grazie a Dio… I Tedeschi a volte ci davano le sigarette e io le ho rivendute a questa signora per prendere la tessera per mangiare…ma io non potevo andare a prendere il cibo, però ho rischiato e ci sono andato lostesso… Una squadra di carabinieri mi ha visto con 2 file di pane in mano e mi hanno chiesto cosa portassi…io ho detto che avevo la tessera e gliel’ho fatta vedere, ma loro non ci hanno creduto e mi hanno menato, ma io sono riuscito a scappare…poi ho detto loro che avrei portato il pane in negozio e così mi hanno seguito, ma alla fine la signora ha confermato quanto avevo detto e mi hanno lasciato il pane…anche se una nerbata me l’hanno data lostesso
Prof: E la storia della signora?
Ugo: Praticamente un giorno lei mi ha chiesto se avevo la fidanzata. Io le ho detto di no perché ero ancora piccolo e lei mi ha risposto che era uguale, ma io subito non ho capito, perché non ero mai uscito di casa! Una sera mi ha invitato a rimanere a cena, ma io ho detto di no e me ne sono andato. Quando sono uscito sull’ingresso c’erano tre anziani tedeschi e tenevano la mano fuori dalle tasche e rivolta verso lo stivale…nello stivale c’era il nervo! Quando mi hanno chiamato ho capito che volevano menarmi, così, prima che se ne accorgessero io ero già scappato! Però non sono più potuto tornare in quella casa.
Prof. Quando i tedeschi diventano sempre più cattivi perché capiscono che perdono, s’avvicina il momento della resa…. Cosa è successo?
Ugo. Lì è stata dura. Prima è stata durissima perché dormivamo sulle brande di legno, non c’era niente, solo le tavole e nient’altro; i panni bagnati… se ti sgocciolano.. chi campa campa, chi muore muore, a loro non importava niente…non avevamo più da mangiare, non avevamo nemmeno l’acqua..… perché dicevano che l’avrebbero portata, invece, o non funzionava il motore, o non c’era più l’acqua, non so… per bere dovevamo bere anche la piscia dei cavalli, quello che avevi davanti, perché, se ti portavi una bottiglia, non volevano. Insomma è stato sofferto fame e sete.
Quando cominciavano a capire che la guerra stava finendo, o per lo meno si trovavano scomodi, e non avevano più cibo da darci, in ultimo ci davano 200 grammi di pane con il 20% di segale. Non ci davano nemmeno le patate, nella minestra mettevano due pezzetti di cavoli rossi. Quando hanno capito che stava per finire.. hanno aperto i lager, anche se noi li avevamo già quasi devastati perché quando si andava a rubare, io sbollavo lo steccato intorno alle baracche per passare, perché dall’altra parte c’era la guardia… O saltavo lo steccato, visto che ero giovane, o schiodavo una stecca, poi la riappiccicavamo. Quando loro se l’hanno vista brutta, ci hanno messi in colonna, hanno cominciato a incolonnare i diversi lager… dal primo al settimo, eravamo sopra a 3000 persone! Siamo andati avanti per 5-6 giorni di cammino, ma di mangiare non se ne parlava! Sia davanti che in coda alla colonna, c’era un tedesco …abbiamo camminato tanto e cominciavano i bombardamenti e cominciavano a diminuire anche le persone e io stavo con Angioletti, mi ricordo che lui si è fermato per andare al gabinetto. Io gli ho detto che dovevamo cercare di camminare, perché, chi si distaccava dal gruppo, veniva fucilato… non ci davano a mangiare. Io, un giorno, sono andato su una famiglia che mi ha dato un pezzetto di pane, mi sono saltati subito sopra e me lo hanno levato tutto tranne quello che mi è rimasto dentro la mano.
Prof. Perché ammazzavano quelli che rimanevano indietro?
Ugo. Perché erano dei fuggiaschi, loro volevano portarli tutti alla colonna di sterminio.
La prof. Pallotto conferma che queste erano le famose marce della morte.
Ugo. Sì, loro volevano portare tuti allo sterminio, invece la gente ha cominciato a sbandare. Alla fine non ci guidavano più dei vecchietti, ma dei giovani, ragazzetti con il fucile che, se rimanevi indietro, ti sparavano. Finalmente una sera, mentre, camminavamo, a un certo punto abbiamo visto un campo sterminato di verdure, tutto fiorito, pieno di rose: gli italiani andavano su a pioggia; così abbiamo pensato di andare anche noi per cercare qualcosa da mangiare…Improvvisamente, appena distaccati un po’ dalla colonna, scavalcata la strada, abbiamo sentito degli spari e abbiamo visto delle persone rotolare giù dalla collina… Le avevano ammazzate! Così noi non ci siamo andati più…Calata la notte, ci siamo buttati in un bosco e siamo usciti in una borgata di una ventina di case e siamo andati a dormire dentro un fienile, abbiamo sentito altre voci e, con la paura di essere stati scoperti, ci siamo nascosti tra il foraggio. Invece erano altri Italiani che circolavano lì intorno… Quando la mattina ci siamo svegliati, siamo andati in una casa lì vicino e abbiamo rubato il cibo dei cani…poi siamo scappati attraversando un bosco e per uscirne c’è voluto un giorno e una notte. Una sera, era quasi notte, abbiamo sentito parlare… era una squadra di tedeschi che portavano il fucile. Allora, ci siamo dovuti dirigere in un’altra direzione…arrivati dall’altra parte della collina abbiamo dovuto attraversare un altro bosco…nel cammino abbiamo trovato un piccolo villaggio e ci siamo fermati…un vecchietto ci ha ospitato e ci ha fatto dormire in una baracchetta ma la mattina saremmo dovuti andar via perché se ci avessero scoperti avrebbero ammazzato tutti…c’ha dato 3 patate e il mattino seguente ci ha indirizzato nuovamente verso il bosco e abbiamo camminato per otto giorni…poi siamo riusciti a trovare una famiglia che ci ha albergato, ma era la famiglia di un poliziotto. Alla fine, invece abbiamo scoperto che l’abbiamo favorito perché gli facevamo comodo per salvarsi la vita all’arrivo degli Americani, ma siamo stati lì fino alla fine della guerra. Quando sono arrivati gli Americani, prima ci hanno salvato, poi ci hanno abbandonati in mezzo al fiume e ci siamo trovati di nuovo a mangiare patate. Abbiamo camminato in tutte le direzioni, fino a quando un Tedesco ci ha indirizzato dalla parte giusta e con un treno merci siamo riusciti ad arrivare in Italia.