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Testimonianza

Testimonianza storica Alfio Colonnelli

Trascrizione completa e fedele alla fonte della dichiarazione relativa a Kahla pubblicata dall'ANPI.

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Dati documentati

Persona
Alfio Colonnelli
Ruolo
Zwangsarbeiter / Zeitzeuge
Luogo
Kahla / REIMAHG
Periodo
1944–1945
Origine
Italien

Tradizione documentaria e contesto

1 COLONNELLI ALFIO NATO A TOLENTINO NEL 1926 RASTRELLATO A TOLENTINO 5 MAGGIO 1944 INTERVISTATO ALL’ANPI DI TOLENTINO IL 15 GENNAIO 2002 INCONTRO CON TRE DEPORTATI A KAHLA. UNO DI ESSI, ZENOBI CONSERVA UN PEZZO DI PANE DI QUELL’ EPOCA. Intervistatrice. Il suo nome? Alfio Colonnelli. Se ci volesse raccontare la sua vicenda di Kahla… Approfitto di questo invito da parte dell’ANPI perché penso che fossimo più presenti nelle vostre notizie che potrebbero servirvi durante l’arco della vostra vita. A quell’età, 16 anni diciassettenne, fummo rastrellati, portati e deportati in Germania. La vita è stata molto complessa e molto dura, perché non c’era esperienza. Si usciva dalla guerra dove c’erano.. qui a Tolentino abbiamo avuto, nel campo dei partigiani, diversi compaesani che c’hanno lasciato poi la vita. Io, in questa durissima guerra, se debbo raccontare la mia brevissima storia, che sarebbe lunga se la raccontassi tutta, qui cercherò di essere il più possibile breve; cercando di far capire gli elementi essenziali di questa nostra deportazione. Come ripeto, ho dovuto rilevare qui (ha dei fogli scritti in mano e il foglio matricolare) gli spostamenti, le date che c’hanno dato appunto la partenza, dal campo di concentramento di Sforzacosta, poi siamo stati trasferiti a Firenze, da Firenze a Suzzara e da Suzzara fummo trasferiti in Germania, prima racchiusi all’interno dei vagoni che servivano, servono ancora, per il trasporto degli animali e delle vacche, diciamo, e quelli erano quelli che c’hanno accompagnato fino alla prima fermata a Erfurt. Erfurt fu la prima, perché a Firenze ci fermammo, ci fecero fermare per 5 giorni, rilevarono alcuni dati, la provenienza, l’età e via di seguito, dopodiché, dopo i 5 giorni di Firenze, fummo trasferiti a Suzzara: la stessa procedura, le stesse richieste, data di nascita, la professione e via di seguito. La mattina fummo svegliati prestissimo: da lì ci portarono alla stazione di Suzzara, il gruppo di Tolentino eravamo 25 o 27, mi ricordo alcuni nomi, due in particolare, uno che è morto nel mentre che io a quei tempi, io ero all’ospedale di campo, l’ospedale che poi non era un ospedale, un’infermeria che esisteva all’interno del lager 1 dove noi eravamo racchiusi, un certo Calvigioni che è di Tolentino. Io non è che approfittavo, diciamo, della sua bontà, ma forse della sua malattia, perché mi risultava poi, dopo, chiedendo delle informazioni, che aveva la melangite e perciò l’unica cosa che lui rifiutava era il pane e per me il pane era una cosa necessarissima, perché, in quel periodo, non era che le razioni del pane erano talmente tali da poter star tranquilli tutta la giornata, per cui uscivo da quel piccolo, l’infermeria di campo e lui, l’unica cosa che volea era la birra, infatti io ogni volta che uscivo prendevo la birra e gliela portavo. Dopo pochi giorni praticamente esco, quindi ricordandomi di questo periodo, e di questo ricordo in particolar modo, mi vien quasi da piangere, perché era brutto… data l’età giovanissima e inesperienti, l’esperienza non c’era, per cui ecco, dico a voi giovani che (speriamo che la vita sia la più lunga possibile), però de non ricordarvi più di quel periodo in modo che voi giovani possiate vivere un po’ tranquilli e non pensando ai conflitti della guerra.. Inizi a parlarci ad esempio di come e quando fu rastrellato? Questo è già un particolare che le posso dire benissimo, perché io in quel periodo, siccome da ragazzino, io per lo meno a quell’età, da 6 anni in poi, ci mandavano prima a bottega, dopo la scuola era un lavoro, un dopolavoro, diciamo. Dopo la scuola ci mandavano a fare qualche cosa, chi imparava il falegname, chi imparava il sarto e via di seguito. Siccome io, mi mandarono a lavorare un po’ con i sarti, in quel periodo del rastrellamento già sapevo qualche cosa per quanto riguarda la materia, diciamo, del sarto, perciò in quella mattina, trovandomi in quel periodo disoccupato, approfittavo di quella mia esperienza giovanile, da ragazzino per poterla sfruttare poi in un momento particolare che era quello della disoccupazione, per cui mi mandò a prendere le sigarette in piazza a Tolentino e a 15 - 20 metri in via Nazionale, cioè prima di arrivare alla piazza, fui rastrellato dalla SS italiana. La SS italiana ci consegnarono ai tedeschi che, di fronte al palazzo in piazza della Libertà, ci radunarono in parecchi e nel pomeriggio e non ci faceva parlare e lì fin quando arrivarono, diciamo, dei pulman e da quei pulman, ci trasferirono, da Tolentino, al campo di 2Sforzacosta, un ex campo di concentramento degli inglesi, allora c’erano gli inglesi ancora prima di noi. Che lavori faceva? Al campo di concentramento non si trattava di lavori, perché, stranamente, si stava solo aspettando la nostra sorte, perché, come ripeto, data l’età, l’inesperienza e via di seguito, fummo rastrellati, ma senza saperne le conseguenze e il perché eravamo lì, ci portavano in quel campo di concentramento. Lo verificammo dopo, quando, dopo una decina di giorni neanche, dopo 7-8, ci fu un appello da parte dei tedeschi, naturalmente con la presenza di alcuni interpreti italiani. Ci chiamarono ad un appello e ci dissero che ci portavano a Firenze. Infatti da lì partimmo, come ci dissero, per Firenze. Noi speravamo, siccome c’era la guerra, la Resistenza e via di seguito, dicevamo: “forse in questo tragitto da qui a Firenze, può darsi che troviamo delle truppe di partigiani per cui bloccherebbe la nostra deportazione”, diciamo, invece così non fu. Poco prima di andare a Firenze c’era stato un bombardamento e, a causa del bombardamento, ci fecero uscire dal pulman e addirittura spingendo con le nostre spalle e le nostre forze, attraversammo un campo per immetterci su una strada, quella era stata già bombardata per cui non c’era il passaggio regolare per un pulman, lo riportammo dall’altra parte. Da lì ci portarono a Firenze, siamo stati 5 giorni lì... poi siamo arrivati, come ripeto ad Erfurt e da Erfurt a Kahla. Da Kahla, scesi dai vagoni neri, come dicevo poc’anzi, ci portarono ad un sobborgo che non era neanche un paesino, a Niedercross. Pernottammo lì per diversi giorni, e infatti da lì fummo assegnati a delle ditte. Noi e diversi di Tolentino, non tutti, per lo meno io non ricordo bene, perché bisognerebbe interpellare anche gli altri, fummo affidati e richiesti dalla ditta Faotto e c’era l’altra ditta che era la Strassenbau, cioè quelli che costruivano le strade, e la Faotto non so se di carpenteria o di muratori, una cosa del genere. E da Niedercross, la mattina ci svegliava presto e andavamo naturalmente a piedi fino a Kahla e da Kahla fino a recarci alla costruzione del nostro primo campo di concentramento, perché in effetti il nostro primo lavoro è stato quello di costruire il Lager 1 che poi è servito per noi durante la prigionia di internamento. Ma ne facemmo altri 6 che dovevano servire per i francesi, i belgi, i russi, cioè i prigionieri di altre nazioni, per cui la vita era molto dura. Prima ancora di cominciare questa intervista un amico mi chiedeva (è Liduino Zenobi) e mostrando un pezzo di pane, di quello che in un dato momento ci consegnarono a noi per sopravvivere; perché il lavoro era molto duro e doveva essere fatto a piedi dalla stazione, per portare delle staffe in legno, del legname che serviva per le coperture molto pesanti e da lì a piedi portarle in cima alla pineta dove si faceva le piazzole, dove si installava appunto la baracca, che poi sono state quelle, chiamiamole le nostre piccole case all’interno di questo. Niente, la vita era molto difficile perché si lavorava molto durante il giorno e le difficoltà stava innanzitutto nel conoscere la lingua, perché in effetti noi si prendeva tante di quelle pedate, di quei ceffoni, di quelle sberle, ma anche bastonate, diciamo, che sarebbe la cosa più esatta e più giusta. Quando loro parlavano la loro lingua e purtroppo noi italiani, in particolar modo a quell’età, non conoscevamo, per cui quando ci diceva di prendere un attrezzo per poter portare avanti quel lavoro che stavamo facendo, noi non lo capivamo, per cui…rimanevamo lì sbalorditi, non sapendo che cosa ci dicessero, ma ce lo facevano capire in una maniera molto semplice, quello di prenderci per le orecchie, a pedate nel sedere e qualche bastonata e poi ti insegnavano col dito l’attrezzo che avresti dovuto prendere per lavorarci. Ecco, questi, brutti ricordi, perché, come ripeto, soprattutto la fame… all’inizio ci consegnavano…ed io invece fortunatamente, perché, addirittura mi fecero capobaracca, ma…stando tra gli italiani, perché eravamo tutti italiani. Mi fecero capobaracca e così dovevo andare e recarmi in cucina per prelevare, diciamo il pane per la baracca numero 1 e poi viceversa 2, 3, 4 e via di seguito. Il pane doveva essere suddiviso, quel filoncino di pane nero doveva essere suddiviso in 4 porzioni; fin lì la cosa bèh, … bene o male, vero, quasi quasi non c’era motivo di discussione. Quando poi oltre al lavoro, oltre diciamo al freddo, durante il periodo invernale… amici che si legavano dei sacchetti del cemento attorno le gambe o sopra le spalle, per sopportare appunto là il freddo, perché la Germania è molto più fredda dell’Italia, per cui, come ripeto, … le discussioni lì in quella baracca, nacquero dopo, perché unfilone di pane che prima doveva essere suddiviso in 4, poi addirittura l’aveva portato a 8 razioni, per cui, a un dato momento, quel coltello che riusciva a fare le 8 razioni ed io ero sempre, diciamo all’apice delle discussioni, perché, logicamente, non è che per mestiere facevo, tagliavo il pane, e allora qualcuna poteva venire un po’ più fina e l’altra un po’ più grande, perciò lì le grandi discussioni, che poi, eh! Naturalmente vero… so’ ricordi bruttissimi, so’ ricordi bruttissimi. Eh! Io spero che voi non li passiate mai… non li passiate perché è difficile dimenticare. Qual è l’episodio che l’ha colpita più di tutti gli altri o che ricorda di più? Beh! L’episodio che ricordo in particolar modo, è stato…. Ce ne sono diversi, io ne dico uno che potrebbe essere quello della fuga. Infatti io nel momento in cui ero ricoverato, diciamo all’infermeria di campo… c’era un certo dottor, che adesso non ricordo esattamente il nome, che si spacciava per dottore, infatti lui stava un po’ alle dipendenze dei tedeschi, e in effetti già si sentivano i primi colpi di cannone, i colpi della mitragliatrice pesanti, per cui si sentiva che già gli americani o i russi, noi non sapevamo chi eventualmente potevano essere i nostri liberatori, per cui ecco…. (un attimo di amnesia) che sto riprendendo il discorso che stavo facendo, lei mi aveva chiesto un particolare. Cioè questa fuga fu organizzata da questo dottore, ma infatti noi trovandoci lì in quella baracca, che poi era l’infermeria di campo, già i tedeschi incominciavano ad allontanarsi e avevano già formato le colonne per poi allontanarli ancora; era quello che poteva essere la linea, diciamo tra il campo di concentramento e praticamente l’avanzata dei liberatori, che, come ripeto, potevano essere russi o americani. Decidemmo di partire da quell’infermeria di campo e decidemmo di camminare durante la notte e di fermarci nei boschi, perché la Germania, almeno che io ricordi, ce n’erano diversi, diciamo, di boschi, per cui l’unica cosa che ci ritrovammo, è che camminavamo di notte, ma il fatto strano, diciamo, di cui ricordo, è stato che, dopo 4 giorni, abbiamo visto, un bel mattino che avevamo camminato per diverse ore durante la notte, ma ci trovavamo nello stesso punto in cui eravamo partiti. Ma, al di là di questo, un altro particolare più interessante. Questo è già un seguito, perché, quando noi, che ci trovavamo lì, nel frattempo cercando di allontanarci il più possibile, di fatto ci fermammo in una casupola di campagna dove i tedeschi tenevano la loro attrezzatura per il lavoro dei campi, e non avendo, diciamo, qualcuno che ci dava da mangiare, dovevamo naturalmente sopravvivere con quello che trovavamo. Difatti, siccome c’era un campo coltivato di patate, che là chiamavano Kartoffeln, cominciavamo a tirar fuori dalla terra questi pezzetti di patate, per poi cuocerli nei secchielli, … quello che trovavamo. Senonché il padrone, il proprietario di quel terreno ci scoprì una mattina, ma gentilmente (essendo un anziano, e ci dissero - già capivamo qualcosa in tedesco - ci dissero che il figlio era stato militare qui in Italia e dell’Italia ne aveva parlato abbastanza bene) ci disse che dovevamo allontanarci da quel posto, perché lui sarebbe stato costretto a dover denunciare la nostra presenza in quella casupola. E fortunatamente noi dicemmo di sì, ma in effetti non ci spostammo; il mattino dopo, verso le cinque e un quarto, cinque e mezza del mattino, siccome dormivamo in un fienile che era in questa piccola casupola, dove tenevano l’attrezzatura, sentimmo delle sparatorie, dei colpi sui muri, perché era fatta in muratura e in parte, diciamo, di chiusura in legno. Sentimmo queste pallottole che battevano fortemente contro i muri e… le sentivamo ancora più forti fino a quando delle voci sotto in tedesco, ci dissero di scendere,… noi scendemmo e fortunatamente non avevamo armi, niente, se non un semplice coltellino… per poi far quella funzione di capare le patate per poterle eventualmente cuocere in quel secchiello di latta. Scendemmo di lì e questo rimase in particolar modo un racconto di una certa….. perché in quel momento lì, vidi proprio la morte a due passi da me, non solo io, penso anche gli altri, perché, come scendemmo da questa casupola ci presero, ci fecero fare circa 1 Km e ci portarono lì su una pineta dove ognuno di noi (siccome eravamo in 5 che eravamo fuggiti in quel momento, in quella nottata) ci misero uno per pino e un comandante, un ufficiale, diciamo, di quel gruppo di soldati, che c’avevano appunto presi, diedero degli ordini e quegli ordini erano all’inizio per me incomprensibili perché già pensavo a qualcosa di brutto, … di non rivedere più i miei, l’Italia. Riporto questo particolare perché, mettendoci uno per pino, dando quest’ordine a due soldati di prendere una mitragliatrice, e un altro che accompagnava quello che portava le mitragliatrici… con delle pallottole che, diciamo, servono appunto per mettere lemitragliatrici, noi stavamo lì piangendo e l’unica cosa che io dissi in quel momento…. “Signore perché - ho passato tutto questo periodo della prigionia - ora che si sta avvicinando la salvezza, in quanto, è vero, le truppe alleate stanno avanzando, potrebbero liberarci quanto prima, ci troviamo qui a morire senza una giustificazione?” Infatti quell’ordine, è vero, nel mentre si era avvicinata a noi quella mitragliatrice che avevano puntata davanti…….!. Uno di noi, Falistocco, ricordo il cognome, non ricordo il nome, conosceva molto, un po’ più di me, il tedesco. Si abbracciò quell’ufficiale sulle gambe dicendo che noi non avevamo commesso niente, che non avevamo fatto niente, anzi dicemmo una bugia, ma era una bugia giustificabile: dicemmo che eravamo stati ricoverati all’ospedale di Jena, che da Jena ci avevano mandato a piedi per ritornare al campo di concentramento di Kahla. Questa notizia non so se ha colpito l’ufficiale, e infatti vedendoci tutti in lacrime, con le lacrime agli occhi… s’aspettava da un momento all’altro che fosse la fine, invece fu un sollievo, perché diede un contrordine. Quel tedesco che armeggiava la mitragliatrice, si allontanò da noi, è allora che lì capimmo che sicuramente avremmo avuto questa grazia, chiamiamola grazia e fortuna di esserci salvati. Infatti ci radunarono e ci disse “guarda, Kahla non dista molto da qui, anche se è stata bombardata e, …. Da lì si vedeva dei focolai, del fumo, e ci dissero, “ adesso due soldati vi accompagneranno e vi farà strada per poter poi eventualmente insegnarvi dove dovete ritrovare Kahla dove dovete rientrare”. Infatti ci portarono da questa borgata ad un’altra, e di lì, per due volte seguiti da militari, ci consegnarono a dei civili. E, come ripeto, anche quest’altri civili erano (nonostante che Kahla già s’intravedeva da vicino rosseggiante, perché era stata bombardata), ci dissero che aveva avuto un figlio in Italia e che l’aveva trattato bene. Ci disse “adesso io, anziché accompagnarvi fino a là…. siete liberi, andate da soli e cercate di salvarvi….e..ecco… senza nessuna scorta, perché qui i militari non ci sono più…. Perché...siete liberi.” Da lì andammo a Kahla. Poi concludo dicendo che a Kahla non si poteva più andare. Anziché andare a Kahla, andammo a Niedercross distante da Kahla circa 3 - 4 Km e di lì, la mattina, adesso non ricordo la data esatta, ma rivedendo un po’ (guarda i fogli e legge) “liberato dalle truppe alleate, 17 luglio 1945”. Noi fummo appunto liberati dalle truppe americane, dall’air 7, dopodiché passammo per ripartizione politica, (sicuramente c’era nel periodo la ripartizione della Germania) nella Germania dell’Est, spettante ai Russi. Stemmo lì alcuni giorni con loro….ci diede un po’ carta libera, tant’è vero che fui accompagnato a Kahla, ….. un gesto poco simpatico, ma lo voglio raccontare. Ho avuto il vizio del fumo ( e là l’unica cosa che non si trovava, perché non ce le passavano, per cui si fumava di tutto…) e mi prese e mi accompagnò a Kahla, in una tabaccheria, mi accompagnò in una tabaccheria; di fronte a me c’era una signora e gli disse di consegnarmi delle sigarette..cioè… riempì il petto, diciamo il giubbotto, pieno di sigarette, po’ me disse “puoi andare!” Bèh, io non è che capisco molto il russo, se non qualche parola “skicoremia, davaido kuì, damme una cicca o damme da fumare, ecco una cosa del genere. Eh, se dovessi dire, diciamo raccontare un po’ tutto quello che è passato, ci sarebbe non solo, ecco, questa piccola intervista, ma ci vorrebbbe, ecco, un tempo maggiore, ma per dire che io ringrazio, in tal momento a voi, per essere stati noi invitati qui e per averci dato quest’opportunità e possibilità di poter far vedere e capire alla gente, vero, quello che in effetti è stata la nostra vita e la nostra…… permanenza, diciamo, da prigionieri in Germania, da umili civili in Germania. Noi ringraziamo lei per la sua testimonianza.

Nomi e parole chiave

  • Kahla
  • REIMAHG
  • Zwangsarbeit
  • ANPI

Fonti e riferimenti

  1. ANPI Macerata – Zeitzeugenaussage Alfio Colonnelli