Testimonianza
Testimonianza storica Balilla Bolognesi
Trascrizione completa e fedele alla fonte della dichiarazione relativa a Kahla pubblicata dall'ANPI.
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Dati documentati
- Persona
- Balilla Bolognesi
- Ruolo
- Zwangsarbeiter / Zeitzeuge
- Luogo
- Kahla / REIMAHG
- Periodo
- 1944–1945
- Origine
- Italien
Tradizione documentaria e contesto
1
Bolognesi Balilla nato a Esanatoglia nel 1921, rastrellato il 5 maggio 1944 a Esanatoglia
Sono ritornato dalla Francia e, dopo varie peripezie, nelle Marche, ad Esanatoglia e non mi sono presentato, non ho risposto alle chiamate dei tedeschi, ai bandi di presentazione; dovevamo, naturalmente stare nascosti, siamo andati in montagna, però senza andare con i partigiani, cioè io non ho voluto prendere le armi né con i tedeschi né con i partigiani, tanto che non è che c’era una compagnia organizzata di partigiani, era sbandati anche loro, stava su un eremo, a San Cataldo: siamo stati nascosti sulle montagne qui vicino per non presentarci, poi invece il 5 maggio hanno fatto dei rastrellamenti, perché la nostra zona era considerata…, per esempio all’incrocio tra Matelica ed Esanatoglia c’era un cartello achtung banditen. Era una zona che prendevano di mira i tedeschi insomma. Hanno temporeggiato sempre, poi alla fine il primo aprile’44 sono venuti ad Esanatoglia con l’ordine di bruciare tutto e fucilare i giovani e uomini disponibili, perché i partigiani nascosti sulla montagna, facevano azioni sporadiche, hanno ammazzato due tedeschi e poi l’hanno sepolti nudi, un po’ così, insomma, pasticci.. I tedeschi hanno abbozzato un po’ e poi alla fine hanno fatto la rappresaglia, dovevano fucilare almeno una ventina de persone. Vengono su due….La mattina dopo, cannonate sui campanili, sui muri, via, tutti in piazza, alle donne l’hanno fatte sta dentro le case, e noi, tutti gli uomini disponibili, tutti in piazza, dalle sei del mattino fino alle due di pomeriggio, te facea mette in fila per tre, poi addossati al muro, poi tirava via te, ce mettea l’altri. Intanto arrivavano staffette, comandi, cercavano le armi e non le hanno trovate, allora, davanti a noi, per esempio, per dare un esempio, bruciavano le case dei simpatizzanti partigiani, hanno fatto saltare tre case, tra le quali anche la mia perché era attaccata…….e poi all’improvviso hanno fucilato 2 persone che non c’entravano niente. L’hanno fucilate così., e se ne sono andati, per mettere il terrore, il 5 maggio sono ritornati. Siccome c’era l’ordine, s’era messi d’accordo il 25 aprile con Mussolini al Castello di Klesseim; Hitler, Mussolini, Graziani e tutti i comandanti s’erano messi d’accordo che l’Italia doveva fornire 1.500.000 lavoratori alla Germania. La Germania aveva bisogno di manodopera in quantoché tutta la gioventù stava al fronte. C’erano stati disastri in Russia, la ritirata, la Libia era stata persa, l’Africa Orientale, insomma la Germania non aveva più giovani e hanno pensato di utilizzare la manodopera straniera; siccome volontari non ci andavano, hanno fatto rastrellamenti in tutta Europa e hanno incominciato in Italia qui nelle Marche. Gli alleati stavano quasi dopo Cassino, erano sbarcati ad Anzio, e allora c’ha preso ad Esanatoglia, a Matelica n’ha presi altri: a Esanatoglia una quarantina cinquanta, a Matelica, forse anche di più, poi c’hanno portato a Sforzacosta. A Sforzacosta c’era un campo di prigionieri alleati che era stato sgombrato dopo l’8 settembre. Siamo stati chiusi 15 giorni. Naturalmente abbiamo visto subito che non era che c’avea preso per lavoro, c’era le sentinelle sulla porta, c’era da mangiare così alla meglio. C’ha detto “arrangiatevi a dormire”, dormivamo su un capannone, sul cemento. Dopo 15 giorni fanno l’appello e cominciano a far partire, non sapeamo dove. C’avevano detto che ce portavano in Italia con l’organizzazione Todt - era un’organizzazione per lavori stradali, ferrovie - invece c’hanno portato a Firenze. A Firenze, tre giorni chiusi in piazza Santa Maria Novella, nel convento delle Orsoline. Lì c’hanno detto subito “guardate che vi portano in Germania”. Dopo 3 giorni c’ha caricato su dei camion e c’ha portato a Suzzara che è vicino Modena, da quelle parti lì (c’era una specie de smistamento), in attesa di preparare i treni, le tradotte per portarci in Germania.. Ci siamo stati 3 - 4 - 5 giorni circa, anche abbastanza bene, però non sapevamo il disastro che doveva venire dopo, poi c’hanno caricato, dopo 7 - 8 giorni, su treni merci e c’ha portato via Innsbruck fino in Germania, nella Turingia, sarebbe ai confini quasi della Cecoslovacchia, una regione dove c’è anche il famoso campo di Buchenwald. Siamo arrivati, dopo 2 giorni, mi sembra, a Erfurt. Il mattino dopo c’hanno portato vicino Kahla. A Kahla serviva tutta questa gente - abbiamo trovato anche internati russi, cecoslovacchi etc..- il governo tedesco, l’esercito, l’aeronautica non poteva più fabbricare aerei nelle fabbriche normali perché tutti i giorni c’erano i bombardamenti degli alleati, allora hanno pensato che, per poter fabbricare gli aerei, dovevano fabbricare nelle zone sotterranee. Il Gauleiter Fritz Sauckel, gauleiter sarebbe una specie di prefetto, che era un generale addetto ai lavori, al coso di lavoro, era un nazista di fede, avevaparlato con Goering, quando era capo dell’aviazione, Facciamo una fabbrica sotterranea a Kahla.
A Kahla, perché c’era una collinetta che si chiama Valpersberg dove c’erano già delle gallerie che
erano state usate da una famosa fabbrica di porcellane, prelevavano la terra da lì, che era sabbia
quarzifera per fare porcellana. Allora lui ha pensato “abbiamo queste gallerie, possiamo impiantare
la fabbrica lì” Gli hanno detto “Ma, la manodopera?”. “Quella non vi preoccupate, facciamo i
rastrellamenti” E difatti hanno incominciato a rastrellare in tutta Europa. Però i più eravamo noi
italiani, noi la maggior quantità, siamo arrivati e non avevamo né campo né niente, allora per un
mese siamo stati in un paesino, si chiamava Niedercross e da lì tutte le mattine, inquadrati, ce
portava… (posso smettere un momento?). Questo Sauckel, d’accordo con Goering, ha pensato di
utilizzare queste gallerie e lì c’era da fare un lavoro enorme, perché era distante dalla prima ferrovia
circa un 3 Km, dalla cittadina di Kahla 2 Km; bisognava creare tutta l’apparecchiatura, allora ha
dato in appalto. Era una situazione strana, le SS è come se c’avesse comprato; affittavano la
manodopera alle imprese, c’erano 95 imprese: stradali, ferroviarie, taglio di boschi, muratura. La
mattina ci portava tutti inquadrati in un piazzale grande, posto grande, grandissimo, e lì una ditta
diceva “a me serve 24 persone, a me ne servono 12, a me 10 e ti prendevano fino alla sera, 12 ore al
giorno, lavoro sempre nell’esterno naturalmente e lì abbiamo capito subito che era una cosa…!
c’era gente che non aveva mai fatto picco e pala, nemmeno io naturalmente; c’erano barbieri,
studenti…insomma lì t’ha dato in mano un piccu e ‘na pala, tanto vero che il giorno dopo, cosa
buffa, facevamo la gara a sceglie il piccone più equilibrato, più in buono stato, per poté lavorà
meno, e te facevano cominciare, t’ha messo per guardia, ogni gruppo, ogni plotone, un tedesco. Il
tedesco già c’avea l’ordine de dirigere: quessi so tutti banditi, quindi fateli lavorare. Parlava in
tedesco, noi non capivamo una madonna…, perciò botte. Appena arrivavano, loro cercavano un
bastone…. E lì bastonate finché non capivi, e lì è stata fatta una cosa pazzesca a comincià da rifà
tutte le strade, dissodare i campi, fare le massicciate; dopo c’erano le squadre che facevano le
ferrovie, caricavano i binari, tutto a turni di 12 ore, 12 ore de giorno, 12 ore di notte; chi scavava le
gallerie. Le gallerie andavano ingrandite, avevano fatto un piano per forare tutta la montagna, a noi
ce facea fa li lavori più massacranti, tutta roba manuale, senza macchine di sterramento, perché
tanto la manodopera c’era, allora abbiamo forato le gallerie, c’era li gruppi che dovea portar fori la
terra co li vagoncini a scartamento ridotto, c’era chi faceva la massicciata, poi abbiamo
incominciato a costruire le baracche per noi su questa collina del Valpersberg e lì, dopo un mese e
mezzo circa, siamo andati su ad abitare, ogni baracca 24 persone su castelli di legno, c’era uno
steccato così, poi sopra un pagliericcio de juta, riempito con carta, trucioli de carta, c’ha dato 2
coperte da campo, un tavolo c’era, c’era una stufetta a colonna che però non si poteva accendere
perché diceva che facevi i segnali, segnalazioni agli aeroplani, perciò, finché era estate, è andata. Da
notare che c’ha portato via a maggio, coi vestiti che avevamo: pantaloni, la camicia; qualcuno
portava qualche golf, poi così, niente. Per l’inverno non avevamo niente e lì ha cominciato subito a
partì il lavoro, che dopo un mese già avevamo finito le scarpe, dopo c’ha dato gli zoccoli de legno.
Su quella nostra collina, su questo campo, era tutta argilla, era terreno argilloso, perciò quando
pioveva ce volea ‘na stecca per tirar su gli zoccoli de legno, un pasticcio. Fino a ottobre c’ha dato
due pasti, a mezzogiorno la minestra, la sera la minestra, po’ un pezzetto de salame, margarina, un
pezzetto di marmellata, poi ha cominciato a domandarci se aderivamo, adesione all’esercito
repubblicano di Mussolini, dovevamo o arruolarci lì, oppure con la SS tedesca.. Di solito Mussolini
chiedeva e noi avevamo sempre risposto di no, la maggior parte; non so se ce n’è stato uno di
Esanatoglia, di Matelica un altro che hanno detto sì; però c’era da fare parecchia opera de
persuasione, perché questi che hanno portato via da Esanatoglia, Matelica, era la classe dal 1914
alla classe del 1927, il che significa che quelli del ’27 avevano 17 anni, era abituati a casa che
mangiava (perché non è che ancora mancava da mangià). Lì, invece, da mangiare era un disastro,
ma fino a ottobre i morti sono stati pochi; da ottobre in poi sono cominciati a morire di fame e di
freddo. Perché? Fame, perché ha cominciato a ridurre le razioni: primo, perché cominciava la
guerra ad andà male, quindi… , secondo perché noi italiani eravamo stati classificati agli ultimi
posti come i Russi, perché eravamo traditori, non avevamo aderito nonostante le loro richieste;perciò, quando parlavi, dicevi qualche cosa, ti facevi capire, dicevano che ce ne frega a noi di voi italiani, muoiono tanti tedeschi, voi non valete niente, anche se la guerra si dovesse perdere, voi a casa, non ci ritornate …………Verso agosto comincia un grande lavoro. Le gallerie sotto la collina andavano scavate, noi facevamo un grosso poligono, gli aerei arrivavano lì, cominciavano ad arrivare i pezzi del famoso aereo a reazione ME 262; era il primo aereo a reazione che doveva volare nel mondo, l’arma segreta. Allora, intanto c’era da preparare la pista di lancio, allora su questa collina che era piena di betulle altissime, la punta era colorita, squadre e squadre di persone segavano tutte queste piante, col segaccio, non con la sega a motore, tutto a mano; altre squadre da questi tronchi tiravano via i rami, li tagliavano in lunghezza, intanto poi sono stati tirati via tutti i ceppi. Dopo, la terra che c’era, sopra c’era da fare una pista di lancio lunga, allora mettevano delle rotaie dei vagoncini sospese, poi tu andavi giù, con questa terra che levavi sui vagoncini e la buttavi sotto(vedi pag. 126 del Diario). Difatti, ho le fotografie, c’è ‘sta montagna che è spianata. Insomma quel mese di novembre, lì ci lavoravano anche donne, donne russe, poverette a caricare tutto il giorno la legna, non potevi scaldarti, una massa de storie. Intanto c’era chi aveva rifinito le baracche, chi aveva preparato le strade, tutto, insomma un’organizzazione. Poi, hanno fatto all’uscita delle gallerie, per poterli assemblare i pezzi di questo aereo, dei grossi bunker, grandissimi come i muri e più belli erti di spessore, con tutte armature di legno, resistenti alle bombe, perché lì ci mettevano le ali, tutto quanto. Poi, con una funicolare, da sotto, portavano questi aerei fino sulla pista di lancio e il programma era di fabbricarne in un anno, non so 1500, invece ne avranno montati 10 al massimo. E lì c’era l’urgenza, perché la guerra andava male, quest’arma segreta serviva. Allora lì, questo Sauckhel, che hanno impiccato a Norimberga, per il trattamento che c’ha fatto (fra gli 11 di Norimberga è stato impiccato anche Sauckel, per crimini contro l’umanità) ha detto “A noi non ci interessa. Voi dovete lavorare notte e giorno con il minimo dispendio di nostro e il massimo rendimento”. Finito l’uno, la nostra vita era calcolata in 6 mesi che doveva durare una persona . E lì c’era sempre il rinnovo, perché c’era questi rastrellamenti. Se stavi male, dovevi avere almeno 39 di febbre per restare in baracca, però avevi mezza razione di quello che era già scarso. Non c’erano infermerie. C’era una baracca che dicevano infermeria, c’era anche un medico italiano che era un perugino, non potea che darti consigli, te dicea quello che c’avei, non te potea fa niente, non c’erano medicinali…c’erano le bende che erano di carta. Non c’era un’aspirina, la notte stavi male, dovevi morire, non c’era niente. Quando stavi proprio male, verso ottobre, allora è cominciate le malattie vere, prima di tutto, perché mangiavi tutto, dalla fame, no?! Le cacate delle vacche, le scorze de patate… Io cercavo con questi giovani de dire (e oggi ancora me ringraziano “se non c’eri tu non venivamo a casa”) “Piuttosto che mangià le scorze de patate, è meglio che non mangi, perché te fa piglià la diarrea”. E invece c’era chi aveva fame e raccoglieva di tutto. Allora sono cominciate a venire le dissenterie, enteriti, polmoniti, tubercolosi. Ti mettevano in una baracca, la n.° 9, in attesa della morte. Lì c’era un ometto che dicea “ragazzi preghemo che qualcuno di noi domani non ci sarà più”(in veneto). Morivi, la mattina passava un carretto. A ottobre aveva fatto una squadra apposta, si chiamava Friedhofskommando, squadra cimiteriale, era composta da 25 - 26 russi. Loro, tutto il giorno facea quello, facea una grande fossa, portava giù ‘sti morti, un po’ di calce, copriva. Io ho scritto apposta un articolo perché…avevamo tutti l’ausweis, il tesserino, con il nome, cognome, la fotografia, i militari avevano anche… prendete un nome! Almeno anche per sapé chi è morto. Qualcuno l’ha segnato, tantoché risulta all’archivio di Jena e a quello comunale di Kahla, italiani morti, massimo 500 - 600, morti totali 900 circa, invece c’è un monumento, quello là (indica la cartolina che ha predisposto tra il materiale fotografico) che commemora 6000 morti. Dunque, mica l’ abbiamo fatto noi, l’hanno fatto loro, i tedeschi.. Cioè, non è segnata la morte….quei fiori che porto là ai morti di Kahla, presumo che ci siano anche i miei amici di Matelica e gli amici di Esanatoglia, però non si sa, se stanno in una fossa comune, perché ci sono anche le fosse comuni. Insomma nasce questa pista di lancio. Io ho lavorato dappertutto, in galleria, anche su questa pista di lancio. A novembre cominciava a nevicare, quell’anno era stato un inverno particolarmente freddo come questo inverno qui; ha fatto 24 gradi sotto zero e noi avevamo quello che avevamo addosso, i piedi fasciati con i sacchetti di cementoperché non avevi calzini, niente, gli zoccoli rotti e basta. Addosso ti mettevi tutto, ti coprivi con la carta. Quando pioveva o nevicava, ci mettevamo sulle spalle la coperta con cui dormivi la notte e tu tornavi a dormire con la coperta bagnata e la mattina ti dovevi alzare. Non si poteva accendere la stufa, però quando noi tornavamo dal lavoro, c’era un mucchio di legname, era un cantiere grandissimo, ci mettevamo un pezzetto di legno sotto qui (indica l’ascella) per accendere un fuochino, finché non arrivava la polizia che sparava “spegnete tutto”, però, insomma si riusciva, ma pochissimo, le mani ce le avevi sempre intirizzite, ormai crepate, a ghiaccio, non sapevi più cosa farci. E lì poi c’era un altro problema, non c’era la pulizia, non potevamo fare il bagno. Infine hanno fatto una baracca con i lavandini; era una baracca di legno con delle cannelle in fila; poi d’inverno ci andava tutti, non potevi nemmeno andarci. Lì ti davi una lavata alla faccia appena, perché faceva un freddo da far paura, non potevi fare il bagno. I pidocchi erano un’infinità; allora, se volevi resistere, altrimenti c’era il tifo petecchiale, dovevi farli bollire, allora mettevi quei pochi stracci dentro lì e poi te li rimettevi bagnati. Insomma siamo stati male per tanti motivi, primo perché eravamo italiani, secondo, perché noi stavamo nelle Marche e il mese dopo che ci ha portato via sono arrivati gli alleati, perciò noi eravamo isolati, non potevamo comunicare tramite Croce Rossa come quelli del Nord Italia. Nel Nord Italia facevano i pacchi, noi niente. Mamma, ha portato via me e mio fratello, per un anno e mezzo, quasi due anni, non ha saputo più niente. Era un pasticcio.
D’inverno c’era da finire questa pista di lancio per far partire questo primo aereo: c’erano le betoniere quelle piccoline, facevi un po’ di bitume, lo spargevi per terra, il freddo lo faceva gelare; allora dovevi fare in fretta in fretta, poi facevi una striscetta così (indica con le mani), poi le tavole sopra, con le caldaie col fuoco, e questo giorno e notte, per poter completare. Alla fine, a febbraio è partito il primo aereo. Ne avranno fatti partire due o tre, più non è partito. C’era già lo sbandamento, tutto quanto. E che c’è da dire! Non potete immaginare la fame, infine ci dava una minestra di rape, la sera, un filone di pane in 8. Era un pane rettangolare, che era il più ammuffito possibile. Si è saputo dopo - noi mangiavamo tutto - che il 60% era segatura di pioppo, poi c’era un po’ di segale. E la divisione di questo pane! Eravamo 24 in una baracca, ci davano 3 pani: sul tavolo, con la fame che avevamo, con un coltellino a tagliare 8 pezzi; poi avevamo fatto una bilancetta, con due pezzetti di spago, due zeppetti di legno e pesavamo: “questa mollica va qua piuttosto che qua”. Poi facevamo la conta, perché c’era chi non si fidava. Questo pezzetto di pane, ne mangiavi un pezzetto, poi lo dovevi lasciare anche per la mattina, perché bisognava lavorare 12 ore, fino alla sera dopo, senza mangiare altro; allora la gente cominciava a morire di fame. Quello che è brutto è che non è conosciuto questo tipo di morte, perché i campi di sterminio ti gasavano, ma morire di fame e di freddo, è brutto tanto! Tu ti senti una fame che continua sempre, sempre, mangi qualsiasi cosa, gente che è costretta a rubare al suo amico per poter mangiare, capite?! La notte ci azzardavamo a scappare dal campo, perché non avevamo la corrente elettrica come nei campi di eliminazione, c’era la rete metallica con la SS di guardia che se ti vedeva, ti sparava, però se tentavi di scappare. Andavi nei campi dei contadini a dissotterrare le patate. Quando ci portavano nei campi a zappare per fare la strada, delle volte ci abbiamo trovato le carote, lì mangiavi le carote con la terra, tutto quanto; una patatina appena colta, la cicoria appena nasceva a marzo del ’45, a mangiare così la cicoria, cose spaventose. So che questa gente moriva, moriva; io avevo mio fratello che faceva il barbiere, era molto più nervoso di me, più piccolo, e lui non poteva resistere. Ci si ritrovava la sera quando ci riportava tutti nelle baracche, perché i lavori erano diversi. Una sera sono andato dal capo del campo per dire “Guardate questo è mio fratello non può resistere, che umanità è?” Non ce la fa, s’ammazza, non può fare picco e pala tutto il giorno, non ce la fa”. Uhhh…(urlano) “, cosa ha?” “Mal di cuore” rispondo. “Domattina lo visito, se non è vero, compagnia di disciplina tutti e due”. Oh! È stato due mesi a fare il barbiere dentro una baracca, io invece facevo picco e pala. Dopo c’è mio cugino che è morto, appena è ritornato, di tubercolosi. Questo povero mio cugino era un tipo delicato, bello, esile esile, tutto il giorno trasportava binari per linee ferroviarie. Una sera, torniamo in baracca, non ce lo troviamo. Dov’è? Vado nella baracca dei moribondi “Madonnina mia, portami via”; c’erano tutti quegli scheletri, quelli che se la facevano addosso, si sbrodolavano tutti, tutti pieni di pidocchi… moribondi. “Io se sto qui muoio” - diceva Walter -. Rivado su daquesto capo e dico: “Che Umanità è questa?” Allora mio fratello “una volta o l’altra ti fucilano, tu parli troppo!”. “Che parlo troppo, io non posso permettere questo!”. Difatti il giorno dopo non lo vedo più questo cugino mio. Dopo due mesi circa mi arriva una cartolina, l’avevano mandato in una casa di contadini, insomma, per l’inverno!; poi è riuscito a ritornare in Italia, ma è morto di tubercolosi. Questo, per dire com’era la vita!
La vita era questa: alle 4 del mattino arrivavano..Lost…lost..i cani poliziotti, bastonate a tutti, anche a quelli che erano morti perché li trovavi morti sotto questo castello, morti di inedia….e via tutti fuori. In mezz’ora bisognava prepararsi. Lì fuori c’era dei calderoni di decotto di tiglio, quello l’adoperavi per farti la barba (era roba avariata). Poi adunata, appello, per le 6 dovevi essere pronto per lavorare, partire per il posto di lavoro, sempre 4 - 5 km di marcia a piedi, tutti inquadrati, poi ti portavano in questo posto, ti sceglievano le varie ditte; erano 95, noi eravamo 15.000 fra russi, italiani, tedeschi, olandesi, francesi, etc…. Di questi 15.000, 6000 sono morti in 10 mesi di fame e di freddo. La vita era questa.
La sera ritornavi, non sapevi notizie di casa, non sapevi se venivi a casa. Non avevamo un prete. I lager degli ufficiali avevano un trattamento diverso, avevano il comandante, avevano i loro diritti, avevano diritto a non lavorare. Noi non abbiamo avuto mai, né un prete, né altro…..sono morte queste persone. Anche se uno avesse voluto fare la comunione, dire una preghiera, niente, c’ha abbandonato, non ci ha aiutato nessuno. Morti come i cani! Io l’ho scritto sempre, “senza nessuno.” Non c’era niente, io avevo mio fratello barbiere, avevo la fortuna di farmi la barba.
C’era chi aveva la barba lunghissima, se la faceva con i pezzi di vetro! Lo sporco! Non c’era speranza. […] Non potevi comunicare col fuori. Ci portavano inquadrati, passavi in qualche paese ti sputavano tutti addosso perché gli avevano insegnato che gli italiani erano banditi; anche i ragazzini “Scheisse” merda, sputacci! Adesso vado in Germania, ci sono stato già tre o quattro volte, ho un mucchio di amici, i figli degli stessi di quelli che allora non ci potevano vedere, però adesso mi vogliono bene. Io ho tante amicizie, ci sono stato anche adesso a ottobre. Dicono che allora non lo sapevano! Quando sono arrivati gli ultimi giorni, verso la fine di marzo del ’45, si vedeva che la situazione…. Gli alleati erano arrivati in Francia, stavano venendo verso il centro della Germania. Hitler ha dato l’ordine (io l’ho saputo, allora casualmente; adesso è documentato in tutti i libri) di ammazzarci tutti quanti… […] L’ordine di rendere inoffensivi tutti gli stranieri, perché la cittadina dove eravamo noi, Kahla era una cittadina di 8000 abitanti, come Matelica, ma allora ci saranno state altre 2500 persone, vecchi e bambini e donne. Se si ribellano queste 10.000 persone che ci sono rimaste, ci ammazza tutti. Allora ogni paese cercava di non averceli. Arriva quest’ordine, io l’ho saputo dopo, verso la fine di aprile; (Pasqua è stata il primo di aprile nel ’45), il 7 io avevo conosciuto una famiglia perché a Kahla, c’erano talmente tanti lavoratori che molti lavoravano nelle ditte private. Se tu sapevi fare, potevi arrivare in paese, sempre vestito di stracci, con gli zoccoli, non è che portavi la divisa a strisce, ognuno portava quello che poteva. Se non incappavi in poliziotti o gente che te volea male, potevi fare qualcosa. Difatti io avevo conosciuta una famiglia, una donna di 45 anni che aveva il marito al fronte, il figlio al fronte, che m’ha aiutato. E non è che l’ha fatto… perché molti hanno pigliato un pesciolino per farlo diventare suo amante; invece questa, una povera donna, che diceva “se io sapessi che qualcuno può fare del bene a mio marito che è prigioniero in Francia come io lo posso fare a voi altri!” Allora io ero capitato una volta per caso a chiedere qualcosa, ma io non volevo chiedere l’elemosina, volevo lavorare. Gli mettevo a posto la roba e mi dava qualche pezzo di pane che io portavo anche a mio fratello, che poi si voleva ammazzà sempre dalla fame. Mi ha detto “So che vi hanno portato in Germania perché in Italia vi stavate morendo di fame”. “Ma chi te l’ha detto questo?” gli dico. Allora ha cominciato a capire. Questa era anche un po’ antinazista… La legge tedesca puniva chi aiutava i prigionieri; questa però non gliene è fregato niente e ha aiutato chi ha potuto. Mi ha aiutato tanto e mi ha dato parecchia roba, tanto che ora sono amico con tutta la famiglia, con i figli, perché riconosco che mi ha salvato. Il 7 aprile del ’45 vado giù da questa donna, lei m’abbraccia e mi dice: “Non ritornare in baracca perché io so che vi ammazza tutti quanti, lo so di sicuro”. Gli rispondo: “Ma io ho mio fratello! Allora facciamo una cosa, rimediami una cartina geografica, deifiammiferi”. Lei mi dà un filone di pane, un panetto di burro, dei fiammiferi; prendo tutto quanto, vado su questo campo e ai miei compagni dico: “Bisogna scappare via perché so di sicuro che ci ammazzano”. Rispondono: “Ma no, no, dove andiamo? Io non mi muovo”. Eravamo 24, sette soli siamo scappati via; hanno detto: “Non mi muovo, aspettiamo”. Le SS erano già scappate tutte, però c’era una mitragliatrice in mezzo al campo perché non sapevano se ce dovea ammazzà, oppure! Non era una cosa certa. Dico: “Qui bisogna essere forti… Io vado verso il fronte, chi vuole venire con me, bene”. Qui comincia la famosa fuga. Mio fratello m’ha detto “Io non gliela fo, meglio che vai a casa, glie dici che io so mortu”. “Ma tu sei scemo”, io a prenderlo a sberle. Non si sapeva quanto c’era da camminare. Dovevamo andare verso Weimar, sapevamo che gli alleati erano arrivati verso quelle zone, erano circa 35 km, però da fare tutti in mezzo al bosco, perché l’ultimo mese avevano creato una Wolksturm, un’armata del popolo, cioè quando se la sono vista brutta i tedeschi hanno armato vecchi, bambini dicendo: “Sparate a tutti perché qui si tratta della vita vostra”. Perciò ogni straniero era un nemico. Allora c’era da camminare dentro questi boschi; la notte, con questi 7 che avevamo raccolto, siamo andati a rubare le patate, abbiamo preso tutti questi zaini pieni di patate, un pentolone così, avevamo questa fila di pane con burro e marmellata. Io ero diventato il capo anche se c’erano persone più anziane di me, ad esempio c’erano 2 toscani che io ancora vado a visitare e che mi ringraziano per quello. Avevamo deciso: se troviamo l’acqua, cuociamo due patate per uno, sennò le cuociamo sotto la brace, sempre due, perché non si sapeva quanto sarebbe durata la marcia o dove saremmo andati a finire. Dovevamo andare verso il fronte: per orientarci il sole, la cartina fino a un certo punto, perché dentro i paesi non ci potevi entrare. Insomma marciamo: la prima sera, troviamo, sotto un declivio così (indica con la mano la pendenza), una strada, poi sotto un altro terreno, avevamo visto un capanno lungo. Dico: “mettiamoci qui, adesso; cuociamo 2 patatine, poi una fettina di pane”. Dio bono! Sentiamo gridare, veniamo fuori: erano 7-8 ragazzi tutti armati che ci volevano consegnare alla polizia. Accadeva che ogni paese che attraversavi cercavano di mandarti via perché aveva paura di avere rappresaglie. Ci mettiamo a correre e sparano; ad uno di noi, gli forano un orecchio e poi aveva una cassetta militare di legno, e anche quella….. Cominciamo a scappar via e non ci sono venuti dietro, perché avevano più paura di noi; anzi, la paura era quella: siccome erano ragazzi, pensavamo: “questi glie pare de sparà sul serio!” Siamo andati nelle pinete, era la notte dell’8 aprile, c’erano gli aeroplani, rumori… sembrava una fiera, tutti aerei che bombardavano…… e poi il giorno dopo camminiamo ancora, ci siamo fermati; sempre, a mangiare due volte a giorno; il 3° giorno traversavamo un pezzo di terreno scoperto, lungo un fosso, arriva un spitfire americano, bombardavano tutto lì, gatti cani, incendiavano le foreste ed hanno mitragliato anche noi credendo che fossimo, chissà, tedeschi in ritirata. Arriviamo su un terrapieno, erano finiti i boschi, un terrapieno alto, sotto si vedeva una gran pianura con delle piante, c’era un capanno, tutto, così, di frasche, con la paglia, ci fermiamo. C’era un uomo, ma era un polacco che stava a lavorare con un padrone tedesco, era prigioniero anche lui, ma lavorava lì con la famiglia…. Gli abbiamo detto “siamo scappati da un campo di concentramento”. “Non vi muovete,” perché c’era il fronte proprio! Si sentivano cannonate, carri armati. Tutti i giorni c’è stato qualche paese che gli italiani o i prigionieri sono andati verso gli alleati, poi i tedeschi hanno ripreso terreno e l’hanno ammazzati tutti. “Non vi muovete che vi avviso io quando vi potete muovere”, perché ci sono tedeschi in ritirata che possono ammazzarvi”. E c’ha portato, dopo un po’ di ore, un calderone di minestra con i piselli, una sigaretta per ciascuno…… mammamia! Il giorno dopo, questo non si vede… “Come mai? Ci ha abbandonati?” C’eravamo finiti le patate, siamo andati a rubare un po’ di rape; invece il 3° giorno, io e un toscano, uno anziano, andiamo giù nella casa di questo contadino, c’era una bella fattoria, il fienile da una parte, c’era le stalle. Il polacco c’ha detto “il padrone s’è chiuso dentro casa con un fucile da caccia”….. non sappiamo….. Andiamo giù, siamo andati giù con le gavette etc….. viene fuori la moglie del polacco, ci dà la minestra, stavamo portando su la minestra di quest’altri, arriva 2 o 3 cannonate, poco dopo vediamo arrivare dalla collina tutti gli amici dietro che gridavano “Madonna santa, questi ci ammazzano, ci hanno bombardato”. Erano gli americani che avevano visto a distanza delle persone, hanno sparato in alto, non so. A momenti non liammazzano allora! Siamo andati dentro questo fienile, sono arrivati gli americani, arrivano gli americani, arriva una jeep (io non li avevo mai visti gli americani), uno con un coso così (poi ho visto che era un tenente): “Chi siete”, c’ha fatto alzare le mani. “state tranquilli, adesso stiamo facendo i rastrellamenti, fra poco arrivano le truppe, vi diamo da mangiare.” Difatti andiamo sullo stradone, cominciano a passare i carri armati… grossi… “Paisà, paisà”, abbiamo gridato…. Allora ci hanno incominciato a tirare biscotti, caramelle, salami, mangiavamo tutto, la cioccolata.. Intanto mio fratello e un altro che gli faceva male le gambe, aveva messo l’amo per piglià qualche gallinella, invece della gallina, ha pigliato un gatto. Noi siamo andati in perlustrazione mentre ‘sti carri correvano dietro i tedeschi, abbiamo trovato un riccio, una lepre che glie mancava tutta la pancia sotto. Insomma abbiamo fatto il primo spezzatino, lepre, gatto e riccio. Poi sono arrivati questi americani, gli ho detto che mio fratello stava male insieme a quell’altro; un medico li ha visitati, “Intanto state nel fienile”. Sono venuti e ci hanno detto “mettiamo un campo qui, siete contenti?” “Ehhhhhhhhhhhh!” Hanno piantato un bel campo, tanti sottoufficiali, sono arrivate le cucine da campo. La mattina noi volevamo andà là per i boschi… “paisà, paisà no, no…”. C’era latte, latte condensato, caffè, burro, burro di nocciole, frittata, salame, pane, ci siamo abbuffati, poi a mezzogiorno era ora di mangiare un’altra volta. Siamo stati lì 15 giorni. Nel frattempo era successo che il primo aprile, il capo delle SS dei campi nostri, Pflomm era andato dal farmacista a Khala a chiedere il veleno per i topi, lo voleva mischiare con il mangiare nostro. Era arrivato l’ordine di renderci inoffensivi. Il farmacista non gliel’ha voluto dare, l’ha testimoniato dopo, si chiamava Caster (la farmacia esiste ancora) poi allora hanno pensato di minare le gallerie. Dicono: “Suoniamo l’allarme, vanno dentro le gallerie e restano dentro”. Invece non hanno fatto in tempo. Avevano dato quest’ordine a un maggiore dell’aeronautica, si chiamava Georg Potzler ha reso la testimonianza dopo. Nonostante l’ordine superiore (lo avevano mandato apposta a Kahla per ucciderci), lui ha detto di no: “E’ inutile far morire 10.000 prigionieri, quando la guerra l’abbiamo persa”. Ha disobbedito e siamo salvi grazie a lui, cioè, io sono scappato via, ma gli altri ragazzi sono stati liberati l’11, cioè il 10 in quel campo non si sapeva ancora se morivano o non morivano. L’hanno avviati in marcia e l’hanno portati verso…. tanto è vero che sono andati a finire in Cecoslovacchia, chi rimaneva indietro veniva ucciso nella marcia così, perché ognuno cercava di mandarli con la wolksturm di guardia, con la SS. Ti facevano marciare, chi non ce la faceva più lo ammazzava e ne sono morti più dopo quasi, perché hanno seguitato a morire fino a maggio-giugno. Invece io ho avuto quest’altra sorte, voluta da noi diciamo, ci siamo combinati bene, nonostante le peripezie. Dopo 15 giorni di permanenza in questo campo che siamo stati meravigliosamente, avevamo wisky, cioccolatini; c’era mio fratello che stava male, questi americani andavano là con il giradischi a fargli sentire la musica, insomma siamo stati benissimo. Alla fine ci hanno detto: “Guardate che noi andiamo verso il sud, verso Norimberga, voi, se volete, potete diventare soldati americani, è come faceste parte dell’esercito americano, come ausiliari, vi portiamo, avete gli stessi diritti, poi potete venire in America a lavorare”. Io ho detto subito di sì, invece 2 o 3 anziani, ma no… “Noi vi portiamo prima in Italia, a casa, a trovare i parenti etc… e poi se volete venire in America, in ogni caso, noi vi facciamo un certificato che siete stati con noi in prima linea.” Era una cosa da fare, ma…. gli anziani volevano andare a casa, non si sapeva quando ritornavi, non si sa dove andiamo a finire, allora per spirito di corpo, non accettammo. Dicemmo: “Portateci in qualche posto, in qualche campo di ex prigionieri.” Questo ci porta in questa città di Weimar, un sergente americano, un italo americano, di quelli! “Paisà” Ci fa attraversare tutta questa città e poi ci porta su in montagna: “Qui c’è un campo”, era il campo di Buchenwald, tutto incendiato. “Questo non è un campo, portaci in città” diciamo. C’ha portato in città all’ora del coprifuoco. Mentre passava questa città, appoggiato a un lampione vedo un ragazzo, un bell’impermeabile, perché c’aveva vestito tutti quanti, gli americani, c’ha portato là con la jeep un mucchio di divise, non so se era degli americani morti, ad ogni modo era bella roba, noi eravamo tutti stracciati, pantaloni beige, calzini, scarpe, giubbettini, l’ho riconosciuto subito, era di Esanatoglia, dai primi mesi di internamento non l’avevamo visto più, gridiamo per riconoscerci… ma quello seguitava. Una sera, quando c’hariportato a Weimar città, c’ha lasciato in mezzo alla piazza, c’era il coprifuoco; siamo andati in una
scuola per dormire, lì abbiamo trovato dei russi con dei bambini tutti ammucchiati per terra.
Abbiamo chiesto: “Italiani?” “Italianski Polizeikaserme”. Insomma, la mattina dopo andiamo a
cercare questa caserma della polizia, allora l’abbiamo occupata, era una caserma della Gestapo,
grandissima, ci saranno stati 100 uffici, su due piani, c’era un maneggio di cavalli, le carceri, c’era
tutto, tutti uffici sopra, nelle soffitte abbiamo trovato occhiali, carte di identità, scarpette di bambini,
ma allora non abbiamo pensato a piglià niente, neanche a fotografarlo, perché, chi ci
pensava!….dopo s’è saputo di tutto questo sterminio, sennò era una testimonianza. Lì siamo stati
fino al 29 giugno, c’ha liberato gli americani l’11 di aprile! Io, per scelta ho imposto agli altri amici
miei “Non andiamo in campi di raccolta. Gli americani li avevano fatti, però lì c’erano ancora le
epidemie, dovevi mangiare quello che dicevano loro… “No, non aderite”. Neanche 4 o 5 giorni
dopo, abbiamo occupato un ufficio, mezzo ufficio, c’erano solo la scrivania, le sedie. Il giorno dopo
siamo andati nei palazzi adiacenti, un macello, abbiamo trovato un paio di divani, l’abbiamo dati a
mio fratello e a quell’altri che stavano male; poi sono arrivati gli americani. “Paisà, venite con
noi?”. C’ha portato a smantellare le caserme tedesche e ci hanno detto “Prendete quello che vi
serve, il resto lo buttiamo”. Abbiamo preso un letto per uno, l’abatjour, le coperte, tutto quello che
serviva per sistemare queste camere con tutte le comodità. Per mangiare, avevamo ancora tanta roba
di quella che c’aveva dato gli americani e poi abbiamo trovato in questo posto anche una suola di
scarpe, il cuoio, più una vacchetta. Allora, con quest’amico mio che faceva il calzolaio, Amerigo,
abbiamo detto: “Mettiamoci a fare i sandali”. Ne facevamo un po’ con gli amici nostri, facevamo il
segno con la matita, tagliavamo la suola, le vendevamo e intanto facevamo i soldi. Io (me piaceva
capì il tedesco, anche se non lo sapevo) ho visto un avviso che diceva che si faceva il censimento di
tutta la popolazione, per poter sapere quanto mangiare ci voleva, c’erano le tessere. Siamo andati lì,
chi con l’ausweis, chi con un documento e c’ha dato una tessera annonaria per ciascuno. Il giorno
dopo abbiamo pensato di andare là senza documenti e abbiamo preso un’altra tessera annonaria
ciascuno, siamo andati là 7 volte, avevamo 8 tessere annonarie ciascuno, ogni giorno con un nome
diverso, tanto non ci conoscevano. C’erano migliaia di persone che non c’andavano, andavamo a
fare spesa, prendevamo le patate con un sacco, i detersivi, mezzo chilo, i panetti di burro, c’era uno
di noi che cucinava sempre, roba d’arrosto, le patate arrosto, un po’ di salami. I primi di maggio,
tutto vestito così bene, voglio far sapere a quella famiglia che ero ancora vivo, però non c’erano
mezzi. Ho saputo che funzionava un treno e decido di andare. Mio fratello: “dove vai?,
t’ammazzano per strada, ci sono ancora tutti i tedeschi in movimento.” “Io vado, tu sai che io
ritorno sempre,” e sono partito. Ma il treno, dopo circa 15 Km, non poté proseguire, andai a piedi,
traversai villaggi, con la paura che ti sparassero anche dalle finestre.…..Insomma mi presento da
questo negozio. Non mi riconosceva, tutto vestito……Avevano un grande terrore, perché avevano
fatto la propaganda che i russi violentavano le donne, crocifiggevano i preti, ammazzavano i
bambini. Scappavano tutti i tedeschi verso ovest. Insomma il figlio, diventato grande, dopo
trent’anni m’ha riscritto, ci siamo invitati, sono venuti nel ’74 ad Esanatoglia, poi ogni anno, o
andiamo noi, o vengono loro, per dire quanto è grande l’amicizia.
Siamo partiti a fine giugno, ci hanno portato verso ovest, verso Eisenach dove c’era una grande
caserma di carri armati che facevano lo smistamento di circa 10.000 prigionieri a giorno. Allora gli
americani dominavano tutti questi baracconi e dicevano “tutti quelli delle Marche”, “perché tu
dov’eri?” . Ci si mescolavano anche quelli che erano stati ruffiani con i tedeschi. Allora si vedeva
ogni tanto un capannello di gente che menava a uno, chi lo volea ammazzà, un altro che facea le
prediche “dobbiamo ritornare in Italia epurati da questi schifosi che ci hanno tradito”. I preti
invece “perdoniamo a tutti!”….. So che lì ci disinfettano, ci mette tutti in fila, il primo DDT, e lì
altri 4-5 giorni: buon trattamento, biscotti, latte, caffè, pasti 2 volte al giorno. Invece arrivano poco
dopo i russi che occupano la zona, tutto metà. Allora, a un dato momento arriva l’ordine
“avviamoci a piedi verso”….. Amerigo era un tipo che se ne fregava de tutti, diceva “che a piedi,
qualcuno ci porterà via.” Infatti, dopo pochi minuti che c’eravamo avviati è arrivato un camion per
prendere quelli che non potevano camminare, abbiamo fatto finta che eravamo malati, c’ha portatofino alla stazione, c’era il carro merci, la tradotta che cominciava a partire. Siamo partiti da
Eisenach che sarà stato il 4 luglio. Siamo arrivati il 26 a Matelica. Una tradotta piena! Per queste
valli il treno camminava piano, tutta la gente che vedea la tradotta montava su, dovevamo essere 20,
siamo diventati 50, sopra i tetti, sui respingenti. Poi quando siamo arrivati a Francoforte in
campagna, il treno fermo 2 giorni, perché era finita la zona russa, allora i russi hanno detto: “se gli
americani ci rimandano 40 vagoni vuoti, facciamo proseguire il treno, sennò niente.” Ha dovuto far
venire da Francoforte i vagoni vuoti e c’ha fatto proseguire, sennò stavamo fermi lì. Poi siamo
arrivati a Mittenwald sulle Alpi austriache. Lì un altro giorno, altro smistamento, insomma fino alla
frontiera gli americani ci hanno assistito, arrivati in Italia, una minestra a Bolzano. Però è stato bello
che dal Brennero in poi il treno andava piano piano, tutta questa gente lungo la ferrovia, con le
cartoline, con le foto: “Hai visto mio marito, hai visto mio figlio? Dov’eri?…” Arrivati a Bolzano,
ci danno una minestra e poi a Pescantina, dove c’era uno smistamento. Chi stava al nord partiva per
Milano; noi proseguivamo per il sud, abbiamo preso il treno per il sud, volevano far proseguire il
treno via Firenze - Roma - Napoli … “ E noi delle Marche?” - chiedevamo -. Rispondevano: “Non
sappiamo niente, c’è il comando americano”. E noi: “Ma come non sapete!”…Abbiamo fatto una
mezza rivoluzione, hanno deciso di arrivare a Roma via Ancona e siamo passati via Falconara –
Ancona. siamo arrivati ad Albacina che è a circa 15 km da Esanatoglia. Siamo arrivati a mezzanotte
circa. Siamo scesi, abbiamo lasciato la roba in una casa, poi a piedi verso Matelica. Arrivati a
Cerreto d’Esi, sarà stato poco dopo mezzanotte, c’era un locale aperto, non sapevamo che esistesse
“Partito comunista italiano”, ci hanno salutato, vino, prosciutti., siamo arrivati a Matelica verso le
due e mezzo di notte. Subito vanno a corre a casa mia: “ E’ arrivato Balilla” “ e Peppino?”- chiede
mia madre. Ha pensato subito a lui, il più piccolo, invece eravamo tutti e due.
Come e quando fu rastrellato?
Il 5 maggio ’44 da truppe tedesche: sono arrivate, hanno circondato il paese e hanno intimato a tutti
gli uomini che stavano dentro, di andare e poi non c’è stata possibiltà di nascondersi perché si
sapeva che ci portava in Italia al massimo a fare le strade, ecco, piuttosto che farsi ammazzare!
Tanto più che avevano i nominativi di tutti i giovani dal comune e si rifacevano sulle famiglie se
non ti presentavi; allora nel peggiore del male! Perché chi stava in campagna mica è ritornato! Ma
noi eravamo lì, c’ha preso, c’ha portato via, c’ha dato un’ora di tempo, il paese era circondato, però!
Abbiamo preso quelle 4 cose, c’hanno incolonnato e portato a piedi a Matelica e abbiamo dormito
proprio in questi locali (quelli dell’intervista) che erano tutte stalle di cavalli proprio sotto questi
portici.
A che tipo di lavoro fu destinato e come si svolgeva di solito la sua giornata?
Tutti lavori manuali, tutto a mano, non c’era nessun attrezzo sia per fare le strade, per smuovere la
terra, per impastare il cemento; non c’erano macchine ma tutta manodopera umana, perché ce n’era
in abbondanza per loro. Dodici ore al giorno di lavoro; ogni squadra era guardata da un capo che
erano quasi tutti delinquenti; in principio c’aveva messo tutti ergastolani o carcerati che l’ha messi a
fare le camere nostre. In ultimo ho trovato anche qualche persona umana perché hanno portato
cittadini tedeschi della Renania, che era ormai occupata, l’hanno portati a diventare …. Cioè loro
comandavano noi, e allora c’era qualcuno che ti potevi fidare, qualcuno mi informava di come
andava la guerra “Tra poco sarete a casa, capito?” C’era qualche persona umana, ma in principio
no. In principio, anche se qualcuno voleva essere umano, a loro era stato dato quest’ordine “Dovete
trattare gli italiani come banditi, questa è manodopera da sfruttare finché potete”, non gli italiani
soli comunque, tutti insomma ma gli italiani in particolare; 12 ore al giorno più la strada a piedi
andata ritorno. Dormivi 2 o 3 ore per notte in queste condizioni: d’estate col sole che ti bruciava,
d’inverno sono stato a fare anche i bunker…Era il mese di gennaio, questa costruzione grandissima
che dovevamo riempire, volumi enormi di cemento; arrivavano i trenini, uno con la sabbia, uno col
cemento sempre di continuo; c’era una grossa griglia, versavano dentro, si miscellava con l’acqua,
arrivava su questo cemento già liquido, si mescolava con l’acqua. Noi stavamo su in cima,
arrivavano, c’erano delle guide in legno, noi con la pala, dovevi fare così sempre, tutti i giorni,
10mandavi via il cemento che t’arrivava da quell’altro e non potevi fermarti, perché c’era il tedesco di
dietro che ti sparava! Tutto il giorno così, questo cemento che andava sempre!
Come si svolgeva la sua giornata tipo? A che ora si svegliava?
Abbiamo avuto di riposo solo il giorno di Natale. Si facevano 12 ore di giorno e 12 di notte. Io per
poter risparmiare un po’ la vita, e lo dicevo a quest’altri che non stavano attento, cercavo di lavorare
il meno possibile. Prima di tutto reclamavo “io più di questo non so fare”, quelli magari avevano
paura, davano 2000 picconate al minuto, così da loro volevano sempre di più. Io ne davo una, mi
strillavano, venivano là, mi prendevano a calci nel sedere, non me ne fregava niente. Quando il capo
si girava, io mi fermavo, invece gli altri magari si facevano vedere che non lavoravano, il capo ti
doveva menare per forza, perché, se non facevano lavorare, sarebbero stati puniti anche i tedeschi
dai loro superiori, allora la furberia era questa. C’era uno di Esanatoglia che lavorava in galleria - o
si stava a scavare o portavi fuori i carrelli a spinta (fa il gesto) - poi c’era una squadra che smenava
questa terra, la spargeva. Quando era tempo buono, questo voleva star fuori, quando era tempo
cattivo, voleva star dentro; s’è messo a reclamare in esanatogliese “ voglio andar dentro, voglio
andar dentro” allora il capo l’ha cominciato a prendere a calci sullo stomaco! Io gli ho detto:
“Lascialo perde che è matto” .“ Che matto e matto, quando piove vuole star dentro…”
Come è stato liberato?
Quando sono arrivati gli americani: i primi due portavano i mitra così, (fa il gesto), c’ha fatto alzare
le mani, hanno visto che eravamo italiani, c’hanno detto “andate ci sono le avanguardie americane
che vi danno da mangiare.” Gli americani si sono messi a piangere quando ci hanno visto così
sbrindellati, pesavamo 40 chili. Siamo ritornati a casa perché siamo stati con gli americani. Tu
capisci, mesi e mesi di sofferenza, insomma chi non gliela faceva, morivi di fame e te portava via.
I migliori momenti che ricordo sono legati alla famiglia di Kahla che mi ha aiutato, il figlio di
questa signora aveva 13 anni, era della Hitler Jugend, andava a fare le sfilate come fossero i fascisti,
però mi diceva “se vuoi sentire radio Londra, vai in camera mia, io non ci vengo, non la posso
seguire”. Queste sono cose gravi!
Come fu liberato?
Sono arrivati i rastrellamenti: noi stavamo dentro questo bosco, in questo momento sono arrivati gli
americani con i mitra, prima c’hanno fatto alzare le mani, poi c’ha visto che eravamo italiani, c’ha
detto “Andate, mettetevi qualche distintivo” - perché c’erano ancora i tedeschi in fuga - “qui vicino
ci sono le truppe americane che vi danno da mangiare.” Poi c’ha fatto mettere in questo
accampamento e ci siamo fermati lì. C’è scritto nel mio libro che la giornata più radiosa è stata
quella della liberazione, perché è avvenuta senza traumi, c’era un sole bellissimo!
Il ricordo più brutto?
Vedere morire gli amici, svegliarsi la mattina, li andavi a vedere e vedevi che erano morti. Non
potevi soccorrerli, se cadevano sul lavoro, non potevi far niente, dovevi lavorare e basta. E’ quello il
ricordo più brutto, perché la fame e il resto, si supera tutto. Non puoi immaginare come resiste
l’organismo umano! Gli ultimi mesi sono stati i più brutti…. Ma tu mangia un po’ una zuppa di
rape e poi il giorno dopo sempre quello! Hai la fame del giorno prima, del giorno dopo, eppure
resisti! Il corpo resiste perché hai la volontà di resistere, c’è chi metteva i piedi tra i trenini per farsi
male… I più giovani dicevano “Io non ce la faccio…” “Come non ce la fai? Ce la faccio io…” la
speranza di casa e tante cose. Io ho questa fissa, tanto che ho scritto anche un articolo, qui a
Matelica, ma non me l’ha pubblicato! Possibile che queste famiglie, i nipoti di questi morti, nessuno
si prende la briga di andare a trovare questi morti, adesso che ci si può andare, prima con la DDR ci
volevano i visti, tante cose! Ma adesso è come andare a Senigallia! Solo, il viaggio è più lungo, vai
dove vuoi, ci sono dei posti bellissimi! Portare un fiore, io è la terza volta che vado, me lo sento
proprio, io ad ottobre sono andato a fare il compleanno là, sono andato nel ’79 un’altra volta e non
posso capire questo! Ritornati, tanti con la polmonite, la tubercolosi, altre malattie e nessuno ha
fatto niente, tanto, erano contenti di essere tornati a casa!!! Tanti hanno preso il brevetto di
partigiano, alcuni senza far niente, altri hanno veramente combattuto. Il nostro, dovete capire è stato
il primo referendum, perché prima i militari internati in parecchi, poi i civili, noi, tutti abbiamo
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detto sempre no, come se ci fossimo mesi d’accordo. Questi delinquenti di tedeschi, al di là del
campo, hanno costruito uno steccato con quelli che avevano detto di sì: erano tutti vestiti bene, con
giacconi di pelle, avevano sigarette e si facevano vedere. Ci dicevano “venite con noi” E non
abbiamo mai aderito! Si diceva a questi “Ma tu te la senti di andare in Italia a combattere, ad
uccidere un fratello tuo?” “Ma io ho fame” “Te la tieni” si rispondeva. A parte che erano ragazzi
di 17 anni, io invece ne avevo 24. Io non ho altro da aggiungere. L’ho fatta troppo lunga. Io
posseggo molti documentari, decine e decine di libri sull’internamento, filmati, tutto materiale che
posso mettere a disposizione.
Nel ’79 sono andato su per vedere il campo dove ero stato. Invece mi hanno detto “ Non si può
entrare!” Sono andato fino alla galleria, è venuto fuori un pulmino con operai ai quali ho
detto “Io sono stato prigioniero qui,” ho fatto vedere l’ausweis, mi hanno fatto fare le foto.
Tornato nel 2000 su quella stessa strada, hanno chiuso tutto, tutte le entrate. Perché? Finché
c’è stata la DDR hanno continuato ad usare le gallerie (non so se per deposito di armi o
altro). Con l’unificazione non c’è più interesse, hanno sbarrato tutti gli ingressi per evitare
che i clandestini potessero usarle, però non ci tengono più neanche le guardie. “potrebbero
fare un monumento nazionale”– chiediamo –. Come monumento hanno fatto questo sacrario
(mostra la foto) e come tomba questo. Invece lassù sulla pista, sono state piantate delle piante,
ma appena le tocchi cadono, perché sotto c’è il cemento. Ogni tanto c’è una buca grossa. Ho
chiesto, hanno risposto che la pista di lancio è stata tutta minata dall’esercito russo per
distruggerla, allora ci sono fosse, buche come pozzanghere.