Testimonianza
Testimonianza storica Angelo Malini
Quellennahe Neu-OCR della relazione di Angelo Malini trasmessa nel PDF completo.
Stato della ricerca documentato
Record di ricerca
Dati documentati
- Persona
- Angelo Malini
- Ruolo
- ehemaliger Zwangsarbeiter
- Luogo
- Kahla / Walpersberg
- Periodo
- 1944-1945; spaetere Niederschrift oder Befragung
- Origine
- unbekannt
Tradizione documentaria e contesto
e Malini, Angelo, questionario fornito da Giuseppe Zanoni, Comune di Robecco sul Naviglio.
Gentile Signor ...
Mi chiamo Marc Bartuschka. Sto scrivendo la tesi di dottorato all’Università di Jena e studio la fabbrica d’armi della REIHMAG e le condizioni dei lavoratori forzati detenuti nei lager a Kahla. Per il mio lavoro i ricordi dei prigionieri sono molto importanti, soprattutto quelli dei prigionieri italiani, perché questi erano il gruppo più numeroso di lavoratori forzati della REIHMAG. Come ho potuto osservare, questi (insieme agli slovacchi) soffrivano più di tutti sotto il trattamento disumano dei tedeschi e dei loro complici. Come Lei sa benissimo, molti italiani non tornarono e molti dei morti rimasero anonimi.
Una gran parte dei documenti tedeschi fu distrutta alla fine della guerra o dopo, e i documenti rimasti danno un’immagine ben poco precisa della vita quotidiana e delle sofferenze dei detenuti. Per continuare il mio progetto in modo sincero devo perciò tentare ogni via possibile per conoscere gli avvenimenti nei lager dal punto di vista dei prigionieri.
Per questo La prego di aiutarmi. Purtroppo il compito è molto complesso e i miei mezzi sono piuttosto limitati, per cui non sono in grado di porle le mie domande di persona. Mi dispiace molto. Le sarei molto grato se potesse rispondere ad alcune delle mie domande. Mi aiuterebbe a completare il mio progetto di ricerca e contribuirebbe inoltre a far conoscere quello che Lei e gli altri hanno vissuto nei lager della REIHMAG. Questo non deve essere dimenticato, soprattutto in Germania.
Le assicuro che le Sue risposte saranno citate correttamente nel mio lavoro, in modo che sia chiaro che devo le mie informazioni a Lei e al comune di Robecco sul Naviglio.
Il mio indirizzo:
Marc Bartuschka
Theobald-Renner-Straße 36
07747 Jena
Germania
La ringrazio di cuore e Le porgo i miei più distinti saluti
(Marc Bartuschka) Jena, 17.07.2008
INTERVISTA CON MALINI ANGELO nato nel 1926
Questionari
1. Quando è stato arrestato dai tedeschi e in quali circostanze?
Sono stato catturato durante la massiccia retata nazifascista del 20 e 21 luglio 1944 a Robecco sul Naviglio. Sono nato il 28 agosto 1926 a Magenta, dove vivo tuttora con la mia famiglia. All’epoca lavoravo a Robecco nella ditta metallurgica Tavolazzi; durante la retata i tedeschi entrarono nella fabbrica e costrinsero tutti gli uomini a radunarsi nella piazza del paese.
Descrizione degli eventi.
Nel pomeriggio del 20 luglio 1944 arrivò un gruppo di soldati, composto da tre tedeschi e un appartenente all’esercito dei fascisti italiani, per sequestrare delle stoffe che un commerciante milanese aveva nascosto in una cascina. Questa cascina era sorvegliata da alcuni partigiani. Lì avvenne uno scontro a fuoco, durante il quale un sergente tedesco e il partigiano Luigi Valenti rimasero feriti. Il primo fu portato dai suoi compagni ad Abbiategrasso e morì durante il tragitto. L’altro (Valenti, nota I.S.) fu curato dal medico del paese, il dottor de Bonis, e dal suo assistente don Magni, e poi, già morente, fu portato in una baracca dove i contadini conservavano gli attrezzi, vicino a una tenuta chiamata “Tangola”. Al ritorno però il medico e il suo assistente furono fermati dai tedeschi, che erano tornati nel paese. Dopo che don Magni... (cfr. Q1) fu messo contro il muro e minacciato di morte perché si rifiutava di fornire informazioni sul ferito, il medico rivelò il luogo dove era stato portato il partigiano. Giunti sul posto, i tedeschi arrestarono alcuni contadini della cascina “Tangola” e poi prelevarono Luigi Valenti dal capanno e lo condussero (insieme al fratello, al padre e alla sorella, accorsi in precedenza a soccorrere il familiare) dove era avvenuto lo scontro a fuoco. Dopo una breve discussione, i militari fucilarono il padre Enrico e il fratello Angelo e gettarono i loro corpi, insieme a quello di Luigi ormai morto, nel cascinale che nel frattempo era stato dato alle fiamme. La rappresaglia tedesca però non era ancora finita, poiché il comando tedesco ordinò alle SS e alla Legione Muti una nuova azione su Robecco. Il giorno successivo, alle 10.30, tedeschi e fascisti tornarono in forze nel paese, disposero le mitragliatrici sul sagrato della chiesa e all’imbocco di ogni via, poi costrinsero tutti gli uomini a concentrarsi nella piazza principale. Qui cominciarono a dividerli in due gruppi: nel primo furono posti gli anziani, nel secondo coloro che erano ritenuti abili al lavoro. Dopo alcune ore, durante le quali furono date alle fiamme numerose abitazioni, il comandante tedesco della spedizione punitiva pronunciò la sua sentenza e cinque cittadini (Castellari Giovanni, Locatelli Mario, Pellegatta Ermanno, Pellegatta Luigi e Staurengo Angelo) furono messi davanti al plotone d’esecuzione e fucilati. Altri sessanta civili furono invece caricati su un camion per essere deportati; dapprima furono rinchiusi a San Vittore, successivamente, il 9 agosto, vennero avviati al campo di concentramento di Kahla Weimar. Lì furono costretti a lavorare come scavatori nelle gallerie, sopportando turni di lavoro lunghi dodici ore in cambio di una scodella di brodo e di un tozzodi pane. A causa degli stenti e delle violenze, nove di loro non fecero più ritorno. Fra i deportati c’ero anch’io.
2. Potrebbe descrivere la deportazione dall’Italia a Kahla? Ricorda dove vi siete fermati durante il viaggio e quali erano le condizioni del trasporto?
La sera del 21 luglio ci portarono a Milano, nel carcere di San Vittore, nel 6° settore ai deportati politici, poi ci trasferirono al 4° piano, sorvegliato dai fascisti, e rimanemmo lì per 20 giorni. Fummo visitati da un medico, alcuni furono liberati perché anziani, malati o nati nel 1927 e quindi minorenni.
Il 9 agosto partimmo da Milano (Scalo Farini) con un treno merci diretto in Germania. In ogni vagone c’erano 25 persone sorvegliate da un militare tedesco armato. Nei vagoni c’era solo un po’ di paglia per dormire. Avevamo una borsa con del cibo che i nostri parenti ci avevano portato alla stazione di Milano il giorno della partenza. La prima destinazione fu Innsbruck, in Austria.
Arrivammo a Norimberga di notte, sotto i bombardamenti e chiusi al buio dentro il vagone. Dopo tre giorni e quattro notti, arrivammo a Weimar. Ci offrirono per la prima volta la cena: brodo e pane; dormimmo su brande. Il giorno dopo fummo trasferiti a Kahla. (vgl. Q1, senza storia di fuga)
3. Si ricorda quando è arrivato a Kahla e in quale lager della REIHMAG è stato portato all’inizio? È stato trasferito in un altro lager dopo?
Ci trasferirono a tre km da Kahla, nel campo di Reiseneck, in un edificio situato accanto a una birreria. (vgl. Q1)
4. Com’era lo stato degli alloggi nel lager? C’erano delle coperte e della legna o carbone per il fuoco negli alloggi, e se c’era, bastava?
Le nostre brande erano formate da strutture di legno a quattro piani, c’era un pagliericcio per dormire e avevamo una coperta. Ricordo che eravamo pieni zeppi di pidocchi. C’era una stufa in un angolo della baracca per scaldarci, (vgl. Q1 fino alla stufa nell’angolo della stanza).
La temperatura a gennaio scendeva fino a -18 gradi. La toilette era su un prato vicino: un buco con una tavola sopra. La mattina andavamo a un ruscello per lavarci. Di notte il ruscello gelava, rompevamo il ghiaccio e ci lavavamo.
5. Si distribuivano delle coperte, dei vestiti ecc. agli internati e, in caso affermativo, qual era la loro qualità? Vi era la possibilità di lavare i propri vestiti?
I vestiti erano sempre gli stessi. Ogni tanto venivano disinfettati, anche i vestiti venivano disinfettati. (vgl. Q1)
6. Si ricorda il tipo di vitto che veniva distribuito nel lager? Ricorda quanto era la razione giornaliera circa? Cambiava la quantità della razione giornaliera con il passare del tempo?
All’inizio, e per alcuni mesi, ci davano ogni giorno una pagnotta di pane nero da dividere tra tre persone. Tagliavamo il pane con cura per essere sicuri che le parti fossero uguali. Mangiammo una volta al giorno. Ci versavano in una ciotola di ceramica ogni giorno una zuppa fatta di farina d’orzo, pezzi di cavolo e patate, a volte anche un pezzetto di burro, o margarina, o un cucchiaino di marmellata o zucchero, o una fetta di salame. La razione giornaliera però diminuiva gradualmente; la pagnotta di pane doveva essere divisa tra otto persone. Solo la domenica ci davano un pezzetto di pane bianco; per noi era come l’Eucaristia. Alla fine pesavo solo 35 kg!
7. Quando si iniziava a lavorare e quando si finiva? C’erano degli appelli la mattina e la sera e cosa succedeva durante questi appelli?
Gli appelli avvenivano tutte le mattine e le sere, nel cortile. A volte succedeva che al mattino qualcuno mancasse all’appello, poi si scopriva che era in branda, morto.
La sveglia suonava alle cinque del mattino. Alle sei partivamo a piedi, in colonna ordinata, e percorrevamo circa quattro km per raggiungere il posto di lavoro. Scavavamo una galleria nella montagna e lavoravamo 12 ore al giorno, a turno.
Il primo turno iniziava alle 7:00 e terminava alle 18:00; il secondo turno iniziava alle 18:00 e terminava alle 7:00 del mattino successivo. Per 15 giorni si faceva il primo turno, poi per altri 15 giorni il secondo turno. Durante i turni di lavoro non si mangiava. Ricordo che a mezzogiorno e a mezzanotte le guardie andavano a mangiare e noi ne approfittavamo per riposarci e c’era chi ne approfittava per scambiare piccole cose. (vgl. Q1)
8. Quando si andava a lavorare si andava in colonna e sorvegliati dalle guardie? Le guardie usavano la forza in queste occasioni?
Sì, eravamo sempre sorvegliati. Ci recavamo al lavoro in colonna ordinata. Non usavano la forza. (vgl. Q1)
9. C’erano dei giorni di riposo senza lavoro? Si rispettavano le feste (Pasqua, Natale, ecc.)?
All’inizio sì, per i primi tre o quattro mesi, infatti ogni tre domeniche avevamo un giorno di riposo. Natale e Pasqua erano giorni di riposo. (vgl. Q1 senza rapporto sul cibo)
10. Fino a che punto arrivava il controllo dei lavori? C’era qualcuno che incitava i lavoratori? Esisteva un piano di lavoro? E cosa succedeva se non si riusciva a realizzarlo?
I lavori erano controllati dalle guardie tedesche. I prigionieri erano incoraggiati a completare la quota giornaliera. Il mio lavoro era fare buchi con il trapano ad aria compressa e inserire la dinamite. A un certo punto si accendeva la miccia per far saltare la roccia.
11. I lavoratori hanno ricevuto degli abiti con protezione contro gli infortuni (caschi, guanti, stivali, ecc.)? Il lavoro era sicuro? Sono successi degli incidenti?
Non avevamo alcuna protezione. Alcuni si ferivano durante il lavoro, altri venivano sepolti sotto le rocce che cadevano.
12. Le guardie del lager erano costituite esclusivamente da tedeschi o vi erano anche delle guardie straniere (fiamminghi, belgi o altri)? In caso affermativo, può dire di quale nazionalità erano? Le guardie straniere tenevano un comportamento diverso dai tedeschi?
Le guardie erano solo tedesche. (vgl. Q1)
13. Per i prigionieri era possibile uscire dal lager? Fino a che punto c’erano dei controlli? Qual era la nazionalità dei guardiani e come si comportavano con i prigionieri?
Si usciva dal lager solo con permesso. All’inizio avevamo un documento che fungeva da lasciapassare; poi ce lo tolsero per impedirci di uscire. Le guardie erano tedesche.
Alcune persone anziane che abitavano nei dintorni chiedevano ai tedeschi responsabili aiuto per tagliare la legna o per la raccolta di patate o rape. Alcuni di noi venivano scelti per questo lavoro. In quei giorni si mangiava bene e così donavamo la nostra razione giornaliera agli altri prigionieri, ai nostri amici. Il lavoro di quei giorni non veniva pagato.La fame cresceva sempre di più e così bisognava aiutarsi da soli. I contadini scavavano buche profonde per conservare le patate. Mettevano della paglia, poi le patate e infine coprivano tutto con la terra. Quando tornavamo a casa alle sei del mattino dopo il secondo turno, scavavamo nella terra e prendevamo alcune patate. Ma quando la neve si scioglieva, il cumulo di terra si sgonfiava e diventava evidente che avevamo rubato le patate.
Le patate rubate le cucinavamo nella cenere.
Quando si accorsero del furto delle patate, misero dei cartelli e minacciarono la pena di morte.
14. Era in contatto con internati di altre nazionalità, ad esempio al lavoro? Quale era l’impressione che aveva di loro?
C’erano internati russi, francesi, polacchi, belgi, olandesi, ecc. Lavoravamo insieme e c’era solidarietà tra di noi. (Vgl. Q1)
15. Aveva l’impressione che certi gruppi d’internati venissero trattati peggio o meglio di altri?
I francesi venivano trattati meglio, perché lavoravano nelle famiglie civili tedesche, che erano per lo più composte da anziani, donne e bambini. I francesi lavoravano nei campi, mangiavano e dormivano con le famiglie. Le donne russe venivano trattate peggio, le facevano lavorare nei campi sia di giorno che di notte.
16. Pagavano un salario e, in caso di risposta affermativa, era sufficiente per comprarsi qualcosa?
Ogni due settimane ricevevamo un salario che bastava per comprare un pezzo di pane o un po’ di birra.
17. Esisteva uno scambio di merce fra gli internati e fra gli internati e la popolazione civile? In caso di risposta affermativa, che cosa e come si scambiava?
Non esisteva alcuno scambio di merce tra internati e popolazione civile. Esisteva un mercatino di scambio tra gli internati. Il mercatino avveniva durante il secondo turno, a mezzanotte, quando le guardie andavano a mangiare. Allora ci scambiavamo sigarette, pane, qualche indumento. (Vgl. Q1)
18. Qual era in generale la reazione dei civili tedeschi al fatto che vi fossero presenti degli internati (piuttosto l’indifferenza o l’ostilità)?
Alcuni civili tedeschi non si interessavano a noi, avevano paura o mantenevano un rapporto distaccato, altri invece cercavano di aiutarci. Un giorno, quando avevo il permesso di uscire con Felice Garavaglia, ci fermammo a un cancello e guardammo dentro, perché il cortile ci ricordava i nostri cortili. Un uomo anziano ci vide, ci fece cenno di entrare, ci invitò in casa e ci diede da mangiare. Poiché parlava un po’ di italiano, ci spiegò che era stato prigioniero di guerra in Italia durante la Prima Guerra Mondiale e che gli italiani lo avevano trattato bene; voleva ricambiare. Ci consigliò di metterci in fondo alla colonna quando andavamo al lavoro e ci avrebbe poi segretamente dato patate, rape e pane. Grazie a quest’uomo la mia vita fu salvata. Ci voleva bene a entrambi e ci diede da mangiare più volte. Ricordo la Pasqua, vagavo senza meta, pallido e stanco. Mi vide, mi invitò e mi diede da mangiare. Fu un vero pranzo di Pasqua. Felice Garavaglia quel giorno non era a tavola perché era in infermeria per un’appendicite.
19. Ha visto maltrattamenti o persone uccise? Chi erano le vittime e chi i colpevoli?
Sì, un nostro compagno, Lissandrin Gerardo, fu ucciso perché trovato in possesso di un coltello a serramanico durante una perquisizione. Il coltello lo aveva avuto qualche giorno prima al mercatino degli internati. Fu ucciso con il suo stesso coltello e lasciato esposto per tre giorni, affinché tutti potessero vedere quale punizione avrebbero potuto subire. (Vgl. Q1)
Ricordo che un giorno un prigioniero, penso fosse un russo, fu picchiato fino al sangue, finché non poté più camminare. Le guardie lo portarono vicino alla nostra baracca e lo legarono. Un guardiano tedesco saltò sul suo petto finché il poveretto morì. Ci sentimmo miserabili. Quando i tedeschi videro che stavamo male, ci costrinsero a bere birra con loro per celebrare la morte del prigioniero. Regolarmente i nazisti entravano nei campi con pistole in mano e ci minacciavano di morte. Ci terrorizzavano per prevenire cospirazioni da parte dei prigionieri.
20. Per quali reati e come si punivano i prigionieri? Sa qualcosa sui campi penitenziali? (per es. Il “Lager 0”) Può descrivere questo lager e quello che vi succedeva?
Si veniva puniti se trovati in possesso di coltelli o di qualsiasi arnese che potesse essere usato come arma, se si tentava di rubare patate nei campi vicini o se non si ubbidiva agli ordini dei guardiani. (Vgl. Q1, 1. Absatz)
C’era una stanza delle punizioni, dove pendevano corde di diversa lunghezza usate per frustare i deportati.
Filippo Alemanni approfittò di un’occasione per uscire in cerca di cibo, ma fu scoperto, picchiato a sangue e rinchiuso in un recinto insieme a dei cani. Per mangiare doveva lottare con i cani cercando di rubare loro il cibo. Fu morso continuamente. Quando lo riportarono nel dormitorio mostrava già segni di squilibrio mentale. (Vgl. Q1)
21. Come si comportavano i capomastri tedeschi ed i lavoratori tedeschi con i prigionieri?
I capomastri erano normalmente ingegneri, impartivano ordini e volevano che fossero eseguiti immediatamente. (Val. QI)
22. C’erano dei tedeschi che trattavano bene i prigionieri e che prestavano loro aiuto?
Verso la fine della guerra c’erano alcuni capimastri tedeschi che ci incoraggiavano a resistere, perché presto sarebbe arrivata la liberazione.
23. Aveva l’impressione che vi fosse un sentimento di solidarietà fra gli internati? Vi era il pericolo di essere denunciati da altri internati?
Tra internati ci aiutavamo a vicenda, per quanto possibile. Quando riuscivamo a recuperare qualcosa da mangiare lo dividevamo con i vicini di branda. Non penso che tra internati ci fosse qualcuno che facesse la spia. Eravamo tutti nelle stesse condizioni e cercavamo di aiutarci a vicenda. (Vgl. ОТ)
24. Vi erano tentativi di fuga da alcuni internati? Come venivano puniti i rifugiati?
Sì, alcuni prigionieri di Genova tentarono una volta di fuggire. Furono catturati e puniti con frustate, con una frusta di cuoio bovino.
25. Vi erano tentativi di reclutare degli internati per i fascisti italiani, le guardie o altri gruppi da parte dei tedeschi?
No, non mi risulta. (Val. QI)
26. Ha avuto contatti con giovani tedeschi, forse in uniforme (i cosiddetti “Giovani di Hitler”, la Hitlerjugend), durante il lavoro o al di fuori del lavoro? E se sì, come si comportavano questi ragazzi?No, i peggiori erano la “polizia”: avevano un elmo con una punta (Pickelhaube? I.S.), in mano un manganello. Ci fermavano se qualcosa non andava, o se ci trovavano fuori senza permesso, ci davano una multa di 21 marchi. Alcuni giovani sputavano quando ci vedevano e dicevano: “Badogliani”.
27. Ricorda com’era l’assistenza medica? Cosa sa sugli ospedali da campo del lager?
Non lo so, perché non sono mai stato ricoverato in un ospedale da campo.
28. Quanto era alta la mortalità nei lager? Sa dove seppellivano i morti?
Non so quanto fosse alta la mortalità. Al mattino passava un camion in tutti i lager che caricava i morti. Non so dove venissero sepolti. (Vedi QI)
29. Era nel lager insieme a vicini di casa o conoscenti? In caso affermativo, quanti di loro sono sopravvissuti a questo trattamento disumano?
Eravamo 35, tutti arrestati durante la retata di massa il 21 luglio a Robecco. La maggior parte erano di Robecco, altri come me di Magenta e altri ancora dei villaggi circostanti. Nove sono morti nel lager.
30. Cosa è successo nel Suo lager nelle ultime settimane di guerra?
I controlli non erano più così severi e per alcuni giorni non ci portarono al lavoro. Un giorno ci fecero svuotare i depositi di viveri, ci diedero delle coperte e verso sera ci dissero che dovevamo metterci in viaggio per tornare a casa (a piedi).
31. Ricorda che i tedeschi cacciarono con la forza alcuni internati dal lager poco prima della liberazione? Faceva parte di questi internati? Come si svolse questa azione?
Non mi risulta. (Vedi Q1)
32. Ricorda avvenimenti particolari nel lager (visite di persone importanti, bombardamenti, decollo di un aereo dalla pista)? Li può descrivere?
Sì, una volta venne in visita Hermann Goering. Per quell’occasione ci fecero spianare la cima di una montagna, perché doveva servire per formare un campo di aviazione V1 e V2. (Vedi Q1, prima metà) Scavavamo gallerie lunghe circa 40 km dove venivano collocati macchinari per fabbricare armi.
33. Aveva la possibilità di rimanere in contatto con la Sua famiglia con pacchi e lettere? Sa se le lettere e i pacchi venivano controllati e eventualmente derubati?
Le lettere venivano in parte censurate, i pacchi venivano controllati e non sempre trovavamo quanto i parenti ci inviassero da casa. (Vedi Q1, frasi 1+2)
34. Come si svolse la Sua liberazione? Qual era il Suo stato di salute a quel punto?
Una sera, verso la fine di aprile 1945, i tedeschi ci misero in fila e ci fecero partire a marciare. Io rimasi un po’ indietro, perché le gambe non mi reggevano più, con me c’erano altri due di Casorate Primo, un paese vicino a Pavia, che mi dissero di restare indietro, alla fine della colonna. Quando si fece buio, ci rifugiammo in un boschetto e ci nascondemmo ognuno dietro un albero. I tedeschi spararono nel bosco, ma poi se ne andarono. Dei miei compagni di Robecco non ne vidi più nessuno. Restammo due giorni nel bosco e ci nutrimmo di erba, radici e erbe selvatiche. Una mattina vedemmo tedeschi che fuggivano lasciando indietro uniformi e armi. Da lontano vedemmo alcune baracche, ci avvicinammo e entrammo in una di esse. Arrivò un soldato americano e cercammo di dire che eravamo italiani. Poi vedemmo anche un piccolo camion con una stella bianca, e allora gridammo: Italiani! Uno dei soldati sul camion rispose: “Italianer, Paisan” (Nome? LS.) Gli americani (erano gli stessi che erano sbarcati in Normandia) ci diedero carne in scatola, cioccolato, biscotti, sigarette, ecc. Poi potemmo mangiare a sazietà. La sera andammo al paese, gli americani ci portarono al loro centro di rifornimento e mangiammo, poi ci portarono al nostro alloggio in una casa colonica e ordinarono al proprietario di provvedere a noi e di non farci lavorare. La mattina ci svegliammo con il primo canto del gallo e trovammo nella paglia alcune uova di gallina e ricordo di averne bevute 6-7. Il proprietario venne e ci portò pane con marmellata.
Gli americani ci portarono al loro centro di rifornimento e ci diedero da mangiare, e in cambio lavavamo le pentole. Anche donne tedesche vennero al centro di rifornimento e chiesero qualcosa da mangiare e noi diedimo loro carne, pane bianco e vari alimenti. Dopo una settimana gli americani ci dissero che dovevano andare avanti, e noi tre chiedemmo di poterli accompagnare. Ci portarono in Cecoslovacchia, dove restammo un mese. Mangiai bene e ripresi peso.
Poi ci portarono di nuovo in Germania, vicino a Stoccarda, e aspettammo che la linea ferroviaria fosse riparata, così da poter tornare in Italia in un solo viaggio. Lì incontrai persone del mio paese e dei paesi vicino a Magenta. Con un trasporto militare ci portarono a Bolzano, e infine arrivammo a Pescantina vicino a Verona. Gli americani ci caricarono su camion e ci portarono alla stazione centrale di Milano. Da lì presi il primo treno per Torino e arrivai verso le 4 del mattino del 26 aprile 1945 alla stazione di Magenta.
Quali erano le condizioni dopo la liberazione da parte degli americani e come si comportarono i civili tedeschi?
Eravamo tutti completamente emaciati. Ancora un mese nel lager e saremmo morti tutti. I soldati americani ci offrirono di tutto e mangiammo avidamente. Tornato a casa pesavo già 65 chili, avevo preso 30 kg in tre mesi.
35. Ha saputo se ex guardie o altre persone sono state arrestate dopo l’arrivo degli americani?
No, non ho saputo più nulla (Vedi Q1)
36. Quando è tornato in Italia?
Arrivai a Magenta il 26 luglio 1945 alle quattro del mattino. Passai davanti alla casa di mia zia e dalla finestra vidi che era già alzata, perché si stava preparando per i lavori nella stalla. La chiamai, lei fece un urlo di gioia che svegliò tutto il vicinato, mi corse incontro e mi abbracciò più volte. Mia cugina prese la bicicletta e corse ad avvisare i miei genitori.
Nomi e parole chiave
Fonti e riferimenti
- zeitzeugen_komplett.pdf (Original, 845 Seiten)